
E’ di imminente pubblicazione il”17 Re live. 1986-2026″che racconta il successo della fortunata tournée estiva nelle piazze italiane che ha festeggiato i quarant’anni di uno degli album più importanti del rock italiano di sempre. Il tour prevede anche una coda autunnale di concerti in molti teatri italiani.
Il titolo dell’album originale, curiosamente, è quello di un brano politicamente militante contro la protervia del potere che all’epoca fu scartato e che è riemerso solamente quest’anno. Nel corso di questa recensione ne riportiamo il testo.
E’stato clamoroso il concerto del gruppo toscano svoltosi in un caldo afoso da togliere il fiato, a metà agosto in piazza Grande a Palmanova.
“17 RE”Diciassette re chiusi in un quadroDove la luce genera i mostriE diciassette re, vecchio teatroDi guerra e pace, il loro nuovo videogame
Manuel Agnelli ha recentemente dichiarato e c’è da credergli davvero, che con gli Afterhours
«Non abbiamo inventato niente», ricordando Litfiba, Diaframma, Denovo e Gaznevada. «Hanno aperto loro le porte. I Litfiba, per la nostra generazione, in Italia sono stati più importanti dei Nirvana». (www.segnalisonori.it)
In formazione originale, (Piero Pelù, voce; Ghigo Renzulli, chitarra; Antonio Aiazzi, tastiere e Gianni Maroccolo, basso) nonostante i 46 anni di onorata carriera e un’età non più verdissima, la band è apparsa in splendida forma sul palcoscenico della Città stellata: scenografia efficace e minimale, luci crude e taglienti, ritmiche percussive e adrenalitiche, chitarre accuminate e taglienti, voci abrasive e ruvide. Rock’n’Roll allo stato puro.
Fin dalle prime battute Piero Pelù aveva fatto subito capire che il concerto non era per nulla una nostalgica celebrazione delle glorie passate, ma un vero e proprio atto politico di denuncia in rock contro una società sempre più degenerata ed etero diretta in cui la violenza ci viene raccontata a forza di menzogne; siamo educati ad una cultura della vendetta e Israele è un laboratorio del genocidio assurto a paradigma. Non si risparmia di fare nomi e cognomi citando per esempio le surreali dichiarazioni del ministro della difesa Crosetto che ha detto pubblicamente che le armi in guerra sono necessarie come le medicine in ospedale. Il suggerimento del cantante sono delle grosse supposte per il ministro. Chissà cosa avrà voluto intendere? Un uomo è perso senza la sua storiaE io non voglio dimenticareUn uomo è perso senza la memoriaE io non voglio dimenticareOh no, oh noChe il tempo è mio, mio, mio (Mio, mio) Tanto per capire quanto lucide sono le considerazioni del cantante, sul Corriere fiorentino di qualche giorno fa si possono leggere le sue dichiarazioni in seguito alle proteste contro il carovita del movimento studentesco e la violenta repressione poliziesca:”«Se i giovani hanno qualche cosa da dire vanno ascoltati e non repressi. Che siano istanze di voglia di studiare o di volersi sentire semplicemente vivi o cittadini di questo Paese. Naturalmente andare avanti a botte di Decreti sicurezza non risolverà nessun problema, anzi non farà altro che aumentare le divisioni e creare divisioni è criminale». Così Piero Pelù, a margine della consegna del premio Amnesty international a Firenze, ha risposto a una domanda sulle mobilitazioni studentesche e giovanili di questi giorni. «Ho figlie e nipoti e quindi mi rendo conto benissimo che quando loro non si sentono ascoltati, allora è lì che scattano i meccanismi di ribellione, più o meno incosciente. Quindi bisogna sempre tenere alto il livello di comunicazione con i giovani», che «devono essere ascoltati con i fatti». Fatti che sono «il diritto allo studio, il diritto a potersi mantenere fuori sede. Sono cose fondamentali per il futuro di questo Paese che si sta spopolando perché le nuove generazioni se ne vanno in giro per l’Europa dove hanno trattamenti infinitamente migliori di quelli