Prima di precipitare piacevolmente nelle meravigliose emozioni della nuova stagione lirica 2026/2027 del Teatro dell’Opera triestino e mentre si è appena inaugurata la stagione sinfonica, sembrano doverose ancora alcune riflessioni sugli spettacoli di quella andata in archivio.

E’sempre difficile e a volte imperdonabile fare le proprie considerazioni critiche per così dire a caldo, soprattutto quando si tratta di capolavori immortali come quelli andati in scena al Verdi nella scorsa stagione.

Davanti ad ogni nuovo cartellone con tante serate che si susseguono, l’appassionato a volte fantastica sulle future gioie; dopo l’ultimo spettacolo capita molto spesso che lo stesso cerchi di individuare i fili più o meno evidenti che si sono intessuti tra le opere cui ha assistito. A volte sono sufficienti anche motivazioni precarie ed estemporanee; in altri casi non bastano le elucubrazioni più astruse e bizantine. In realtà, alla composizione di un cartellone congiurano tutto un vortice di fattori, si intessono fili dai più diversi arcolai che devono tener conto da una parte delle intuizioni della direzione artistica, dall’altra del favore e interesse del pubblico pagante, della disponibilità del cast e delle orchestre direttori compresi, della logistica, delle caratteristiche precipue della cavea e del palcoscenico e di tanti altri fattori che solo un vero alchimista può riuscire a sposare chimicamente.

A volte le motivazioni sono molto più semplici di tutto questo andar almanaccando senza alcun costrutto, ma è comunque molto piacevole sia per i semplici appassionati, sia per i melomani incalliti cercare dei fili che uniscono le opere proposte, provando a capire se il caos e il caso possano presentarsi anche sotto forma di ordinato cronoprogramma dove ciò che segue viene dopo ciò che precede e una cosa contiene e spiega l’altra. Non è un “Mind Game” per sfaccendati, al contrario, è un esercizio intellettuale che mette in gioco conoscenze, abilità, memoria e creatività e che ci spinge a fare attenzione a ciò che vediamo e ascoltiamo. Ogni opera lirica contiene in se un mondo, che orbita attorno ad un sole, che attiene a sistemi di costellazioni che a propria volta fa parte di un universo tra gli altri. Tutte queste dimensioni vibrano assieme al nostro cuore, nello stesso istante. Possiamo anche credere che si tratti di astruse romanticherie adolescenziali, fanfaluche per animi fragili, ma è sempre meglio farsi portare dai sogni che soccombere all’incubo di una realtà totalmente disumanizzata e crudele dominata dal profitto ad ogni costo e dall’abominio fino al genocidio.

Non è impossibile, per esempio, trovare o creare un sottile filo rosso, magari di seta, che colleghi e tenga uniti i personaggi femminili di alcune delle maggiori opere in cartellone al Verdi nell’ultima stagione.

Com’è facile intuire, il collegamento fondamentale tra Giulietta (Roméo et Juliette di Charles Gounod, 1867), Cio-Cio-San (Madama Butterfly di Giacomo Puccini 1904) ed Elektra (nell’omonima opera di Richard Strauss 1909) lo troviamo nell’ideale tragico d’amore che condividono. La loro ossessione è talmente profonda che ne sono divorate fino al sacrificio di se stesse o come dice il poeta “all’abiura di se”.

Il tema stesso del suicidio come rivendicazione d’identità o liberazione è contemplato implicitamente in ogni loro scelta. Perfino i loro slanci vitali e leggeri non sono che un preludio alla rinuncia della vita. L’ideale tragico e romantico del suicidio si riverbera nelle loro azioni rivelandone la luce di tenebra.

Cronologicamente le tre donne rappresentano un’evoluzione del personaggio femminile dal tardo romanticismo all’espressionismo nell’approssimarsi delle tempeste d’acciaio del secolo breve con il crollo degli imperi centrali.

Roméo e Juliette di Charles Gounod (1867)

La Juliette di Gounod rappresenta un personaggio che nello spazio dell’opera subisce un’evoluzione radicale passando dalla spensieratezza espressa nell’aria celeberrima del primo atto: Ah! je veux vivre Dans ce rêve, qui m’enivre; Ce jour encore, Douce flamme, alla morte estatica dell’ultima scena.

