Ian Anderson (Voce, armonica a bocca, chitarra) David Goodier (Basso) John O’Hara (Tastiere) Scott Hammond (Batteria) Jack Clark (Chitarra solo)

Splendida serata sotto le stelle del Rossetti con i Jethro Tull di Ian Anderson. La band, dopo la pubblicazione di “Curious Ruminant”, 24° album in studio, ha intrapreso un lungo tour nei teatri di tutto il mondo salutato in modo molto positivo dalla critica e dallo zoccolo duro dei fan che li seguono da sempre.

La band ormai si identifica totalmente con il flauto traverso del suo leader, unico superstite della formazione originale, ma in realtà è sempre stato così. Il gruppo è dal 1967 un’emanazione della inesauribile creatività di Anderson, che l’ha modellato secondo il suo talento, carisma e gusto.

Il polistrumentista scozzese ha sempre avuto il grande merito di condividere il palcoscenico con straordinari musicisti pur mantenendo ben salde le redini della band. E’ stato lungo e fecondo il sodalizio con il chitarrista Martin Barre (1968-2011), brevissimo ed estemporaneo quello con Toni Iommi, pilastro dei Black Sabbath (1968), storico quello con il batterista Clive Bunker (1967-1970) ma niente sembra essere stato più importante per Anderson quanto il progetto in se.

Il musicista ha anche avuto una carriera solista con album per niente disprezzabili come “The secret Language of Birds” (2000) senza però mai perdere di vista la sua creatura primogenita che ha sempre avuto vita propria.

La loro carriera comprende l’arcobaleno che va dai primi vagiti blues e jazz di “This Was” (1968) alla maturità artistica del loro particolarissimo folk-hard-prog di “Too Old to Rock’n’Roll: Too Young to Die” fino ai tanti album tradizionalmente rock mainstream “Crest of Knave”; per non dire dei grandi album live (Bursting Out, 1978), frutto di registrazioni più o meno ufficiali dei migliaia di concerti tenuti in tutto il mondo dalla band in 58 anni di onorato servizio.

Gli ultimi anni hanno salutato tre ottimi album e un’inesausta attività dal vivo che comprende un NeverEnding Tour infuocato di centinia di concerti nelle arene estive di tutto il mondo. Bizzarro ma piacevole, il tour invernale dello scorso anno con le canzoni della tradizione di Natale.

Se sommiamo tutte queste attività ne risulta l’attuale band in forma smagliante che non è certo paragonabile alla “macchina da guerra” che era negli anni ’70 ma che sa ancora far sognare il proprio pubblico con brani di grande impatto sonoro oppure “volare sopra le nuvole” con struggenti ballads strappacuore.

Il gruppo prende il nome da un poliedrico agronomo inglese del XVIII sec. (1674-1741) passato alla storia per aver introdotto l’empirismo in agricoltura (osservazione diretta, esperienza pratica) e per aver inventato la prima efficace seminatrice meccanica per i cereali.

Anche Ian Anderson è un perfetto artigiano della musica con una grande esperienza nella zootecnia e un occhio agli affari e una certa praticaccia del mondo:

“Nel 1978 comprammo una seconda casa, in Scozia, dove sono nato…in un articolo sull’acquacultura lessi di questa novità. Realizzammo un allevamento di salmoni proprio nel momento in cui quel settore iniziava a svilupparsi. Seguirono una fabbrica per l’affumicatura, il trattamento del pesce e altri allevamenti e oggi vi lavorano 250 persone nelle Highland Scozzesi” (itullians.blogspot).

Non deve dunque stupire se nei testi del gruppo, tutti scritti e depositati dal leader, molto spesso troviamo riferimenti al mondo del lavoro, alla fatica delle mani e all’olio di gomito.

Sono tutti di Bristol i musicisti della line up attuale, tranne il chitarrista che “sfortunatamente” è di Manchester come, in un divertente calembour, ne parla Anderson mentre li presenta. Proprio alla città inglese e al suo porto è dedicato uno dei brani strumentali più dolci e nostalgici dell’intera scaletta: “The Donkey and the Drum”.

Vecchi filmati in bianco e nero sul grande schermo alle spalle dei musicisti ricordano senza troppa retorica le fatiche degli scaricatori, la laboriosità della banchine e dei magazzini e le merci che fanno ricche le stive delle navi e impegnano le grandi gru e gli argani. Dopo tanto lavoro e sudore ci vuole proprio una bella bevuta tutti insieme al pub “dell’asino e del tamburo” che dal 1873 mesce la sua birra scura per i portuali ma anche per tutti quelli che vogliono gustarsi un autentico sorso di vita. E’ proprio quel pub che ancora oggi Anderson e i suoi musicisti occasionalmente frequentano. Si voglia scusare la citazione del tutto fuori luogo ma si crede giusto ricordare che il nome del pub ai più ricorda il cap 33 di “Le avventure di Pinocchio” la cui rubrica recita: “Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo compra il direttore di una compagnia di pagliacci per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi; ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pella un tamburo”.

