Il nuovo album dei GreenTea InFusion
“Pi Greco” è il quarto album in quattro anni di un gruppo di quattro favolosi musicisti del nostro territorio.
Non può essere solo una coincidenza e anche se lo fosse, l’incrocio di numeri ci offre l’opportunità di riflettere in modo diagonale sulle composizioni originali di un disco che non lascia indifferenti.
È certo il frutto del talento straordinario dei fratelli Fabris, di Iardino e di Liut, ma sotto ci deve essere qualcos’altro, qualcosa di più ingarbugliato, di ingrovigliato come nella “rosa di causali” di Carlo Emilio Gadda che di enigmi e di matematica se ne intendeva parecchio.
Il Pi Greco, oltre ad essere un numero totalmente irrazionale e trascendente, porta con sé anche la memoria della setta dei Pitagorici, tra esoterismo, ermetismo e antichi misteri della numerologia.
Forse qualcuno potrà considerarle delle sciocchezze, ma chi conosce la musica sa bene che la sua origine più antica è raffigurabile come la vibrazione di una corda tesa tra ragione matematica e totale irrazionalità. Basta pensare alla scala pentatonica del blues che è illogica per definizione e difforme per quanto riguarda le rigorose regole armoniche tradizionali d’Occidente, eppure quei suoni sanno farci piangere o ridere colpendo il nostro cuore in modo unico.
Allo stesso modo il jazz nasce da strumenti “scordati” suonati in modo “sbagliato” secondo il canone, in una crasi tra generi tra i più disparati e propone improvvisazioni del tutto imprevedibili e libere che fanno gridare di gioia la nostra anima.
Per i Pitagorici il numero quattro era sacro e fondamentale, era il simbolo della giustizia, del mondo fisico e la base della Tetraktys, la sacra figura geometrica formata da dieci punti disposti in un triangolo equilatero di lato quattro (1 + 2 + 3 + 4 = 10).
Esisteva una preghiera: Sia lodato il numero divino che ha generato gli dei e gli uomini! O santa, santa Tetraktys…
Per i Pitagorici la scoperta degli incommensurabili fu una vera tragedia, c’era qualcosa che turbava nel profondo e dall’interno il presunto perfetto equilibrio e la perfezione del numero attraverso il quale tutto può essere misurato con precisione.
La realtà rimane misteriosa anche se la nostra psiche vorrebbe spiegare tutto; da questa contrapposizione si sprigiona un’energia che innesca la nostra volontà di sapere e di andare oltre i nostri limiti. Proprio a questo serve la musica, ci aiuta a superare e a cercare di contrastare la nostra realtà che spesso si rivela crudele e paradossalmente “disumana”.
I GreenTea InFusion fanno parte di quella ristretta categoria di artisti consapevoli della loro funzione all’interno della società, la loro musica, per quanto immediata, piacevole e spesso solare, non è mai solamente decorativa, ambientale e fine a se stessa, ma si fa carico e trasmette i valori e l’impegno sociale della band.
L’ultimo brano del nuovo album “Ten Years in Yellow”, in collaborazione con il Coro Audite Nova di Staranzano diretto dalla Maestra Caterina Biasiol e Lorenzo Vit alla chitarra elettrica, fa capire quanto profonda sia l’attenzione della band verso i diritti umani, la solidarietà e la condivisione.
La composizione ha momenti solennemente beatlesiani di grande emotività con il coro che ricorda i dieci anni dall’omicidio di Stato di Giulio Regeni, è del tutto esplicita essendo dedicata all’Onda Gialla che sostiene la famiglia Regeni nella sua battaglia di Verità e Giustizia. Non è una questione che riguarda solamente uno dei tanti sciagurati “delitti all’italiana”, è qualcosa che tocca i diritti umani universali, i principi sui quali si sono costruite le nostre libertà democratiche.
La musica da sola forse non può risolvere queste enormi problematiche, ma sicuramente può farci riflettere e può indicarci la strada. I fratelli Fabris, con Iardino e Liut, si sono dati parecchio da fare in questo senso e il loro ultimo lavoro ha il grande merito di unire con estrema semplicità la bellezza dell’ascolto con l’attenzione alle tematiche sociali.
Franco Fabris è, ancora una volta, assolutamente vulcanico alla tastiera del suo Fender Rhodes d’annata, che, con il suo caratteristico “tremolo”, le distorsioni e le sue particolari vibrazioni, rappresenta il suono di un’epoca intera. Joe Zawinul ne ha fatto lo strumento essenziale per la Fusion che forse non esisterebbe nemmeno senza quelle particolari sonorità vetrose e celesti.
Maurizio Fabris è un percussionista dal tocco gentile e sempre attento alla levigatezza delle sue battute che, pur ispirandosi spesso alle poliritmie asiatiche o africane com’è in questo disco, non dimentica che l’eccessiva moltiplicazione timbrica rischia di creare un effetto caotico e di sovrapposizione. Le sue linee ritmiche sono sempre preziose, eleganti e mai eccessive o strabordanti.
Pietro Liut al basso è una garanzia di sobrietà e di intelligenza così come lo sono le sue doti di compositore. Anche lui come gli altri musicisti della band non indulge in eccessivi virtuosismi narcisistici, ma si concentra sull’espressività dei suoni nei quali si articola il suo linguaggio musicale.
Gianni Iardino ha una sensibilità per le ance davvero rara che associa al suo gusto per i suoni elettronici delle tastiere. Anche il suo flauto traverso restituisce atmosfere delicate e sospese che sono una vera e propria cifra stilistica per il gruppo. Il suo sound morbido e floreale è una vera delizia che regala profondità alle sonorità complessive della band.