E’così nel libretto di Jules Barbier e Michel Carré che ha sostenuto la prima rappresentazione dell’opera al Théâtre Lyrique di Parigi nel 1867, Giulietta è espressione del lirismo romantico francese, sogna un Dolce Amore puro e totalizzante, che sfida le leggi familiari. Vuole vivere la sua passione d’amore con tutta l’intensità possibile, spensierata e gaia.

L’aria che canta rorida di speranze contiene già quasi un sinistro presagio di un fosco futuro. Dopo i primi incantevoli versi, quelli immediatamente successivi cantano che la gioia dura poco e lascia presto lo spazio al dolore e al rimpianto. Sappiamo bene che i sogni svaniscono all’alba, l’opera di Shakespeare nel suo complesso indaga sulla realtà che è fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni, non c’è molto da stare sereni.

Sempre dalla voce di Giulietta che si risveglia dall’intorpidimento dovuto alla pozione, apprendiamo sgomenti insieme al suo amato, che:

(alzandosi alquanto)

Dieu! Qu’as-tu fait?

Gran Dio! Cos’hai fatto?

(nelle braccia di Romeo)

Va! Ce moment est doux!

Or lieta appien son io!

(Lascia cadere il pugnale.)

O jôie infinie et suprême de mourir avec toi!.. Viens!.. Un baiser!.. Je t’aime!..

M’è gioia infinita suprema il morire con te… Vien! Prendi un bacio… io t’amo!…

Che dio ci perdoni quando l’unica gioia che ci resta, l’unico modo per amarci è quello di morire insieme. E’una tragedia talmente enorme che può contenere l’esistenza di tutta l’umanità. Proprio per questo la messa in scena dell’opera di Gounod del Verdi in contemporanea con il dramma shakespeariano sempre per la regia di Paolo Valerio al politeama Rossetti ha in se uno straordinario significato.

A parte il valore dei notevoli adattamenti, perfettamente in tema è apparsa l’ambientazione della vicenda con richiami al primo conflitto mondiale e al tragico assedio di Sarajevo.

In merito, il regista Paolo Valerio ha dichiarato: “Desideravo che a questa nuova edizione di “Romeo e Giulietta” facesse sfondo un luogo universale, che raccontasse la tragedia dei due amanti in un contesto di violento contrasto, come è nel testo di Shakespeare: l’odio delle famiglie insanguina le strade di Verona. E che fosse in forte rapporto con il tema dell’inutilità della guerra, che oggi è così atrocemente, insensatamente presente, che mi sembra impossibile estraniarsene, nemmeno – o sopratutto – accingendosi ad un atto artistico, nemmeno raccontando una storia d’amore”.

Durante l’assedio il 19 maggio 1993, mentre attraversavano il ponte Vrbanja, Admira Ismić e Boško Brkić, noti come i”Romeo e Giulietta di Sarajevo”furono falciati dalla mitraglia. Lei era musulmana e lui serbo-ortodosso. Il loro legame rappresentava la perfetta armonia multiculturale di Sarajevo, dove diverse fedi convivevano pacificamente. I loro corpi rimasero distesi e abbracciati su quel ponte nella terra di nessuno per giorni, impossibili da recuperare a causa del fuoco continuo dei cecchini, diventando il simbolo universale dell’assurdità e della crudeltà della guerra.

Shakespeare a suo tempo ce lo aveva già detto, Gounod lo ha messo in musica due secoli dopo, ma noi non l’abbiamo ancora capito.

Per quanto riguarda l’adattamento dell’opera lirica, a volte la scelta registica è apparsa ridondante e sopra le righe per l’adattamento scenico tra luci, filmati d’epoca e mille drammatiche suggestioni. Brillante, nonostante qualche eccesso sanguigno, è sembrata la direzione del Maestro Leonardo Sini che ha polso fin troppo fermo, intensa l’interpretazione del tenore Galeano Salas e la soprano Nina Minasyan. Alcuni virtuosismi tecnici, soprattutto di quest’ultima, sono sembrati fuori registro e alcune volte l’orchestra ha sovrastato il cantato, ma tutto sommato la messa in scena è perfettamente riuscita. L’unione tra prosa e lirica nel segno dell’attualizzazione del messaggio di pace è stata davvero vincente dal punto di vista artistico e del riscontro di pubblico. Un’esperienza da ripetere e sostenere con entusiasmo.

