Il Carso in Corso è una splendida “enoteca con pianoforte” nel vero centro di Monfalcone, per l’appunto il Corso del popolo. L’associazione culturale Nuovo Corso, che la gestisce, organizza splendidi concerti che fanno rivivere, di tanto in tanto, per preziose serate il locale che troppo spesso dorme con le serrande abbassate. Quando si sveglia dal suo torpore è un luogo di grandi energie e passioni estetiche e politiche, dove si beve vino sincero e si mangia pane e salame ascoltando grande musica in compagnia della “meglio gioventù” anche quella con i capelli d’argento.

L’associazione Slou con il suo “Estensioni Jazz club Diffuso, non si è fatta sfuggire l’occasione di proporre uno degli artisti militanti più intensi e validi del panorama italiano contemporaneo: Pierpaolo Capovilla, classe 1968.

Il cant-attore dai “pugni chiusi”, è da anni una delle punte di diamante della scena artistica indipendente italiana che sembra asfittica e sterile, ma che, in realtà, continua a sfoderare singolari e preziose personalità di artisti.

La vera cultura italiana non è mai appartenuta alle accademie e alle segrete, eburnee aule; ha sempre dato il meglio di se tra il sobbollire delle pentole in cucina e le damigiane e gli insaccati della cantina. I versi più autentici e suadenti della nostra letteratura sono sempre stati salutati dal tintinnare delle posate, dei bicchieri di vino e dagli accordi di un liuto; da Cecco Angiolieri a Dario Fo e da Cenne de la Chitarra a Pasolini le cose migliori si sono scritte e cantate sulle grezze tavole delle osterie di “fuori porta”.

Monfalcone, 28/02/2026 – Il Carso in Corso – Estensioni Jazz Club Diffuso – Pierpaolo Capovilla recita Pasolini – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026

Capovilla è una forza del passato, in un mondo che sembra aver perso la propria direzione, come il Poeta la ritrova dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d’altare, dai borghi abbandonati…dove sono vissuti i fratelli, nelle città di pianura.

La sua personalità di artista e di uomo è assolutamente poliedrica, ne è testimone la sua discografia e le sue esibizioni come frontman delle band nelle quali milita. Ha una presenza scenica davvero magnetica e mesmerizzante, dai tempi di “One dimensional man”, al “Teatro degli Orrori”, fino agli attuali “Cattivi Maestri” che accompagnano la sua carriera solista; il minimo comune denominatore è il suo modo di riempire il palcoscenico con i suoi movimenti sgraziati e apparentemente incerti e la sua voce rabbiosa, acida e sarcastica.

In sintesi, Capovilla è uno degli alfieri del migliore post rock italiano di “rabbia antica e di generazioni senza nome che urlano vendetta con il cuore accecato”.

Indimenticabili sono i suoi reading poetici, tra gli altri, su Mayakovsky, Mahamud Darvish, Ken Saro Wiwa e per l’appunto Pasolini.

Monfalcone, 28/02/2026 – Il Carso in Corso – Estensioni Jazz Club Diffuso – Pierpaolo Capovilla recita Pasolini – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026

Grande merito gli va tributato per aver riportato l’attenzione del grande pubblico sul poeta sudafricano intimamente e tragicamente legato alla corruzione del nostro paese e alla sua recente storia coloniale mascherata da attività imprenditoriale multinazionale.

Per il poema “La religione del mio tempo” Pasolini si ispirò ad un sonetto di Gioacchino Belli intitolato per l’appunto, “La riliggione der tempo nostro” nel quale il sarcasmo del poeta romano non riesce a nascondere la propria amara delusione e disillusione. Abbiamo scelto di farci guidare dalle sue preziose quartine per sottolineare e comprendere alcuni momenti della performance di Capovilla:

Che riliggione! E’ riliggione questa?

Tutta quanta oramai la riliggione

consiste in zinfonie, genufressione,

segni de croce, fittucce a la vesta,

Che religione! E’ religione questa? Ormai tutta quanta la religione consiste in musiche da chiesa, genuflessioni, segni di croce, nastri di stoffa attaccati alla veste come segno di grazia ricevuta,

Monfalcone è una città del tutto particolare con molto da farsi perdonare. Grazie alle scellerate imprese di passate e recenti amministrazioni, negli ultimi anni sembra essere diventata il laboratorio del pregiudizio e della xenofobia antislamica nel nostro paese miserabile. La storia dei Cantieri è assolutamente emblematica a riguardo. Dalle accuse di bivacco alle mamme del Bangladesh con passeggino che si fermano a chiacchierare, alle reprimenda sulle tute sporche degli operai fino al divieto di assembramento per i fedeli mussulmani che vogliono pregare in santa pace.

