XXI° Congresso Post Industriale al Capitol di Pordenone 2026 Il Capitol di Pordenone si conferma uno dei maggiori laboratori di cultura musicale alternativa, non solo della nostra regione, in una città sempre viva ed elettrica con le sue mille contraddizioni.

Il XXI Congresso Post Industriale, che si è svolto nei suggestivi spazi di quello che era un vecchio cinema del centro, è stato un esempio perfetto di tutte quelle energie che la città sa sprigionare.

Rodolfo Protti, fondatore dell’etichetta discografica”Old Europa Cafe”da cui scaturisce da così tanti anni il Congresso, fece parte di”The Great Complotto”, l’originale movimento punk che infiammò Pordenone e l’Italia tutta a partire dal 1979.

Da quei musicisti e artisti senza compromessi si è generata un’onda sonora che non ha smesso di deflagrare. Lo conferma l’assoluta fecondità della scena musicale pordenonese in molti generi dal Reggae al Punk fino all’ambient-noise. Giusto per fare qualche nome Mellow Mood, Prozac +, Sick Tamburo, Tre allegri ragazzi morti, Teho Teardo, tutti in qualche modo riconducibili a quegli antichi fragori.

Non stupisce quindi che”Old Europa Cafe”sia diventata un punto di riferimento di livello almeno europeo per la musica estrema senza alcun compromesso. Di seguito riportiamo alcune considerazioni di Protti tratte dal sito della casa discografica che ne tratteggiano il profilo:

Considerazioni sul”peso della musica”Troppe persone non conoscono il”peso della musica”. Non capiranno mai che, per”possedere la musica”, bisogna prenderla in mano, pesarla, osservarla, annusarla, rigirarla e rigirarla, pulirla, custodirla come una reliquia. La musica è un”oggetto prezioso”e, come ogni tesoro, va custodita con cura per poi essere condivisa e mostrata ad amici, amori e amanti. Chi non comprende queste cose semplici è gente di scarso spirito, arida, persa nel nulla; non capirà mai né la musica né il rumore. Non sanno cosa si perdono. OEC non ha mai venduto né condiviso file di musica o rumore, e mai lo farà. Vendiamo solo muzak”S.O.L.I.D.”!AmenRudolf von Old Europa

Il XXI Congresso Post Industriale, al Capitol di Pordenone, è stata una vera esperienza non solo fisica e sensoriale, ma soprattutto psichica. E’noto che l’ascolto attento di qualunque suono organizzato ci cambia e modifica in modo irreversibile che lo vogliamo o meno. Il mondo in cui siamo immersi è fatto di suoni e rumori cui il nostro inconscio risponde costruendo se stesso e conoscendo il proprio spazio vitale.

In un contesto come quello del Congresso industriale al Capitol la musica non è pensata minimamente per essere un’astrazione che intrattiene, ma un mistero che deve farsi materia. Lo si poteva avvertire fin dall’opening act che vedeva la collaborazione del progetto canadese The Rita (aka Vancouver-based Sam McKinlay) con i norvegesi The Gloria. Sam McKinlay ha condotto gli spettatori in un universo sonoro perturbante e straniante, in un disturbante feticismo per le ferite da morsi di squalo e per la performance tra il pubblico della ballerina dal”vestito sonoro”Macafra che è il deus ex machina di The Gloria. Insomma, pura”Harsh Noise”che anche nei nostri tempi di cinica, atroce crudeltà riesce ancora a provocare qualche turbamento con il suo squallore pseudo erotico, voluto ed esibito, unito ad una rumoristica del tutto priva di senso, disturbante e post umana.

Nel complesso l’operazione crossover è perfettamente riuscita anche perchè aveva il preciso intento di andare al di là di ogni comprensione. Capire è fuorviante, impone una gabbia alla spontaneità della composizione che è energia mercuriale che non vuole essere compressa in alcuno schema, semmai il contrario. Certo il genere di per se oggi non è più così scioccante com’era quando scaturì come una degenerazione del Noìse. In qualche modo ci siamo abituati alla cacofonia martellante della fabbrica, al traffico e al rumore bianco nel quale siamo quotidianamente gettati, fatto anche di immagini e soprattutto di pornografia del dolore. L’Harsh Noise Wall, che negli anni’90 appariva come un incubo sonoro e visivo terrificante, è fatto di zucchero e marzapane, se paragonato alla voragine d’orrore di Gaza. La realtà ha superato anche le fantasie e i sogni più estremi e ripugnanti.

Nel suo profetico”I quattro criteri della musica elettronica”del 1971 Karlheinz Stockhausen scriveva: il primo è la struttura unificata del tempo, il secondo è la frammentazione del suono, il terzo è la composizione dello spazio su più strati e il quarto è l’equivalenza tra suono e rumore, o meglio tra altezza e rumore. Nuovi mezzi cambiano le metodologie, nuove metodologie cambiano l’esperienza e nuove esperienze cambiano l’uomo. Ogni qualvolta ascoltiamo suoni, noi cambiamo. Dopo aver ascoltato certi suoni noi non siamo più gli stessi di prima e questo vale ancora di più quando ascoltiamo suoni organizzati: suoni organizzati da un altro essere umano, cioè musica”(ed. Postmedia, 2014, pag.103).

