
La pietra di Heel, o pietra del sole, celebre per segnare l’alba del solstizio d’estate, si trova a Stonehenge, vertice ideale di un triangolo con Canterbury e Cambridge, al centro del quale si colloca Londra. L’alba musicale dell’Inghilterra anni ’60 è Liverpool, ma subito dopo è proprio in questo triangolo che esplode la psichedelia con le sue molteplici derivazioni. Una di queste, nel segno dell’idea di “espandere”, nasce a Canterbury, dove viveva il giovane Robert Wyatt, ancora non batterista, appassionato di jazz e alle prese con la classica gavetta del musicista esordiente.
La storia vera inizia con Jet propelled (demo del 1967 pubblicati poi nel 1972), dove con Wyatt ci sono l’australiano Daevid Allen, in seguito fondatore e anima dei Gong, Roy Ayers e Mike Ratledge, il cui organo distorto diventa da qui in avanti una delle firme del cosiddetto Canterbury sound. Poi Allen resta bloccato in Francia, Ayers lo raggiunge, e si unisce al basso Hugh Hopper: questa formazione pubblica Soft Machine I (1968) e poi Soft Machine II (1969), con l’ingresso di Brian Hopper al sax. Sono due dischi di jazz rock, attraversati da influenze di Frank Zappa e Terry Riley, testi legati alla patafisica di Alfred Jarry e brani ancora spezzettati, frammenti di canzone. Da eroe dell’underground londinese, il gruppo si sposta progressivamente verso territori sempre più vicini al jazz.
È con Third (1970) che il percorso si compie: entra al sax Elton Dean, insieme a vari ospiti, e i tre lunghi strumentali firmati da Hopper e Ratledge diventano la pietra di paragone del sound del gruppo. Accanto a questi c’è un capolavoro firmato da Wyatt, moon in june, che descrive letteralmente quel periodo. Proprio questo brano diventa la pietra dello scandalo: Wyatt guarda ancora verso le “canzoni”, mentre gli altri puntano verso le escursioni strumentali.
La frattura è insanabile e si sente in Fourth (1971), dove Wyatt è ormai quasi estraneo e lascia il gruppo: tutto resta in mano a Ratledge e Hopper, sempre più orientati a un incontro fra rock-jazz e avanguardia elettronica. Ma senza le “canzoni” di Wyatt, i Soft Machine perdono uno dei loro tratti caratteristici. Il risultato è un lavoro di cesello sempre più estenuante, come su una pietra di Qingtian che ad ogni colpo, invece di abbellirsi, perde un pezzetto e si impoverisce. Restano comunque inserti notevoli, come l’uso di diversi strumenti a fiato, capaci di tenere alto lo standard qualitativo.
Il percorso prosegue con Seven (1974), quando abbandona anche Hopper, e poi con Bundles (1975), dove si impone almeno la chitarra pirotecnica di Allan Holdsworth. Seguono Softs (1976), ormai senza Ratledge e con l’arrivo di John Etheridge alla chitarra, e Land of cokayne (1981): a questo punto i Soft Machine sono praticamente una band fusion, lontanissima dai richiami psichedelici che pure avevano alimentato la loro identità. Nel frattempo i musicisti registrano vari lavori in progetti “satellite” come Soft works, soft ware e legacy, frammentando nome e musica della band, pietra miliare dell’avanguardia musicale, in una pietra ollare dove i resti del passato sfrigolano fino a diventare una poltiglia indigesta.
Poi il nome Soft Machine torna in primo piano. Sotto la guida di Theo Travis, ex fiati dei Gong, e di John Etheridge, la nuova incarnazione pubblica Hidden details (2018), Other doors (2023) e Thirteen (2026), che riprende la vecchia numerazione. La presenza di Travis fa sì che questi album assomiglino più ai Gong che ai vecchi Soft Machine, con ulteriori rimandi e “furti” di cellule musicali a Radiohead, Pink Floyd, King Crimson, Yes e Mahavishnu Orchestra.




Nel recente Thirteen, dopo l’iniziale lemon poem song, firmata da Asaf Sirkis, nuovo batterista che qui si mette in mostra insieme alle chitarre di Etheridge, si passa a open road, costruita su un pattern bachiano su cui i fiati entrano prima in modo dolce, poi cupo, in un crescendo floydiano. In Seven hours il sax finale richiama persino alcuni stilemi del folk/liscio, che tornano anche in Time station, sempre di Travis. Waltz for Robert, scritta da Sirkis, riporta a sonorità più jazzate in stile Gong, con il flauto di Travis in evidenza e un impressionante solo di basso di Baker.
The longest night è la suite del disco, in equilibrio fra prog-rock e jazz, e raccoglie molte delle influenze citate: ascoltata a occhi chiusi, è il brano che più riporta agli anni Settanta. Seguono Disappear, scritta ed eseguita al piano da Sirkis in evidente estasi debussiana, e Green books, firmata da Etheridge, molto vicina ai Gong. Dopo la crimsoniana Turmoil, a firma del nuovo bassista Fred Baker, arriva il finale con Daevid’s special cuppa: il titolo dice tutto, perché Travis ha recuperato una registrazione risalente al periodo Gong, sovraincidendo qui la famosa glissando guitar di Daevid Allen, quasi fosse la pietra di Oreb, quella che nella Bibbia dissetò gli ebrei nel deserto e che, per traslazione, rimanda a Cristo che dona la vita eterna.
L’impegno di Travis e dei suoi è comunque ammirevole e privo almeno del solipsismo musicale degli attuali Gong. Se i Gong senza Allen hanno perso la linfa vitale, i Soft Machine hanno cercato di recuperarla proprio dalla pietra di Enoch, la pietra di fondazione, il folletto che ha posto le basi per entrambi i gruppi. Non basta, però: la vera pietra miliare restano i primi album, senza disdegnare qualche episodio successivo. Le sonorità più delicate di Travis, pur togliendo quel gusto gotico e agghiacciante di certe distorsioni che hanno fatto storia, riportano alla leggerezza di alcuni passaggi degli esordi, quelli di Wyatt, Ayers e Allen.
La chiusura dell’avventura Soft Machine sembra così degna, con un glissando finale suonato da uno dei fondatori a chiudere il cerchio. Più probabilmente, Travis sta cercando di mettere una pietra sul passato per aprire un altro giorno, una nuova alba come a Stonehenge. Ma il rischio resta: che il cerchio diventi una piatta e banale ripetizione, e che una pietra miliare si trasformi in un semplice masso pesante.
© Stefano Simonato per instArt