Ci sono luoghi che sembrano custodire il tempo. Il giardino fuori dalle mura del Castello di Gradisca d’Isonzo è uno di questi. L’imponente parete di pietra che si alza sopra il prato domina lo spazio con la forza silenziosa della storia, mentre l’erba, ingiallita dall’ondata di calore che da giorni avvolge il Friuli Venezia Giulia, restituisce l’immagine di un’estate estrema. È in questo equilibrio tra la solidità della roccia e la fragilità della natura che Onde Mediterranee ha scelto di mettere in dialogo due delle voci più interessanti della nuova scena italiana, affidando a Lamante e Joan Thiele una serata tutta al femminile. Non un semplice accostamento di artiste, ma due modi differenti di raccontare il proprio presente attraverso la musica.

Il contesto non è un semplice sfondo. La grande muraglia del castello, illuminata dalla luce che lentamente lascia spazio alla sera, raccoglie il pubblico in una dimensione quasi sospesa, dove il tempo rallenta e l’ascolto torna a essere protagonista. In un’estate che spesso corre veloce tra festival e grandi eventi, Gradisca d’Isonzo conserva il privilegio della misura. Qui il concerto non è soltanto spettacolo: è incontro tra un luogo che attraversa i secoli e una musica che prova a raccontare il tempo in cui viviamo.

Alternanza di due concerti e incontro di due immaginari.

Lamante apre la serata con una proposta che sfugge a qualsiasi definizione immediata. La sua scrittura non rincorre la forma canzone più rassicurante, ma costruisce un percorso fatto di immagini, fratture, intuizioni. Le parole sembrano nascere da quel linguaggio che appartiene alla contemporaneità, dove la dimensione digitale, le connessioni continue, le identità frammentate e le relazioni consumate sul filo della distanza diventano materia poetica nel regno del loop urlato. È una musica che guarda dentro se stessa, che affronta il disagio emotivo – spesso declinato al femminile – trasformandolo in manifesto o in slogan.

La voce è il luogo in cui tutto converge. Si incrina, si apre, diventa urlo perdendo il controllo, mentre rumori e distorsioni non interrompono il racconto, ma lo completano. È una scrittura sonora che sceglie la tensione invece della rassicurazione e trova proprio nell’imperfezione la propria autenticità. C’è qualcosa di profondamente teatrale nella sua presenza sul palco, non come costruzione scenica, ma come capacità di abitare ogni brano con il corpo prima ancora che con la voce. Ogni canzone sembra chiedere attenzione più che consenso, invitando chi ascolta a entrare in uno spazio emotivo dove il silenzio ha lo stesso peso del suono.

Con Joan Thiele il paesaggio cambia prospettiva. L’introspezione lascia spazio a un respiro più ampio, dove soul, pop, suggestioni cinematografiche e richiami internazionali convivono senza forzature. Le influenze si percepiscono, ma non diventano mai imitazione. Al contrario, vengono assorbite e restituite con naturalezza, dentro una scrittura elegante che guarda tanto al passato quanto al presente senza rimanere prigioniera di nessuno dei due.

La voce diventa il centro del concerto: precisa, sicura, capace di sostenere con naturalezza continui salti d’ottava senza perdere equilibrio. Colpisce tanto per il timbro di voce, quanto per il controllo e la pulizia dell’intonazione. Ogni frase trova il proprio spazio, ogni dinamica è costruita con misura, lasciando che siano le melodie e gli arrangiamenti a disegnare un viaggio sonoro raffinato, capace di attraversare atmosfere diverse senza perdere coerenza. Joan Thiele non cerca effetti spettacolari: preferisce costruire un dialogo continuo con la propria musica, accompagnando il pubblico in un percorso fatto di sfumature e di piccoli dettagli.

Due artiste, due percorsi, due modi diversi di raccontare il presente. Da una parte una ricerca artistica che mette al centro la fragilità, il conflitto e la tensione; dall’altra una scrittura musicale che si nutre di contaminazioni e restituisce eleganza, equilibrio e apertura. Due mondi lontani solo in apparenza, perché entrambi accomunati dalla volontà di costruire un’identità autentica, riconoscibile, libera dalle formule più prevedibili della produzione contemporanea.

È forse questa la cifra che rende preziosa la proposta di Onde Mediterranee. Non soltanto la capacità di portare sul territorio nomi ormai consolidati e nuove realtà emergenti, ma quella di costruire occasioni in cui la musica diventa esperienza culturale, occasione di confronto e scoperta. In un luogo dove la storia continua a dialogare con il presente, anche le nuove sonorità della musica italiana trovano il loro spazio naturale, dimostrando che innovazione e memoria non sono concetti in contrasto, ma possono convivere nello stesso paesaggio.

Il pubblico, attento e partecipe, ha accompagnato entrambe le esibizioni con un ascolto raro, quasi rispettoso dei silenzi e delle tensioni che ciascuna artista portava sul palco. È forse questo il segnale più evidente della riuscita della serata: non tanto l’applauso finale, quanto la sensazione di aver assistito a due racconti differenti che hanno trovato nello stesso luogo un punto d’incontro.

Un ringraziamento va a Onde Mediterranee per averci dato la possibilità di essere presenti e raccontare una serata che ha saputo unire la forza di un luogo carico di storia alla vitalità di due artiste capaci di interpretare, ciascuna con il proprio linguaggio, il volto più autentico della nuova musica italiana.Onde Mediterranee: Lamante e Joan Thiele tra storia e nuove sonorità.

© Massimo Cum per instArt