Tutta un’altra storia con Bad Sector che esplora i significanti sonori dalla prospettiva dello spazio algido, siderale, algebrico. La sua sembra un’estrema evoluzione della Cosmische Musik di matrice tedesca con aggiunta di ulteriori, oscure sperimentazioni elettroniche. E’una musica delle macchine che si vorrebbe del tutto priva di emotività. Sul proprio sito si presenta così:

Bad Sector è un progetto musicale creato da Massimo Magrini (Italia). Laureato in Informatica, ha studiato musica elettronica in ambito accademico e lavora come ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). I suoi ambiti di ricerca includono l’elaborazione dei segnali digitali e i dispositivi gestuali per l’interazione uomo-macchina. Insegna Interaction Design presso l’Accademia d’Arte di Pisa. Sotto lo pseudonimo di Bad Sector, dal 1994 ha pubblicato numerosi CD, vinili e audiocassette, riscuotendo sempre un ottimo riscontro nelle scene underground internazionali. Il suo primo album,”Ampos”, è considerato un punto di riferimento nella scena dark ambient. Propone abitualmente la sua musica attraverso performance audiovisive, spesso avvalendosi di controller speciali. Oltre a Bad Sector, nel 2001 Magrini ha dato vita al progetto Olhon insieme a Zairo (membro di spicco dei Where), esplorando territori a cavallo tra dark ambient e field recording e utilizzando esclusivamente suoni registrati in ambienti estremi (grotte, fondali marini, ecc.) come materiale di partenza.

La sua performance costruisce spazi mentali perturbanti che non sembrano avere tra di loro nessi logici, ma che ci spingono a vagabondare sperduti dentro di noi senza meta e senza una guida. Per associazione mentale vengono in mente le angoscianti”Backrooms”dell’omonimo lungometraggio di Kane Parsons (Usa 2026). Ambienti che si aprono su prospettive incongrue e inconciliabili; dimensioni nelle quali proporzioni, misure e contesti risultano del tutto a-simmetrici eppure armonici; superfici nelle quali la relazione tra gli elementi e gli oggetti è inadeguata, illogica.

Quelli di Bad Sector sono luoghi d’astrazione creati da suoni materici e solidi fatti di numeri e volumi in una realtà parossistica e paradossale tra ciò che è concreto e fisico e ciò che lo nega: oscure vibrazioni per ambienti spettrali.

Nelle note di copertina del suo”Metal Machine Music”punto di riferimento e sorgente del Noise, Lou Reed, tra le altre cose, scrive:

Questo disco non è per feste/balli/amoreggiamenti. Questo è ciò che intendo per rock”vero”su cose”vere”. Che io sappia nessuno l’ha ascoltato tutto di seguito dall’inizio alla fine, me compreso. Non va ascoltato in quel modo. Si comincia da dove si vuole. Simmetria, precisione matematica, esattezza ossessiva e dettagliata e il grosso vantaggio che si ha nei confronti dei”moderni compositori elettronici”. Loro, senza alcun senso del tempo, della melodia, dell’emozione manipolata o no. E’un disco per determinati momenti e un determinato luogo della mente. E’l’unica registrazione che io conosca che sia stata realizzata col serio intento di essere un dono, per così dire, da una parte di una certa testa a pochi altri. Alla maggioranza di voi questo non piacerà, e non vi biasimo affatto. Non è per voi. Il minimo che si possa dire è che l’ho fatto per avere qualcosa da ascoltare. Certamente equivocato: Potere di consumare (che cosa scadente): un’idea concepita con senso di rispetto, intelligenza, comprensione e garbo, sempre con concentrazione sull’obiettivo primo e fondamentale. A questo riguardo detto in modo ufficioso, lo amo e lo adoro. Mi dispiace, ma non tantissimo, se vi disgusta. Un disco per noi è questo…A mo’di scarico di responsabilità, sono costretto a dire che, in considerazione della stimolazione di vari centri (ricordate OOOOOHHHHMMMM ecc.) devono essere indicate possibili controindicazioni negative. Un disco è tenuto a farlo, soprattutto lui. Comunque persone ipertese, ecc. Possibilità di epilessia (petit mal) disordini psicomotori ecc. Ecc. La mia settimana ritma il vostro anno.”Per determinati momenti e un determinato luogo della mente”è questa la migliore definizione dell’universo sonoro Noise che l’intraprendenza di Lou Reed generò: è prima di tutto un luogo, uno spazio desolato dentro di noi che certe vibrazioni/distorsioni/frequenze ci permettono di esplorare. E’un luogo che potremmo anche chiamare”inconscio”che comincia dove le regole della nostra logica si fermano.

