Replica del 08/03/2026

Il cupo tragico dramma verdiano è stato reso, se è possibile, ancora più disperato e scuro da una discutibile messa in scena in coproduzione con l’Opèra di Marsiglia che ne ha esaltato la dimensione tutta tenebra e orrore.

La truce vicenda di vendetta e di odio tra le parti è stata ambientata sul palcoscenico vuoto del Verdi con enormi lastre di metallo rugginoso a far da quinta. Le luci e soprattutto le ombre di Patrick Méeüs hanno contribuito non poco a rendere confusa quella che è sembrata hegelianamente un’ambientazione:

“In der Nacht sind alle Kühe schwarz”, Nella notte tutte le vacche sono nere.

Anche la direzione orchestrale “del pari mesta” del Maestro Jordi Bernàcer sembra essersi adeguata alla “storia funesta” da lugubre celebrazione che non trova sollievo nemmeno nei momenti tradizionalmente più luminosi e brillanti.

E’ così, purtroppo, per l’atteso saluto al sole del mattino degli zingari felici:

“All’opra, all’opra!

Dàgli martella (Dànno di piglio ai loro ferri del mestiere; al misurato tempestar dei martelli cadenti sulle incudini, or uomini, or donne, e tutti in un tempo infine intonano la cantilena seguente:) Chi del gitano i giorni abbella? La zingarella”.

Per quanto riguarda la regia Louis Désiré e la scenografia e i costumi di Diego Méndez Casariego, non è nemmeno il caso di tirare in ballo la definizione di minimalismo perchè come sostiene il dizionario Treccani:

“La minimal art è caratterizzata da forme semplici, derivate generalmente dalla geometria elementare, da strutture modulari e seriali e dall’uso di materiali della moderna tecnologia industriale. Con un intento programmatico di denuncia dei limiti raggiunti dalla pop art, rifiutando un atteggiamento emozionale.”

Al contrario ne Il Trovatore del Maestro Bernàcer tutto è sregolato eccesso emotivo, ogni singola nota è fuori o sopra il rigo, tanto che si rischia perversamente la monotonia e alcune situazioni finiscono per diventare quasi incomprensibili e scompaiono nell’intrico e nei lambicchi di una direzione senza spessore.

Quando si parla di “arte popolare” viene subito in mente il preciso intento del grande compositore di scrivere alcune opere con personaggi “popolari”, nel senso che appartengono a quella determinata classe sociale negletta e angariata: il giullare, la prostituta, il figlio della zingara. Questo non vuol dire che volesse a tutti i costi “abbassare” le proprie opere renendole adatte anche agli stomaci meno raffinati.

E’ vero il contrario, tanto che Il Trovatore è a ragione considerato come il vertice in senso assoluto del Melodramma romantico italiano che annovera in se tutta la sua lunga tradizione e il suo “gusto superiore” esaltandone ancor di più i contrasti emotivi e i caratteri passionali. E’ anche l’opera che prelude alla grande trasformazione e rinnovamento dell’arte in generale che interesserà la seconda parte del XIX sec. Con la tragica vicenda di Azucena e del suo figlio “ingarbugliato” Malrico, il cigno di Busseto, salutò l’antico e immaginò il tempo nuovo di forme teatrali ancora in gestazione ma ormai prossime.

Verdi era perfettamente inserito in quella temperie del romanticismo europeo che lo rendeva affine alla sensibilità shakesperiana di Victor Hugo. Una grande attenzione per gli ultimi, per le corti dei miracoli composte dai reietti della società, gli emarginati, accomunava i due titani dell’arte ottocentesca. “Ernani e Le roi s’amuse” sono materiali preziosi attraverso i quali Verdi conosce e indaga le parti più oscure della nostra società e dell’animo umano.

Assolutamente centrale, in questo senso, è la figura della zingara Azucena, straordinario carattere di donna che combatte e muore per il proprio sentimento indomabile di vendetta, pronta a sacrificare perfino il proprio figlio per il proprio senso di giustizia. L’intera vicenda può essere interpretata a partire dalle visioni della zingara e dalla sua lotta contro l’oppressione e l’emarginazione.

