
Pordenone, 17/01/2026 – Capitol Pordenone – Estensioni Jazz Club Diffuso – Banco del Mutuo Soccorso (Vittorio Nocenzi – Organo e sintetizzatori, pianoforte; Michelangelo Nocenzi – Pianoforte e tastiere; Filippo Marcheggiani – Chitarra elettrica; Marco Capozi – Basso elettrico; Andrea Bruni – Batteria; Tony D’Alessio – Voce solista) – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026
Banco del Mutuo Soccorso: Vittorio Nocenzi (tastiere e voce) Filippo Marcheggiani (chitarra) Tony D’Alessio (voce) Marco Capozi (Basso) Michelangeo Nocenzi (tastiere) Andrea Bruni (batteria)
Nel ricchissimo programma per il nuovo anno del Capitol di Pordenone ha brillato una gemma luminosa, una stella che da decenni indica la direzione dell’autentica musica italiana. Il Banco del Mutuo Soccorso, è stato protagonista di una serata semplicemente straordinaria, inserita nel sesto anno della rassegna “Estensioni – Jazz Club Diffuso” di Slou Società Cooperativa. Il sold out del concerto ha dimostrato che la loro luce non si è per nulla affievolita nonostante la tetra cupezza del nostro presente.
Alle 21.29 si spengono le luci e la band sale sul palco. Vittorio Nocenzi, prossimo ai 75 anni, seduto alle tastiere dice: “Questa terra friulana ci mancava da troppo tempo. A 50 anni dal terremoto continuate ad essere un esempio per il nostro paese come gente di buona volontà che ha saputo tirarsi su le maniche”

Pordenone, 17/01/2026 – Capitol Pordenone – Estensioni Jazz Club Diffuso – Banco del Mutuo Soccorso (Vittorio Nocenzi – Organo e sintetizzatori, pianoforte; Michelangelo Nocenzi – Pianoforte e tastiere; Filippo Marcheggiani – Chitarra elettrica; Marco Capozi – Basso elettrico; Andrea Bruni – Batteria; Tony D’Alessio – Voce solista) – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026
Il buon Vittorio non sa che quel Friuli ormai esiste solo nelle cartoline e nella retorica delle pro loco, che la solidarietà e la fratellanza di un tempo si sono trasformate in gran parte in algida indifferenza verso le sofferenze dei più miseri. Il consumismo ha reso possibile qui come altrove, quella mutazione antropologica che non era riusita nemmeno al fascismo, come diceva l’ultimo disperato Pasolini.
“Uomo, non so, se io somiglio a te, Non lo so, Sento che però non vorrei, Segnare i giorni miei con i tuoi, No, no, no”.
Mentre i friulani pontificano sulla specialità della propria lingua, dei valori e della cultura nei wine bar del centro di Udine, nell’immediata periferia della città i migranti muoiono letteralmente di freddo e di fame “Senza un Cristo che sia là”.
Nocenzi, romantico e nostalgico come le sue composizioni, ricorda che la sua prima cotta adolescenziale fu una bella ragazza friulana alla scuola media: capelli lunghi neri, occhi azzurri, alta e con un certo portamento elegante: “Già l’acqua inghiotte il sole, ti danza il seno mentre corri a valle…Nell’ombra sto, sto qui a vederti”.
Le regole dello spettacolo prevedono a volte anche la “captatio benevolentiae” e Nocenzi, da vecchio lupo di mare, lo sa bene e quando ha finito con la sua logorrea appoggia le dita sulla tastiera e fa decollare l’aereo della nostalgia e della bellezza.
Il Banco sa sempre farsi amare, il suo sound oggi appare più dolce e melodico, forse un tantino anacronistico, ma di certo affascinante.
O sono cambiati loro, o ci siamo abituati noi. Quello che negli anni del prog sembrava fin troppo aggressivo e veloce, oggi appare perfettamente adeguato e ottimo anche a livello del messaggio veicolato. E’ un segno chiaro del fatto che a quel tempo la loro creatività era proiettata in avanti, ora quel futuro è arrivato e forse non è il migliore tra quelli possibili.
Si dimentica troppo spesso che fin dal nome la band ha un’ispirazione politica e sociale molto forte. A quasi sei decenni dalla sua fondazione nel 1968, la band continua a essere la migliore testimone della propria coerenza.
A differenza del rock progressivo internazionale, quello italiano ha sempre avuto una solida base politica progressista, i testi medievaleggianti e la musica rock sinfonica non sono mai stati un’astrazione fantastica, ma sempre una metafora del vivere e un germoglio di rivolta.
Esplicito e paradigmatico a questo proposito il loro terzo album “Io sono nato libero” (1973) che contiene: “Canto nomade per un prigioniero politio”, la canzone ispirata alla detenzione e morte del poeta Victor Jara durante il golpe cileno dell’infame Augusto Pinochet (11/09/1973):
“E voi donne dallo sguardo altero/Bocche come melograno, non piangete/ Perchè Io sono nato, nato libero, libero/Non sprecate per me una messa da Requiem/ IO SONO NATO LIBERO!”
Così anche dopo 50 anni quando li si va a vedere, non si deve dimenticare che, accanto alla naturale nostalgia e rimpianto per i bei tempi andati, è necessario ricordarsi di quegli ideali, aneliti e aspirazioni e ricominciare a crederci, una buona volta, magari facendo qualcosa di concreto a “pugni chiusi” per arginare la disgustosa marea nera che sta insozzando le nostre esistenze.
Come Vittorio Nocenzi ha ricordato più volte dal palcoscenico, fuori dal locale dove si svolgeva il concerto c’erano alcuni volontari di Emergency con il loro banchetto. Certo non è possibile lavarsi la coscienza elemosinando solo qualche soldo, ma può essere già un punto di partenza riflettere attraverso quel gesto sul fatto che nella Striscia di Gaza occupata i bambini vengono ritenuti curabili solo fino ai 6 anni, quelli più grandi vengono assimilati agli adulti e perciò automaticamente a nemici da combattere e reprimere.
Il concerto è fatto di lunghe suite, spesso in crescendo con grande attitudine al sinfonismo e si giova di splendidi virtuosismi chitarristici di Filippo Marcheggiani e della ritmica di Andrea Bruni.
Puro Rock Progressivo all’italiana come previsto, sofisticato ma non troppo cerebrale e metafisico. L’esempio lampante è sempre il brano “Metamorfosi”, essenzialmente strumentale, diviso in più parti che compongono un affresco sonoro congruente che vuole dare una rappresentazione sensibile del cambiamento e dell’adattarsi della vita alle sfide che l’esistenza le pone. L’ispirazione dichiaratamente bachiana sa farsi forza della strumentazione elettronica per esplorare l’orizzonte del divenire.
Si è parlato molto durante il concerto, Vittorio Nocenzi ha filosofeggiato sulla tonalità in Do maggiore, che spesso si ritiene tra le più scontate per quanto riguarda la musica popolare, ma la banalità dipende sempre dal punto di vista e dalla nostra prospettiva. Con alcune improvvisazioni sul tema, il compositore ha dimostrato che una grande emozione si costruisce anche a partire da accordi che ci sembrano prevedibili. Ciò che è straordinario, in molti casi, non è nient’altro che una variabile della mediocrità.
Tutti gli arrangiamenti e le musiche hanno come baricentro le tastiere di Nocenzi. Gli altri musicisti non sono mai davvero protagonisti, ma nemmeno comprimari o peggio comparse. Garantiscono una profondità e una luminosa robustezza al suono della band.

