
Uno spettacolo che è una garanzia, se poi si manifesta nel piazzale di un castello, diventa una favola! Amarcord? Forse sì, ma quando le canzoni che senti cantate da tutti i presenti sono tante, qualcosa di magico sta succedendo. E non è solo questione di nostalgia. È la dimostrazione che alcune canzoni attraversano il tempo senza perdere la loro forza, continuando a trovare posto nella memoria di chi le ha vissute e di chi le scopre oggi. Basta guardarsi attorno per capire che, per una sera, generazioni diverse parlano la stessa lingua.
Raf ripercorre la sua carriera tra brani vecchi e nuovi, pezzi rivisitati nell’arrangiamento, qualcuno unplugged con chitarra acustica elettrificata e voce all’inizio, poi, a metà brano circa, tutta la forza della band al completo. Una scelta che funziona, perché permette di riscoprire canzoni conosciute sotto una luce diversa, senza tradirne l’essenza. Il pubblico segue ogni sfumatura con naturalezza, lasciandosi trasportare sia nei momenti più intimi sia nelle esplosioni sonore che riportano immediatamente agli anni in cui quei brani hanno segnato un’epoca.
Sono in cinque a supportare l’artista: batteria, basso, chitarra, trumpet, tastiere varie. Musicisti che non cercano mai di rubare la scena, ma che costruiscono un suono pieno, compatto, capace di valorizzare ogni passaggio dello spettacolo. Ognuno trova il proprio spazio con discrezione, contribuendo a creare quell’equilibrio che permette alla voce di Raf di rimanere sempre al centro del racconto musicale.
Allestimenti scenici che simboleggiano la sua musica in immagini digitali, mescolandosi con luci potenti e fumo di scena, mentre la band avvolge cantante e presenti di note conosciutissime. Il colpo d’occhio è notevole, ma non invade mai la scena: accompagna le canzoni, le sottolinea, le veste senza sovrastarle. Il risultato è uno spettacolo moderno che, pur utilizzando la tecnologia, continua a mettere la musica al primo posto.
Forse è questa la magia di Raf… in prima battuta non comprendi se ti piaccia o no, ma poi ti ritrovi a cantare con lui… parola per parola, anche solo ascoltando il disco. Le sue canzoni hanno quella caratteristica rara di entrare quasi in punta di piedi e di rimanere dentro. Non cercano effetti speciali, non rincorrono le mode del momento, ma costruiscono un rapporto silenzioso con chi ascolta. Ed è probabilmente questo il motivo per cui, dopo tanti anni, continuano a essere parte della colonna sonora di tante persone.
Spazio anche a qualche aneddoto e qualche pensiero sulla musica di ieri e di oggi, senza troppi fronzoli, detto in semplicità, con le parole che scaturiscono da dentro, non ragionate, istintive, dettate dal cuore, non dalla ragione. È un dialogo diretto con il pubblico, quasi una conversazione tra amici che condividono ricordi, esperienze e il piacere di essere lì. Non c’è alcun bisogno di costruire un personaggio: basta essere sé stessi.
All’urlo di una fan: “Sei bellissimo!”, lui replica, in tutta sincerità: “Eh sì, grazie… vabbè!”, come a dire: ma va, sai che non me l’hanno mai detto! Un siparietto spontaneo che scatena le risate del pubblico e restituisce l’immagine di un artista che, nonostante una carriera lunghissima, continua a vivere il palco con leggerezza e autoironia.










Si spazia negli argomenti della vita artistica, dai testi da non cambiare assolutamente per accontentare le lobby, alla donna da rispettare in tutto e per tutto, condannando forme mentali maschili al giorno d’oggi inaccettabili. Pensieri esposti senza retorica, inseriti casualmente nella scaletta del racconto musicale della serata, quasi a ricordare che il concerto live può ancora essere uno strumento per trasmettere valori come l’amore, capace di sconfiggere da sempre e sempre l’oscurità del buio.
E poi la musica scorre, come un fiume in piena, una hit dietro l’altra, mentre Raf balla come un ragazzino e il tempo vola nel divertimento e nella semplicità pop d’altri tempi. Ce n’è veramente bisogno! In un’epoca in cui spesso tutto deve stupire a ogni costo, ritrovare uno spettacolo costruito semplicemente sulle canzoni, sui musicisti e sul rapporto con il pubblico diventa quasi un piccolo lusso. È forse proprio questa apparente semplicità a rendere il concerto così piacevole dall’inizio alla fine.
Così, alla fine del concerto, sono più le persone in piedi a scatenarsi davanti al palco che quelle rimaste sedute. Le mani sono in alto mentre lui, in chiusura pre-bis, infila tre brani come Ti pretendo, Self Control e Con le mani su, che letteralmente liberano tutti gli arti dei presenti in un movimento scatenato, nonostante l’età media, stimata dal mio occhio, non lasci molte speranze di un ritorno ai fasti giovanili. E invece succede proprio questo: per qualche minuto nessuno pensa più agli anni che passano. Rimangono solo il ritmo, le parole e quella voglia quasi istintiva di lasciarsi andare.
Poi, nel bis, chiude con Infinito, titolo che lascia ben intendere come sia stato il piacere di esserci stati a questo concerto, negli attimi di condivisione di parole urlate al cielo che sottolineano come l’amore vada cantato sempre, in ogni momento, in ogni luogo e a modo proprio, al di là di quelle che sono le leggi di mercato delle vendite dei dischi, molto avvezze alle parole in superficie, più facili da smerciare, per un valore molto difficile da affrontare in profondità in questo periodo storico. E mentre le ultime note si dissolvono tra le mura del castello e gli applausi sembrano non voler finire, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che va oltre il semplice concerto. Un viaggio dentro un repertorio che continua a emozionare senza bisogno di reinventarsi, perché certe canzoni, semplicemente, hanno imparato a vivere insieme al loro pubblico.
Grazie a Azalea per averci dato la possibilità di esserci, a Raf per portare la sua musica e il suo messaggio al mondo, a Trieste e alle sue splendide cornici storiche e naturali, un po’ meno ai parcheggi!!
© Massimo Cum per instArt
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