Nel suo “Come funziona la musica”, David Byrne scrive:
«Il modo in cui la musica funziona, o non funziona, non è determinato esclusivamente da ciò che è di per sé, isolata dal resto (ammesso che una condizione del genere esista), ma in gran parte da ciò che la circonda, da dove e quando la si ascolta. Il modo in cui è eseguita, venduta, distribuita, registrata, chi la esegue e con chi l’ascolta e, naturalmente, come suona: sono questi gli elementi che determinano non solo se un brano musicale funziona – se riesce a conseguire il fine che si era proposto – ma ciò che è». (Bompiani 2017, p. 11)
La sua tesi sviluppata in uno splendido volume di 375 pagine è che la creazione musicale si generi anche dal luogo per il quale è stata concepita. Come è facilmente intuibile, una cattedrale, una sala da concerti, un pub, un teatro, una piazza richiedono sonorità diverse non solo per questioni meramente acustiche. La musica è prima di tutto condivisione, è un sentimento che “nuota” nell’aria e che fa vibrare i cuori, nella migliore delle ipotesi.
Gli oltre 100 concerti dei GreenTea InFusion lo dimostrano ampiamente. Le loro composizioni che presentano strutture armoniche e tessiture ritmiche molto complicate e spesso ermetiche, appaiono, grazie al loro grande talento, facili e immediatamente fruibili a qualunque orecchio.
Tra le tante situazioni nelle quali è estremamente piacevole ascoltarli ci sono quelle conviviali, gustando delizie sensoriali di ogni tipo: quelle che fanno felici il palato e lo stomaco e quelle che rallegrano il cuore e stimolano l’immaginazione.
Sono veri e propri simposi durante i quali anche le libagioni contribuiscono all’elevazione spirituale generata dalla musica. A volte non ci pensiamo nemmeno, ma bere e mangiare allietati da ottima musica è un’attività attorno alla quale la nostra civiltà ha edificato se stessa. Dopo il discutibile film di Christopher Nolan dedicato all’Odissea sono di gran moda i riferimenti pseudoletterari all’universo omerico. Ebbene proprio il poema di Ulisse è cantato, suonato e raccontato durante una serie di banchetti. In questo senso i GreenTea InFusion sono dei moderni Aedi in grado di proiettarci in una dimensione tra memoria, sogno e bellezza.
L’album “Pi Greco” è molto più orientato rispetto ai precedenti verso quella che possiamo definire world fusion, che contamina gli stilemi del jazz rock più canonico con un’apertura verso le musiche di diversa tradizione. Brani come “Pi Greco”, “Dispersive”, “Solar Underground”, “HF” e “PC&J” contribuiscono a delineare l’identità complessiva del disco, mentre si fanno ancora più marcati i riferimenti alle sonorità africane, caraibiche e del vicino e lontano Oriente, per esempio in “Kafrì” e “Persia”.
Il tono delle composizioni rimane sempre lieto e intimo senza mai perdersi in accademismi, e, anche se le citazioni sono colte, l’ascolto è sempre piacevole, alcuni passaggi sono decisamente atmosferici, rarefatti e cerebrali, ma mai astrusi e cervellotici. L’incedere pensoso è sempre quello del basso elettrico di Pietro Liut che firma diversi brani, la sua è una linea ritmica chiara e mai troppo irruenta, descrive e disegna gli spazi entro cui gli altri si muovono con una grande precisione e prospettiva.
Nel nuovo album, la musica si prende il proprio tempo e il proprio spazio, ogni brano appare dilatato ed esteso quasi fosse un movimento unitario di una sinfonia che si compie nel coro finale, quasi un inno alla gioia di vivere e di fare musica insieme. Le composizioni sono tenute assieme da uno spirito lieto e luminoso così che anche i passaggi più lunari e notturni godono di una limpida, chiara luce che annulla ogni inquietudine. Quella luminescenza è data dal tappeto sonoro delle tastiere che fanno da continuo bordone agli altri strumenti che possono far fiorire i loro accordi sul terreno fecondo delle modulazioni del Fender Rhodes di Franco Fabris. Più misurata, rispetto agli altri lavori del gruppo, la presenza dei fiati di Iardino che risultano per questo ancora più splendenti; i suoi fraseggi al sassofono (per esempio in “PC&J”) e i colori del suo flauto sono sempre sorprendenti e assolutamente piacevoli.
All’andamento sinfonico si associa anche il tema del viaggio e della ricerca di sé nello spaesamento determinato da luoghi insoliti o lontani dalla nostra esperienza quotidiana. Lo spiega bene Liut nelle sue note introduttive a ogni brano che sono tutt’altro che semplici didascalie, ma che hanno la forma di veri e propri aforismi da associare alla musica.
I misteri del Sol Levante vengono evocati dallo smarrimento di un turista che si ferma alla fermata sbagliata della metro perdendo il senso dell’orientamento ma ritrovando sé stesso (“Avenue of Thoughts in Gojo Eki”).
Non si può nemmeno tacere della veste grafica che accompagna il CD fisico che, come sempre, è frutto della vena artistica di Stella, la nipotina di Franco Fabris, che negli anni ha affinato il suo gusto per il colore e regala come sempre originalità e freschezza all’immagine di copertina.
Musica cinematografica e suggestioni per immagini ci accompagnano in un viaggio che non vorremmo finisse mai, per fortuna la strada dei “fantastici quattro” è ancora molto lunga. Evviva!
Flaviano Bosco / instArt 2026 ©