Madama Butterfly di Giacomo Puccini (1904)

Le stagioni liriche del Teatro Verdi di Trieste non si distinguono certo per l’innovazione e la ricerca, anche se non mancano ottime produzioni. I cartelloni, in generale, sono sempre piuttosto tradizionali e centrati su un repertorio belcantistico che cerca sempre di accontentare i gusti degli spettatori più assidui, spesso dai capelli d’argento.

Per questo le opere contemporanee, quando ci sono, rappresentano, una parte minimale e spesso residuale dell’intero. Non è un difetto, ben inteso, e non è assolutamente necessario che si debba cercare l’innovazione e la sperimentazione a tutti i costi. Ha ragione di esistere anche un approccio alle arti performative più meditato e cauto che tenga conto anche di ciò che è stato. Senza la salvaguardia della tradizione e del repertorio non ha senso nemmeno parlare di innovazione e di ricerca.

La Stagione Lirica 2025-2026 del Teatro Verdi di Trieste ha riproposto il discutibile e già discusso allestimento ideato dal regista Alberto Triola, di Madama Butterfly di Giacomo Puccini andato in scena al Verdi alcuni anni fa. In quest’occasione, la scenografia, con qualche ottimo effetto, appariva scarna ed essenziale fino a sembrare una messa in scena concertata come tante se ne vedono. E’stato uno dei maggiori aggiornamenti rispetto alla vecchia edizione quanto mai necessario, viste le leziosità e gli inutili barocchismi del precedente allestimento.

Non è sempre necessario rappresentare l’opera in modo trionfale con i cavalli sul palcoscenico o i bastimenti con un fil di fumo all’orizzonte, la magniloquenza estetica di certi registi, ha fatto il proprio tempo, la musica e i versi bastano a stimolare il nostro immaginario, e, in questo caso, non serve nemmeno essere pedissequamente filologici ricalcando il gusto per le “giapponeserie” dello stesso Puccini. La tragedia di Cio cio san supera il proprio tempo e il nostro, proiettandosi nel futuro.

Certo è però che dell’opera lirica fanno parte integrante anche scenografie, costumi, coreografie, luci, attorialità e via di seguito; ridurre tutto questo all’osso prediligendo l’esecuzione orchestrale e il cantato è legittimo, ma l’effetto generale è di incompletezza e mutilazione.

Non sembri una contraddizione, ma la vicenda della sfortunata giovane giapponese e del suo devoto amore per l’ammiraglio Pinkerton cinico e approfittatore, per quanto riguarda la drammaturgia, in alcuni momenti, è risultato addirittura più efficace e aderente allo spirito del verismo esotico italiano. Le scene di Genuizzi e Zullo, i raffinati costumi di Sara Marcucci e i personaggi avvolti spesso in solitarie tenebre accentuano la follia d’amore della protagonista e rendono la sua livida disperazione di sedotta e abbandonata ancora più tragica se è possibile.

Nella messa in scena del Verdi perfettamente a proprio agio Vittoria Yeo dalle tonalità dolcissime e delicate. La sua grande capacità espressiva è sostenuta da pregevoli doti tecniche che, se non si sperticano in virtuosismi estremi, hanno appieno la complessità del personaggio. il Pinkerton di Vasyl Solodkyy è sufficientemente volgare e arrogante, decisamente sopra le righe, fino a risultare fastidioso, ma perfettamente in parte.

Asciutta fino ad essere scabra, ma efficace e adeguata anche se non indimenticabile, la direzione di Giulio Prandi che si è giovato dell’ottima resa dell’Orchestra del Verdi sempre all’altezza della situazione. Vibrante il Coro preparato da Paolo Longo, commovente fino alle lacrime nel celeberrimo”Coro a bocca chiusa”.