Tra il pubblico del Capitol c’era più di qualcuno che, preso da una danza nervosa, esagitata e convulsa, ipercinetica quasi preda del suo”daimon”, ipnotizzato dalla trance, si sfiniva in un bagno di sudore, forse aiutato anche dalla chimica e non solo dai beats. E’un modo di ascoltare i suoni con il corpo che equivale a quello di chi invece si era abbandonato e completamente arreso alla violenza e al fragore, naufragando sui divanetti in pelle del locale, raggomitolandosi in posizione fetale, narcotizzato dagli eccessi sonori, cadeva in un sonno ipnotici oppure ancora a quello di chi completamente indifferente, si beveva tranquillamente una birra dopo l’altra al bancone del bar.

Indefinibile la performance dell’artista più atteso del Congresso: Merzbow (Masami Akita). Con diverse centinaia di incisioni all’attivo, noto per le sue esibizioni estreme e insostenibili, mette sempre a dura prova i timpani e le connessioni neuronali di chi lo segue. Definisce il proprio progetto:”Vegan Straight Edge Noise”qualunque cosa possa voler dire.”ha iniziato a operare nella scena noise-industrial nei primi anni’80, pubblicando inizialmente materiale soprattutto tramite etichette estere. Negli anni’90, influenzato dal grindcore, ha pubblicato un album per la Relapse, etichetta specializzata in death metal. Nel corso degli anni 2000, in sintonia con l’estetica”punk computer music”dell’etichetta Mego, ha adottato uno stile di esibizione dal vivo basato sull’uso del laptop. Dal 2003 circa, segue uno stile di vita vegano ispirato ai principi dei diritti degli animali, realizzando opere che affrontano temi quali l’opposizione alla caccia alle balene e ai delfini e al commercio di pellicce. Negli ultimi anni, la sua produzione sonora si è concentrata sull’utilizzo di strumentazione analogica”. Al di là di queste candide dichiarazioni il suo principale intento sembra decisamente quello di portare il proprio pubblico oltre la soglia del dolore facendolo sognare così forte fino a fargli uscire sangue dal naso e dalle orecchie. Non è per nulla facile esprimere con le parole i suoni disumanizzati che la consolle del giapponese erutta. Proviamo a fare un elenco molto approssimativo degli impianti meccanici che, tutti insieme e alla massima potenza, producono frequenze paragonabili a quelle di Merzbow: un aspiratore industriale al massimo dei giri, una levigatrice imballata, vetrate che collassano, una turbina aeronautica, una pressa idraulica, una fiamma ossidrica e una smerigliatrice da banco.

A livello visivo, per i cinefili, il pensiero andava ai disturbanti capolavori di Shin’ya Tsukamoto della saga di”Tetsuo”o a quelli più disgustosi della fantasia perversa di Takashi Miike. Ma è solo un modo per avvicinarsi alla voragine sonora nella quale la performance del Guru giapponese vorticosamente trascina. Ascoltare le sue frequenze, le sue distorte scariche elettrostatiche, le sue cupe e sorde energie oscure provoca perfino reazioni semi-psicotiche claustrofobiche che per essere superate necessitano di una profonda concentrazione. Paradossalmente quell’enorme cacofonia di suoni, dopo aver sfinito i timpani e le membrane connettive del nostro sistema nervoso centrale, regala uno stato di incredibile quiete interiore e, superato lo stato d’allerta celebrale, ci si fa investire dalla sostanza di quei rumori così materici che sembra di poterli toccare. Sembra di sentirseli addosso. La sensazione generale è comunque di disagio e d’inquietudine in deserte distanze.

L’esperienza del XXI° CONG (Congresso Post Industriale) non ha tradito le alte aspettative e si è rivelata una delle proposte culturali più interessanti e preziose della nostra regione. Il genere, che forse non ha più la carica anarchica e trasgressiva degli albori, si conferma per fortuna assolutamente non omologabile, respingente e indigeribile al music business e ai gusti del pubblico più largo abituato ai suoni commerciali. In quell’autentica orgia sonora è ancora possibile sperimentare e scoprire nuovi scenari, prospettive e orizzonti.

Secondo il Vocabolario Treccani, il rumore è qualsiasi perturbazione sonora che, emergendo dal silenzio o da altri suoni, crea una sensazione acustica, spesso considerata sgradevole, fastidiosa o priva di armonia. Il termine deriva dal latino rūmor-ōris legato dalla radice indoeuropea -reu che richiama l’idea di”gridare”,”ruggire”o”fare baccano”.

Con una parafrasi peregrina possiamo ben dire che CONG”ain’t Noise pollution”ma un Ruggito tra le macchine e l’anima che ha scosso il Capitol di Pordenone dalle fondamenta al tetto.

Quindi:”Welcome my son. Welcome to the Machine…”Flaviano Bosco / instArt 2026 ©

© Flaviano Bosco per instart