Monfalcone, 28/02/2026 – Il Carso in Corso – Estensioni Jazz Club Diffuso – Pierpaolo Capovilla recita Pasolini – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026

Luca d’Agostino introducendo l’esibizione ha ricordato quando a 7 anni ebbe la notizia dell’omocidio di PPP con i mugugni e i mille sussurri dei grandi: “Un po se l’è cercata”, “In fondo era uno sporcaccione”; anche chi scrive si ricorda bene che fino agli anni ’90 di Pasolini in Friuli si parlava solo a bassa voce vergognandosene un pochino. Ancora oggi, in realtà, poche persone ne conoscono realmente l’opera e visto che la capacità di comprensione del lettore medio italiano è sensibilmente calata figuriamoci quella di tutti gli altri.

L’analfabetismo culturale generalizzato sembra essere stato l’obiettivo principale delle istituzioni scolastiche negli ultimi decenni che sono state artatamente boicottate e rese incapaci di formare e di educare le nuove generazioni e, infatti, i nostri ragazzi vivono un’inquietudine indefinibile e un’irredimibile angoscia esistenziale.

Ci troviamo per l’appunto nella situazione in cui l’elettorato italiano e l’opinione pubblica possono essere manipolate a piacimento del potere e i valori della Resistenza sono svenduti al capitale nel modo più meschino e sacrilego; e non si dica che è solo il frutto amaro delle nuove tecnologie digitali.

Monfalcone, 28/02/2026 – Il Carso in Corso – Estensioni Jazz Club Diffuso – Pierpaolo Capovilla recita Pasolini – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026

In sintesi, anche se si parla un po’ di più di Pier Paolo Pasolini, pochi sono quelli che lo leggono davvero, che vedono i suoi film e meno ancora sono coloro che ci capiscono qualcosa.

Assolutamente meritoria l’operazione di Capovilla anche dal punto di vista divulgativo, didattico e pedagogico. Fa la cosa più semplice del mondo, quella che non ha alcun bisogno di riforme scolastiche, reclutamento docenti, revisione delle strutture e delle dotazioni. Capovilla prende il testo e lo legge davanti a tutti con passione e sempre rinnovato sentimento e curiosità.

cappell’in mano, cenneraccio in testa,

pessci de tajjo!, razzi, priscissione,

bussolette, Madonne a’ ggni cantone,

ccene a punta d’orloggio, ozzio de festa, 

 

scampanate, sbaciucchi, picchiapetti,

parme, reliquie, medàjje, abbitini,

corone, acquasantiere e moccoletti.

cappelli in mano , le ceneri sulla testa, pesci pregiati da vendere a fette, mortaretti, processioni, cassette per le elemosine , Madonne a ogni angolo di strada, cene di mezzanotte, ozio nel dì di festa, campane, sbaciucchi, gente che si picchia il petto, rami di palma, reliquie, medaglie, sanini corone per il rosario, acquasantiere e piccole candele votive

Non servono grandi mostre, celebrazioni, convegni, bandi di concorso da milioni di euro, monumenti, dedicazioni di piazze e di vie e altre cianfrusaglie mediatiche concepite apposta per i grassatori e per i presidenti delle proloco, per far giustizia a un poeta bisogna leggerlo, sforzarsi di capirlo e, nel caso di un poeta civile e militante come Pasolini, cercare di seguirne le indicazioni “esprimendo la voglia di cambiare questo paese” oppure argomentare il dissenso davanti alle sue prese di posizione a volte contorte e incomprensibili.

Monfalcone, 28/02/2026 – Il Carso in Corso – Estensioni Jazz Club Diffuso – Pierpaolo Capovilla recita Pasolini – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026

La sua poesia è tutt’altro che astratta, al contrario trasuda d’olio motore delle officine, della fatica dei campi; ha le mani rozze, screpolate e i piedi sporchi dei contadini affrescati da anonimo pittore trecentesco, in ginocchio davanti alla croce in una chiesetta della bassa friulana.

C’è tutto Pasolini tra i versi de “La religione del mio tempo” che Capovilla ha declamato davanti ad un pubblico partecipe, silenzioso e attento: dalla meraviglia di fronte alla natura bucolica della campagna, alle mani nodose dei contadini, fino alla critica radicale al capitalismo consumista e alla religione del denaro cui ognuno è pronto a prostituirsi. Nel cuore del poema c’è la protervia della chiesa di Roma, con la sua spietata ragion di stato.

Pasolini era un “Parresiastes”, esercitava la parresìa, diceva socraticamente la verità in modo franco, aperto e diretto a rischio della propria vita. Tutti noi mentiamo con bugie grandi o piccole per interesse personale, per stupidità, crudeltà, lo facciamo anche in modo ingenuo credendo di cavarcela con poco.