che offre l’Italia. E questa è una tendenza che qualsiasi governo deve prendere in considerazione». Pelù ha anche commentato le affermazioni del rapper Marracash, «con le buone non si ottiene niente», a proposito delle proteste giovanili. «Detta da un artista fa un po’paura questa frase, effettivamente. Quando si dice con le buone non si ottiene niente, vuol dire che non si ha voglia proprio di dialogare. E quando non c’è il dialogo, c’è solo violenza e razzismo». Diciassette re controllo totaleE droni e spade, e i loro eserciti di lacchéDiciassette re vogliono il sanguePer farci amarе il re maiale Qualcuno, dopo e durante il concerto di Palmanova, ha stigmatizzato l’eccesso di prosopopea e retorica del cantante che letteralmente prima e dopo ogni brano ha voluto dire la propria opinione politica su ogni tipo di argomento di interesse generale e di scottante attualità. I risibili commenti sono stati del tipo:”Io vado a un concerto per evadere dalla quotidianità, per divertirmi e staccare la spina, voglio sentire musica non un comizio altrimenti accendo la televisione”.Chi scrive cose del genere non conosce i Litfiba che sono sempre stati politici e ribelli così come è il Rock’n’Roll e la sua anima.Per di più, chi era in Piazza Grande a Palmanova avrebbe dovuto rendersi conto anche del luogo dove si trovava. Al centro della città stellata di pianta esagonale, c’è l’enorme piazza d’armi a sei lati, ha al proprio centro il basamento dello stendardo anch’esso esagonale eretto nel 1611 da Giovanni Passalacqua, sul pennone sventola un’enorme bandiera tricolore. Sui sei lati in pietra d’Istria del monumento si trovano i seguenti motti:
1) Non fare al tuo prossimo cosa che tu non vorresti fatta a te
2) Popolo ecco qui costituito il tuo sovrano
3) Chi desidera il ritorno della antica schiavitù resti vittima sotto quest’albero



4) Guerra contro i tiranni e pace ai popoli
5) La fratellanza è la principale conseguenza dell’eguaglianza della libertà e della giustizia
6) Popolo godi dei tuoi diritti ma non dimenticare mai i tuoi doveri.
Queste sei frasi furono incise ai piedi dell’alto stendardo di Piazza Grande nel *1797 per celebrare l’arrivo della Rivoluzione Francese e la fine del dominio veneziano*.
Il motivo profondo per cui furono scelte risiede nella necessità politica di educare il popolo ai nuovi valori democratici e segnare una rottura totale con il passato regime.
Più politico di così, non si può. E’molto probabile che Pelù, gli altri musicisti e gran parte del pubblico presente non si siano resi nemmeno conto di tanta meraviglia, ma lo spirito rivoluzionario era quello; chi non è riuscito a coglierlo ha proprio sbagliato luogo e concerto.Quello che si è potuto sentire a Palmanova è autentico rock italiano d’annata che invecchiando con il tempo è migliorato. I Litfiba hanno avuto la grande idea di essere coerenti e non riarrangiare i brani di quarant’anni fa al gusto più morbido dei nostri giorni. Hanno voluto riproporre il sound stradaiolo, straccione e sudato di quando erano ragazzi. L’effetto è stato esplosivo e tellurico dimostrando di essere più”giovani”e creativi di tanti senza arte né parte che oggi spopolano sui social. Un plauso finale a Ghigo Renzulli, chitarrista solido e concreto e anche al grandissimo Gianni Maroccolo, bassista per passione e grande stratega del rock italiano come produttore discografico. Un uomo è perso sеnza la sua storiaE io non voglio dimenticareUn uomo è perso senza la memoria E io non voglio dimenticare Oh no, oh noChe il tempo è mio, mio, mio (Mio, mio) Scaletta
Febbre (introduzione) 17 Re, Come un Dio, Sulla Terra, Vendetta, ferito, Apapaia, Ballata, Re del silenzio, Pierrot e la luna, Univers, Tango, CaffèMexcal e Rosita, Gira nel mio cerchio, Cane, Resta,
Encore: Istanbul, Eroi nel vento, La preda, Tex, Caganceiro.
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