“Pur nelle sue contraddizioni umane, nel Trovatore emerge un mondo gitano denso di valori positivi: Azucena è madre amorosa che compie un difficile percorso di redenzione dalla fissità della vendetta all’amore più tenero verso il figlio del proprio nemico. In questo universo “barbarico” Verdi, così fortemente anticonformista nelle sue idee sociali, intravede uno strumento per dare sfogo alla propria ricerca shakesperiana verso il “triviale” sovvertendo l’aura augusta del melodramma italiano. Paradossalmente, nonostante la fama, Il Trovatore è un’opera discussa e spesso criticata aspramente: la patina romanzesca e avventurosa, i presunti scarti di valore tra le parti musicali (alcune giudicate troppo banali e brutali nella loro sommaria incisività), lo stile “selvaggio” e “rozzo”, gli accordi a chitarra e da banda militare, vennero additati soprattutto dalla critica più intellettualoide come difetti sostanziali. L’opera, invece, rappresenta una tappa ulteriore nel processo di scoperta da parte di Verdi degli aspetti più bassi e antiborghesi della realtà”.

(Federico Donatiello ttps://www.eastjournal.net/archives/58584)

Alcuni elementi rendono Il Trovatore un’opera allo stesso tempo radicata nel proprio tempo e proiettata verso un futuro di “Memorie dal sottosuolo”; anche se il paragone è ardito, spesso ci si dimentica che Verdi era contemporaneo anche di Lev Tolstoj e di Fëdor Dostoevskij. In questo orizzonte vanno intese le tematiche psicologiche di tipo identitario e familiare; la frammentazione della narrazione cui contribuisce la divisione in quadri; i conflitti interiori e interpersonali che non vengono mai composti e che anzi sono generatori di continui contrasti anche violenti tra i personaggi fino al loro reciproco annichilimento; l’assenza della divinità nel silenzio del cielo; il senso tragico della vendetta e molto altro.

Come scrive Donald Jay Grout nel suo “Breve storia dell’opera” 780 monumentali pagine da Monteverdi a Boulez:

“Il cuore del Verdi melodrammatico e romantico si trova ne Il Trovatore…l’opera è particolarmente ricca di tratti caratteristici della produzione verdiana di quell’epoca: l’unisono ruggente del “coro dell’incudine”, l’incredibile contrasto di stati d’animo nella scena del “Miserere” , il sentimento nostalgico di Azucena in “Ai Nostri monti”; la vigorosa bravura di Manrico “Di quella pira”: queste assieme ad altre melodie tratte dall’opera, sono così famose da rendere superflui citazioni e commenti.”

Inutile dire che l’orchestra e il coro del Verdi, nonostante tutto, hanno ancora una volta dato ottima prova di se, negli anni hanno raggiunto un livello che in linea teorica gli permetterebbe, in alcuni casi, una totale autonomia. Naturalmente, è solo un paradosso, ma è davvero spiacevole vedere tanto talento sotto utilizzato.

Per quanto riguarda gli interpreti, nessuno ha davvero impressionato, a parte Daniela Barcellona, tragica e dolente Azucena; Anna Pirozzi è stata una Leonora intensa ma non indimenticabile anche per una presenza scenica a tratti irrilevante; Yusif Eyvazov, strabordante Manrico non convince con i suoi eccessi vocali, così come il potente Youngjun Park- Conte di Luna che, pur essendo dotato della voce di un Rodomonte, non riesce a trasmettere ai personaggi che interpreta il dovuto spessore psicologico, come molto spesso accade oggi all’opera; infatti, a sostenere le voci tecnicamente perfette generalmente non c’è alcun calore o passione reale, solo “maschere nude” nel senso pirandelliano.

Molto generoso il pubblico del Verdi che, come sempre, ha tributato le consuete ovazioni nei momenti previsti senza nemmeno bisogno della claque; ormai l’applauso è automatico e perfino dovuto; viene spesso elargito senza quasi discernimento, dal matrimonio al funerale, dalla sala da concerto alla carlinga di un aereo, non si nega proprio a nessuno.

Flaviano Bosco / instArt 2026 © Foto di F.Parenzan