Cio cio san diventa così propriamente la vittima simbolica di un atteggiamento di stampo coloniale tipico di quello che Edward Said, scrittore palestinese naturalizzato statunitense, ha definito “Orientalismo”

Secondo Said, l’Orientalismo non è un vero discorso sull’Oriente, bensì un risultato della descrizione e dell’assunzione degli occidentali sulla premessa che l’Occidente è superiore all’Oriente. Agli occhi degli occidentali, l’Occidente è moderno, rappresentando la civiltà, il progresso, lo sviluppo, la prosperità, la libertà e l’apertura mentre l’Oriente è tradizionale e arretrato, rappresentando la chiusura, l’ignoranza, la povertà, l’antichità e la rigidità. L’Orientalismo come disciplina diventa un mezzo efficace di dominio imperialista e di discriminazione culturale. Non è difficile comprendere che questo atteggiamento è tutt’altro che anacronistico purtroppo.

Madama Butterfly vive un progressivo isolamento dal mondo circostante e sceglie di darsi la morte attraverso una vera e propria messinscena rituale: compie il suicidio d’onore (jigai) bendando il figlio, inchinandosi davanti alla statua di Buddha e usando il pugnale del padre su cui è inciso: “Chi non può vivere con onore, muoia con onore”.

Com’è noto Puccini trasse la sua opera da un dramma teatrale a propria volta ispirato ad alla storia vera di Maki Kaga: la donna fu identificata come la madre naturale del piccolo Tomisaburo (nato nel 1870), poi preso in carico/adottato dalla famiglia del mercante scozzese Thomas Blake Glover. Fu la stessa Jennie a soprannominarla familiarmente “Cho-Cho-San” (signora Farfalla). La vera Butterfly non si suicidò ma finì per risposarsi e morì nel 1906 a Nagasaki, una città simbolicamente molto significativa per la contemporaneità.

Le nostre cronache attuali sono purtroppo piene di tragedie molto simili che ci raccontano di tante ragazze illuse e ingenuamente appassionate, coinvolte in inganni e menzogne che promettono di salvarle e invece le condannano ad una condizione d’emarginazione e nei casi peggiori alla morte. Due film in particolare ci aiutano a capire la complessità e la modernità della vicenda nelle sue mille sfaccettature: M.Butterfly di David Cronenberg (1993) e il più recente Anora di Sean Baker (2024).

Elektra di Richard Strauss (1909)

L’opera che ha chiuso la stagione lirica 2025/2026 del Teatro Verdi di Trieste, è stata considerata dalla critica e dal pubblico come una delle messe in scena più riuscite, memorabili e potenti degli ultimi decenni, sia dal punto di vista strettamente musicale, sia per resa dello spettacolo.

Rappresentata l’ultima volta a Trieste nel 1978, Elektra, in questa nuova versione, è apparsa ispirata, tellurica e cupa, carica di attualità e significato visti anche i tempi che stiamo affrontando. Niente sembra essere più contemporaneo del tema della vendetta, della brama di sangue e della dissoluzione di se nella vertigine del rancore.

Ispirato dall’omonima tragedia sofoclea (circa 413 a.C.) Hugo von Hofmannsthal immaginò il suo dramma teatrale “Elettra” dalla quale adattò il libretto per l’opera del grande compositore viennese facendone uno dei capisaldi dell’espressionismo modernista tedesco.

Elektra, che ebbe la sua prima alla Königliches Opernhaus di Dresda il 25 gennaio 1909, saluta la cosiddetta “Felix Austria” o in altro contesto “Belle Ėpoque” e vede spalancarsi davanti a se la voragine dei conflitti mondiali.

Non è difficile intravvedere nella vicenda della povera figlia di Agamennone il terribile destino dell’Occidente che ancora ci condanna.

L’opera di Strauss è profondamente legata alle considerazioni di F.W. Nietzsche nel suo “La nascita della tragedia dallo spirito della musica, ovvero grecità e pessimismo”(1872-1886).