Pordenone, 17/01/2026 – Capitol Pordenone – Estensioni Jazz Club Diffuso – Banco del Mutuo Soccorso (Vittorio Nocenzi – Organo e sintetizzatori, pianoforte; Michelangelo Nocenzi – Pianoforte e tastiere; Filippo Marcheggiani – Chitarra elettrica; Marco Capozi – Basso elettrico; Andrea Bruni – Batteria; Tony D’Alessio – Voce solista) – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026
Tony D’Alessio, il cantante ormai anche lui storico, ha avuto l’ingrato compito di continuare il lavoro mirabile di Francesco Di Giacomo, una delle voci più singolari e preziose della musica italiana di sempre. Bisogna riconoscere che D’Alessio ha saputo inserirsi nella band con grande intelligenza e senza mai volersi sovrapporre o plagiare ciò che era venuto prima. La sua voce di base “operistica” ha avuto ottimi riscontri e ancora non perde brillantezza. Medesimo discorso vale anche per il chitarrista Filippo Marcheggiani che ha dovuto sostituire l’inarrivabile Rodolfo Maltese.
Visto che i classici valgono sempre e sono davvero immortali è stata la volta de “Il Ragno”: “Parli di vita e di morte, non mi va, Stai seduto sui tuoi pensieri, come un vecchio ladro fallito, io da sempre ho usato l’astuzia, coi miei giochi di geometria è sciocco rischiare”.
Il Ragno rappresenta lo spietato opportunismo che ammorba i nostri giorni nei quali sembra non sia più necessario riflettere, ma solo seguire pedissequamente il filo tessuto da qualcun altro che non aspetta altro che di divorarci.
I testi e la musica appartengono alla creatività e all’immaginario di artisti con il cervello non ancora corrotto dal digitale e dall’A.I.
Nocenzi, divertito, racconta che la sera precedente il Banco aveva suonato al Teatro Sociale di Piangipane, voluto e pagato con una colletta dalla Cooperativa Agricola Braccianti della zona nel 1911 e inaugurato 1921, una vera opera culturale dal basso che il chitarrista Marcheggiani ha paragonato a quella del glorioso Deposito Giordani di Pordenone nei locali del quale il Banco suonò durante il tour del quarantennale nel 2012. Tutte virtuose situazioni di Resistenza culturale che fanno comunque grande il nostro sempre miserabile paese.
Uno dei brani che più di ogni altro sottolinea la necessità di prendere su se stessi la responsabilità della propria dignità, delle proprie scelte è “La conquista della Posizione eretta”, meravigliosa suite tratta dall’album “Darwin” del 1973 che allora garantì quella speranza nel futuro che non è ancora morta.

