La presentazione del quartetto che ha inaugurato il tour italiano al Teatro Giovanni da Udine il 19 marzo scorso al Teatro Giovanni da Udine ha creato negli appassionati del genere una grossa aspettativa: “Quando a interpretare la musica di Eric Clapton sono i musicisti che hanno scritto la storia accanto a lui, condividendo decenni di concerti e incisioni, il risultato va oltre il concetto di tributo”. The Cream of Clapton Band è un sodalizio nato proprio da questa esperienza condivisa ed è un progetto riconosciuto e sostenuto dallo stesso Clapton. Il cuore pulsante della band è costituito da Nathan East, storico bassista del chitarrista inglese e Steve Ferrone, batterista protagonista di alcune delle stagioni più importanti della sua lunghissima carriera. La formazione include Will Johns, chitarrista, cantante e nipote di Eric Clapton, e Noah East, tastierista e figlio di Nathan East. La band dopo il tour lungo lo Stivale si trasferirà negli USA. L’evento, in quest’occasione, è stato organizzato da VignaPR e FVG Music Live. Fin dall’inizio della performance è facile accorgersi che imitare Clapton sia come strumentisti che come cantanti non deve essere facile. Clapton è universalmente riconosciuto come uno dei chitarristi più influenti nella storia del blues-rock, ma spesso è stato sottovalutato il suo stile di canto, lieve ma presente, non appariscente ma efficace. Insomma, fin dalle prime note tutto fila liscio ma si sente la mancanza di un “peso specifico” dei brani proposti, molto lineari e precisi, ma quasi mai in grado di volare alto. Il numeroso pubblico presente, come al solito un po’ avanti negli anni (come chi scrive, peraltro), comunque apprezza e applaude a scena aperta. Tra i brani dei Cream eseguiti dal quartetto si segnala l’immancabile White room, contraddistinta da diversi cambi di ritmo e col suo inconfondibile riff. Will Johns a volte sembra indugiare nella tastiera, dimostrando un certo timore reverenziale e un rispetto quasi mistico nei confronti dell’illustre chitarrista che sta interpretando. Si apre una parte unplugged, che viene introdotta spiegando la genesi dell’omonimo e bellissimo album pubblicato nell’agosto del 1992. Un album storico che contiene una delle perle più preziose del repertorio di Slowhand, la bellissima Tears in heaven. La canzone, scritta da Clapton assieme a Will Jenning, è dedicata al figlio Conor, scomparso tragicamente nel 1991 a solo 4 anni precipitando da un grattacielo dove viveva con la madre Lory Del Santo. E’ uno dei brani più toccanti e delicati mai scritti e interpretati da Eric Clapton. La parte unplugged propone anche Layla, scritta da Clapton e Jim Gordon nel 1970; il gruppo ha optato per la versione acustica del brano. In Wonderful tonight si sente una creta timidezza nel suonare l’inciso, ma ci rendiamo conto per l’ennesima volta che il tocco di Clapton è praticamente impossibile da riprodurre. La scaletta ripercorre i brani più conosciuti come I shot the sheriff (di Bob Marley) e l’immancabile Cocaine, che Eric Clapton inserì nel suo capolavoro Slowhand (1977) reintepretando l’originale scritto dall’amico J.J. Cale, col quale registrò assieme l’album The road to Escondido nel 2006. Manca nella scaletta un altro brano di J.J. Cale che Clapton portò al successo: After midnight. Il concerto scorre liscio e il bis è affidato a Crossroads del 1973. Il pubblico ha apprezzato e seguito il concerto con molta attenzione. E’ mancato un po’ di blues in più. Mi sarebbe piaciuto ascoltare, ad esempio, Double trouble, scritto da Otis Rush e incluso nel bellissimo album di Clapton Just one night del 1980. Insomma, abbiamo assistito a un bel concerto sorretto dalla perfetta base ritmica del duo East – Ferrone , con la consapevolezza che riprodurre lo stile di Eric Clapton sarà sempre un mestiere difficile per chi è chiamato sul palco a svolgere questa parte.