Intervista al pianista che porta a Trieste il suo “Piano Solo” e il docufilm “Tutta vita” di Valentina Cenni: un racconto sull’ascolto, sull’imprevisto e sulla libertà creativa
A volte la musica più importante non è quella che si sente, ma quella che sta per accadere. Vive nei silenzi prima dell’attacco, negli sguardi fra i musicisti, nelle esitazioni, nella disponibilità a cambiare direzione all’ultimo istante. È proprio questo territorio fragile e imprevedibile che attraversa Tutta vita, il docufilm diretto da Valentina Cenni dedicato alla residenza artistica goriziana, a cura di Euritmica nell’ambito del progetto Ponte a Nord-Est per GO!2025, che a febbraio dello scorso anno ha riunito alcune delle figure più importanti del jazz italiano contemporaneo (Enrico Rava, Paolo Fresu, Antonello Salis, Daniele Sepe, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto, Stefano Bollani, Frida Bollani Magoni, Matteo Mancuso e Christian Mascetta). La proiezione è resa possibile dalla collaborazione tra Euritmica, La Cappella Underground e Bonawentura.



La stessa idea di ascolto radicale attraversa anche il “Piano Solo” con cui Stefano Bollani torna il 29 maggio al Politeama Rossetti di Trieste: il concerto chiude la diciannovesima edizione di Note Nuove, la rassegna di Euritmica dedicata ai linguaggi della musica contemporanea e alle loro contaminazioni artistiche.
Sarà un’esibizione unica, costruita sul presente, sull’improvvisazione e sulla possibilità che ogni serata prenda una forma diversa da quella immaginata, e che sarà preceduta dalla proiezione di Tutta Vita, alle 18 al Cinema Ariston, alla presenza di Bollani e Cenni.
Nel documentario non emerge soltanto il lavoro musicale, ma anche tutto ciò che lo rende possibile: le pause, le attese, le relazioni umane che si costruiscono nello spazio fragile dell’ascolto reciproco. Una materia invisibile che Bollani considera centrale quanto il suono stesso.
Da tutto questo nasce anche questa conversazione con il pianista e compositore: un dialogo che attraversa improvvisazione, silenzio e libertà creativa, fino a trasformarsi in una riflessione più ampia sul rapporto fra arte e presente.
-In “Tutta Vita” colpisce il momento che precede la musica: gli sguardi, i sorrisi, le attese, le esitazioni. Quanto conta il silenzio nell’improvvisazione, non come pausa ma come vero materiale compositivo?
«Conta molto. Tutti abbiamo un maestro in Miles Davis. Il silenzio conta tantissimo. Io ringrazio sempre le parole di Miles Davis, che su questo insisteva molto. “Non suono quello che c’è. Suono quello che non c’è”, diceva. E ci invitava sempre ad ascoltare Ahmad Jamal: il suo modo di suonare giocava molto sui silenzi. Capire e fare propri i sottintesi della musica, quelli che riempiono le pause è fondamentale».
-In un’epoca in cui tutto tende alla ripetibilità e all’archiviazione, il concerto improvvisato conserva ancora una forma di resistenza?
«L’improvvisazione è la radice di tutte le musiche del mondo ed è qualcosa che resisterà e continuerà sempre. Se ci pensi anche i compositori, quando scrivono, improvvisano: provano, cercano, cambiano. Poi decidono cosa fissare e cosa no, ma l’atto compositivo in sé è improvvisazione pura. Per esempio quando penso ai musicisti classici che non improvvisano, provo quasi dispiacere, tristezza. È una privazione».
-E cosa suggeriresti loro? Come potrebbero “togliersi” da quella che può diventare una gabbia tecnica anziché un a possibilità?
«Non c’è un consiglio unico: è una cosa che funziona con i singoli musicisti, non si può generalizzare. Per esempio Pitagora usava la musica come medicina: curava le persone dando loro dei canti da eseguire a casa, con i quali curarsi. Però li dava diversi a ciascuno, perché conosceva caso per caso le persone. Un po’ come quando mi chiedono “a una persona che non ama il jazz, quale disco consiglieresti?” Non c’è una risposta univoca… anche qui, come dal medico, ognuno ha la sua strada per arrivare a un risultato. Però si può. Tutti possono improvvisare».
Nel racconto di Bollani l’improvvisazione non riguarda soltanto la musica. È piuttosto un modo di stare dentro il presente, accettando il rischio dell’ascolto e la possibilità di cambiare il cammino strada facendo. Ed è forse proprio questa, oggi, la sua forma più contemporanea.
Marina Tuni / instArt 2026 ©