Con la scusa del folk rurale, del mondo incantato delle foreste e dei folletti, della retorica antimodernista contenuta in anthems come “Living in the past”, il significato e la poetica della band passa spesso in secondo piano o al più considerato semplice folklore rispetto agli aspetti più ludici e spensierati.

La band di Anderson è a volte sottovalutata per quanto riguarda testi ed intenzioni, che vengono ritenuti a volte di minore valore rispetto a quelli dei loro colleghi più blasonati del rock progressivo.

I Jethro Tull si erano già presi gioco di questa supponenza e sicumera in uno straordnario album a tema contro la prosopopea dei Concept, tanto di moda all’epoca, il celebre “Tick as a Brick”

Really don’t mind if you sit this one out
My words but a whisper your deafness a shout
I may make you feel but I can’t make you think.

Non mi importa se non ti interessa

Le mie parole sono un sussurro la tua sordità un grido

posso fartelo provare ma non farti ragionare.

Le loro idee sono al contrario sempre state chiare e le prese di posizione nette e precise. Spesso Anderson ha voluto esprimere tutte le sue considerazioni più ruvide indirizzandole verso le mollezze del mondo borghese.

Uno dei nuclei tematici del loro comporre che riguarda tutta la loro carriera fino ai giorni nostri è uno smaccato aticlericalismo che gli ha creato non poche difficoltà, fino a ritorsioni e autentici boicottaggi, come è evidente nel loro classico evergreen : “My God” tratto dall’album altrettanto famoso “Aqualung” eseguito in una splendida versione con video anche sulle assi del Rossetti.

Nel retro di copertina di quello straordinario disco, c’era perfino un sapido vademecum in nove punti del perfetto mangiapreti che è prezioso ricordare almeno in sintesi:

“Al principio l’Uomo creò Dio e lo creò a immagine dell’Uomo, gli diede una moltitudine di nomi. E l’uomo creò Aqualung dalla polvere della terra e una schiera d’altri simili a lui. E l’uomo divenne il Dio che aveva creato e con i suoi miracoli governò la terra intera”.

Come è evidente anche in uno dei brani più recenti della band “Over Jerusalem” da “Curious Ruminant” (2025), la presa di posizione non è contro la divinità in se, ma contro chi perverte il messaggio spirituale di bontà e fratellanza per il potere temporale o per l’avidità.

Nei Vangeli canonici: “E Gesù entrato nel tempio cominciò a scacciare quelli che nel tempio vendevano e compravano e rovesciò le tavole dei cambia monete e le sedie dei venditori di colombi (Marco 11, 7-19)

Anche il messaggio contenuto nel molto più recente brano “Over Gerusalem” sembra quasi profetico rispetto agli abomini in corso contro ogni diritto umano e nel nome del genocidio voluto dal dio dei soldi.

Lo spettacolo è molto curato nelle proiezioni video che, pur non essendo più un’assoluta novità, rendono ancora più piacevole l’esperienza. Sul grande schermo, da sotto il pelo di un mare agitato, un braccio impugna un flauto, immediatamente la band appare sul palco e Anderson intona un vecchio blues con l’armonica a bocca, accompagnato alla chitarra dall’ultimo acquisto della band, il giovane talentuoso chitarrista Jack Clark.

La voce aspra e graffiante del leader ormai è solo un ricordo, il gentiluomo delle Highlands scozzesi si sforza di modulare quel poco che è rimasto delle sue corde vocali con un effetto per nulla melodioso anche se l’amore dei fan può superare questo e altro. Comunque il risultato complesivo è più che accettabile, si lascia ascoltare con facile piacevolezza e una certa dose di gioia e stupore infantile.

Anderson naturalmente non ha da giocarsi solo le corde vocali, è anche uno straordinario polistrumentista, performer e intrattenitore. Sul palco si muove ancora con una certa agilità giocando ironicamente su fatto di non essere più un ragazzo; non fa proprio mancare niente al proprio pubblico deliziato, nemmeno le sue classiche pose da pifferaio magico che suona in equilibrio su una gamba sola.

I brani della scaletta si srotolano piacevoli accompagnati da animazioni video di cui dicevamo sul fondale di quinta. La musica e i video si sposano benissimo regalando agli spettatori una specie di ascolto immersivo cui fanno da cornice anche gli splendidi arredi del Rossetti che tra stucchi dorati, velluto blu e luce di stella sono uno spettacolo di per se. Naturalmente, applausi da spellarsi le mani per gli eterni classici come Aqualung, Buree e Locomotive Breath.

Anderson strappa un ennesimo sorriso al pubblico quando, annunciando l’intervallo tra il primo set e il secondo, dice che basterà il tempo di fare una visita al banchetto del merchandising ufficiale della band oppure, per i più focosi, di farsi “A Quick One” (una sveltina) a ciascuno i propri gusti.

Scaletta:

  1. Some Day the Sun Won’t Shine for You, Beggar’s Farm, A Song for Jeffrey, Thick as a Brick, Songs From the Wood, Weathercock, The Navigators, Courious Ruminant, Bourrée in E minor

  2. My God, The Zealot Gene, The Donkey and the Drum, Over Jerusalem, Budapest,, Aqualung, Locomotive Breath.

 

Flaviano Bosco / instArt 2026 ©