Pordenone, 17/01/2026 – Capitol Pordenone – Estensioni Jazz Club Diffuso – Banco del Mutuo Soccorso (Vittorio Nocenzi – Organo e sintetizzatori, pianoforte; Michelangelo Nocenzi – Pianoforte e tastiere; Filippo Marcheggiani – Chitarra elettrica; Marco Capozi – Basso elettrico; Andrea Bruni – Batteria; Tony D’Alessio – Voce solista) – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026
Nel primo movimento si evoca il caos primigeneo attraverso la ritmica che simula le esplosioni vulcaniche, i terremoti e la forza degli elementi all’alba del nostro pianeta. E’ un incedere drammatico e incandescente che a distanza di cinquant’anni dalla sua prima esecuzione è ancora assolutamente efficace. “E bevono i miei occhi, i voli, i salti, La mie foreste e gli altri, E dove l’aria in fondo tocca il mare, Lo sguardo dritto può guardare”.
Nocenzi trasse dichiaratamente la prima ispirazione per questa composizione dalle atmosfere de “L’uccello di fuoco” e “La sagra della primavera” di Igor’ Stravinskij. Il grande maestro russo nel suo autobiografico “Cronache della mia vita” a riguardo scrisse:
“Un giorno, in modo assolutamente inatteso, perchè il mio spirito era allora occupato in cose del tutto differenti, intravvidi nella mia immaginazione lo spettacolo di un grande rito sacro pagano: i vecchi saggi, seduti in cerchio, che osservano la danza fino alla morte di una giovinetta che essi sacrificano per rendersi propizio il dio della primavera”.

Pordenone, 17/01/2026 – Capitol Pordenone – Estensioni Jazz Club Diffuso – Banco del Mutuo Soccorso (Vittorio Nocenzi – Organo e sintetizzatori, pianoforte; Michelangelo Nocenzi – Pianoforte e tastiere; Filippo Marcheggiani – Chitarra elettrica; Marco Capozi – Basso elettrico; Andrea Bruni – Batteria; Tony D’Alessio – Voce solista) – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026
Anche se l’immaginario della band è stato spesso venato di cristianesimo e di politica progressista (paradigmatici gli album “Garofano Rosso” e “Come in un’ultima cena”, entrambi 1976) con il loro profondo senso del sacro e la spiritualità naturale hanno saputo creare un orizzonte comune e universale nel quale ognuno di noi può riconoscere.
Tra i tanti brani del concerto anche alcuni della produzione più recente come “Eterna Transiberiana” dall’album del 2019, ottimo concept sulla realizzazione e sulle suggestioni della ferrovia che da Mosca, dopo 9200 Km, raggiunge Vladivostok. La grande opera ingegneristica è intesa come metafora del nostro itinerario esistenziale, espressa mirabilmente attraverso un rock sinfonico classico che non rappresenta un’innovazione rivoluzionaria, ma che è in grado di regalare stupende emozioni.
Non poteva mancare in scaletta uno dei brani più belli ed energici della storia del rock italiana:
“R.I.P. (Requiescat in pace) dal primo glorioso album della band del 1972. Racconta con una ritmica travolgente, taglienti riff chitarristici ed evocative tastiere l’ultimo campo di battaglia di un vecchio soldato cui non è rimasto niente dopo tante avventure e sangue se non un pugnale piantato a fondo nel petto: “Su cumuli di carni morte, hai eretto la tua gloria, ma il sangue che hai versato su di te è ricaduto, La guerra è finita.”
Se ci guardiamo intorno questi versi risultano quanto mai attuali anche se sono passati dieci lustri, i vecchi soldati continuano ad essere sostituiti da giovani idioti la cui sete di sangue sembra non estinguersi mai.

Pordenone, 17/01/2026 – Capitol Pordenone – Estensioni Jazz Club Diffuso – Banco del Mutuo Soccorso (Vittorio Nocenzi – Organo e sintetizzatori, pianoforte; Michelangelo Nocenzi – Pianoforte e tastiere; Filippo Marcheggiani – Chitarra elettrica; Marco Capozi – Basso elettrico; Andrea Bruni – Batteria; Tony D’Alessio – Voce solista) – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026
Nei generosi bis a fine concerto, oltre a improvvisazioni spericolate, un bel medley di grandi hit del gruppo come: Moby Dick, Paolo Pa, Non mi rompete.
A noi non resta che sperare nella musica continuando a sognare il volo astrale del grande cetaceo:
“Grande Moby Dick, regina madre segui le stelle che sai…La sorte corre nella tua scia colpo di coda e vola via. E danzerai sopra una stella marina, E danzerai colpendo al cuore la luna…”
Flaviano Bosco / instArt 2026 ©