*Il filosofo di R**öcken contrapponeva all’ideale neoclassico una visione dell’antica Grecia radicalmente diversa e inquietante; alle forme ideali e alla bianchezza da clorosi dei marmi levigati contestava una violenza brutale e dionisiaca, intrisa di ferocia animale e di sangue cambiando per sempre tutte le possibili prospettive interpretative. Il mondo greco diventava così il risultato del connubio e del contrasto tra l’ordine armonico rappresentato dalla razionalità del principio Apollineo e quello che prende il nome da Dioniso il dio dell’ebbrezza, delle pulsioni ctonie, degli eccessi e della dissoluzione.*

Considerazioni che all’epoca generarono un grande scandalo nel mondo accademico e la conseguente ostracizzazione di Nietzsche che ebbe però grande fortuna postuma. Come è evidente anche nel poema sinfonico Also sprach Zarathustra (Così parlò Zarathustra) espressamente dedicata al filosofo, Richard Strauss aderì completamente a quella nuova visione per certi versi paradossale.

Elektra mette in scena passioni estreme, come la vendetta e l’ossessione tragica e morbosa del furore dionisiaco; la stessa protagonista ebbra e resa folle dall’orgasmo e dalla vertigine animale del sangue, nel parossistico finale, si scatena in un’orgiastica danza finale di morte. Sulle cime della disperazione l’irrazionale prevale sull’ordine e la pulsione di morte sull’istinto di conservazione. Naturalmente, tutta questa devastante energia si traduce in una composizione musicale di grande forza e frenesia. L’atmosfera è funesta, luttuosa e atroce fin dal primo attacco.

*Per ospitare tanta angosciosa ferocia in musica gli spazi del Teatro Verdi sono stati profondamente trasformati dalle visionarie scenografie di Benito Leonori, spostando gli 86 orchestrali direttamente sul palcoscenico e trasformando il “Golfo mistico” e alcune file della platea in un ulteriore spazio scenico, un’enorme vasca marmorea nella quale “danzavano” le anime dannate degli assassinati. La sapiente regia di Marco Filiberti** ha saputo trasformare l’allestimento in un luogo purgatoriale senza tempo davvero suggestivo e coinvolgente.*

Il sempre ottimo, deciso e amatissimo direttore Enrico Calesso ha eseguito la partitura con la riduzione orchestrale di Otto Singer drammatica e furiosa giovandosi dell’Orchestra del Teatro Verdi che ancora una volta ha dimostrato tutta il proprio valore di perfetta “macchina da musica”.

*Assolutamente straordinaria per intensità l’interpretazione vocale e la presenza scenica di **Elena Batoukova-Kerl che ha dato voce alla sfortunata Elektra rivelando una voce potente che ha sovrastato l’orchestra e che è stata in grado di trasmettere al pubblico anche una sorta di inquietudine e autentico pavore. Di ottimo livello anche la prestazione della Crisotemide Simone Schneider, che ha sostenuto e fatto ancor di più risaltare lo sgomento drammatico della protagonista cui si affiancava.*

Con la morte sulla scena di Elektra tra le convulsioni di una danza furibonda si chiudeva la stagione 2025/2026 del Teatro Verdi in un diluvio di applausi e autentiche sentite ovazioni da parte del pubblico.

E’ormai imminente la prima della nuova stagione che canterà le gesta del cavaliere del cigno, Lohengrin di Richard Wagner e le premesse sono quelle di un altro cartellone di straordinario interesse. L’opera del compositore tedesco sembra purtroppo anche perfettamente in tema con i timori e i clamori dei nostri tempi terribili. Dice il re Enrico l’uccellatore nel primo atto:

“Spirato ormai è il termine, e il tributo si nega…e s’arma il nemico con minaccia selvaggia. Ora è giunto il tempo di salvaguardare l’onore dell’impero; ad oriente o ad occidente, la causa valga per tutti! Quel che si chiama terra tedesca, levi schiere a battaglia; allora per certo nessuno più insulterà all’Impero tedesco!”

Il cosiddetto nemico viene anche oggi da est e la Germania sta scommettendo sull’imminente conflitto, soffiando sul fuoco della contrapposizione tra Oriente e Occidente. Speriamo che non ci sia un nuovo Himmler a indicare in Lohengrin il proprio eroe tedesco. Sono tutte cose che abbiamo già visto e non portano verso niente di buono.

Per ora concentriamoci solo sulla musica. Evviva il teatro Verdi.

Flaviano Bosco / instArt 2026 ©

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