Pinocchio è non a caso uno dei caratteri più universalmente riconosciuti per indicare gli italiani. La dimensione di Pasolni è sostanzialmente diversa da quella abitata dal legnoso personaggio di Collodi, è quella di colui che sente come urgenza il dovere e la volontà di dire la verità davanti alla tirannia, al sopruso, al Potere in tutte le sue forme; “di uomini così ne nascono due o tre in un secolo” proprio come disse Moravia ai suoi funerali.

Pasolini era: cattolico, comunista e omosessuale, un groviglio di contraddizioni inestricabili, con le sue “misteriose mattine di Bologna o di Casarsa e la sua arte di perdersi in quel pianto, il mondo non è che odore, nient’altro” come ha declamato Capovilla.

Monfalcone, 28/02/2026 – Il Carso in Corso – Estensioni Jazz Club Diffuso – Pierpaolo Capovilla recita Pasolini – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026

Capovilla non è classicamente un fine dicitore, tutt’altro. La sua voce nasale, sgraziata e spesso titubante non rivela nulla di canonico nella sua interpretazione.

La sua è sempre una lettura commossa, partecipata, sanguigna e istintuale, velata di pianto e disperata vitalità, non fa proprio nulla per celarsi o mascherare la commozione, “a stento trattengo un pianto infantile”, con le dita asciuga spesso le lacrime che gli rigano il volto. Il suo pianto è di compunzione ed è autentico come solo i grandi mentitori sanno far credere. “I padri del deserto, i primi monaci della storia, lo chiamavano “penthos”, cioè un dolore interiore che apre ad una rinnovata relazione con il Signore o con il prossimo” così diceva papa Francesco, in una sua catechesi del 12/02/2020, citato da Capovilla, come rivoluzionario “che ha terremotato la storia”.

Forti sono risuonati i versi di Pasolini che ci esortano a:

“Essere come coloro che ci fanno credere che la poesia ha davvero senso come la nostra esistenza e che sia la forza creatrice dei mondi che abitiamo…nell’antico mistero contadino…Guai a chi non sa essere misero, nell’amore che mendica tra i…I figli della rivolta, del sangue…I figli di un lontano futuro disperato”.

Capovilla sa leggere Pasolini nel modo più alto, autentico e lirico anche perchè appartiene a quei paesaggi dove l’uomo si confronta con il vuoto della pianura, con le sue città e le sue strade, con quel rumoroso silenzio che esplode ai bordi delle strade provinciali dritte e disperate nel loro seguire l’antica centuriazione romana.

Il riferimento d’obbligo è al recente film “Le città di Pianura” di Francesco Sossai che vede tra i protagonisti proprio il cantante nei panni del luciferino Doriano. Senza alcuna piaggeria, si tratta di una pellicola epocale tra le poche in grado di rappresentare l’anima di quel paesaggio anche antropologico così trascurato dalla rappresentazione cinematografica che è la “depressione caspica” del profondo veneto orientale.

Il folto pubblico del Carso in corso di Monfalcone ha tributato a Capovilla un’attenzione quasi liturgica. Un silenzio sospeso, religioso e il vino non sono mancati come durante una messa laica, fino all’Ite missa est…”Se vi va, se mi fate un applauso, mi sono sempre emozionato”

E ttrattanto er Vangelo, fratel caro,

tra un diluvio de smorfie e bell’inchini,

è un libbro da dà a ppeso ar salumaro. 

E nel frattempo il Vangelo, fratello caro, tra un diluvio di smorfie e belli inchini , è un libro da dare a peso di carta al salumaio perché ne faccia involto di cibarie

P.S. Durante l’esibizione Capovilla ha lodato e citato con insistenza una recente lettera aperta del cardinale Battaglia, arcivescovo di Napoli, sul senso della necessità di una nuova coscienza che sia onesta e provi senso di vergogna. Vediamone un estratto:

Monfalcone, 28/02/2026 – Il Carso in Corso – Estensioni Jazz Club Diffuso – Pierpaolo Capovilla recita Pasolini – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026

“Il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe. Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore. Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli. Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore. E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato. Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli.

Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati. E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente. Ma non c’è sicurezza dove si semina morte. Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto. Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.

E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.

Il Vangelo, invece, non tratta.

Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.

Il Vangelo non si abitua ai morti.

Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario. 

Il Vangelo mette un bambino al centro.

Sempre.

(* arcivescovo metropolita di Napoli)

Finita l’esibizione, Capovilla, smontatosi il piccolo impianto di amplificazione da solo, riposti i suoi effetti personali nel piccolo trolley pieno di storie e di viaggi, è sembrato destarsi come da un sogno, il “sogno di una cosa”.

Il pubblico gli vuole bene e molti ci tengono a stringergli la mano, a scambiare quattro chiacchiere ad offrirgli da bere e lui si presta amichevolmente come il vecchio amico che sempre incontriamo al bar, uno di noi.

Flaviano Bosco / instArt 2026 ©