La rassegna musicale sacilese da poco conclusasi si conferma, dopo 21 edizioni, ancora una volta come l’ideale luogo in cui s’incontrano e lambiscono la musica più raffinata e l’apertura verso un nuovo giovane pubblico attento, più che alla tradizione jazzistica spesso elitaria e respingente, a nuove esperienze sonore lontane dalla quotidianità, ma non troppo astratte o sperimentali.
L’attenta, lungimirante direzione artistica di Paola Martini ha permesso di educare all’ascolto un pubblico raffinato, sensibile, quanto mai aperto, elastico e di larghe vedute, in grado di passare agevolmente dall’elettronica giapponese, ai ritmi africani, a quelli indiavolati e caraibici per arrivare alla musica più meditativa e aerea. E’ un pubblico colto, raffinato, ma anche curioso e pronto a farsi stupire.
Dopo decenni di eccessi e di spericolate sperimentazioni, dopo aver provato la fusione con il rock, la musica elettronica, la world music, il jazz contemporaneo si è disseminato in mille rivoli tanto da non essere più un genere con un proprio specifico canone, ma un modo di approcciarsi al l’universo sonoro.
E’ davvero difficile capire quale sia la sua dimensione, le sue prospettive e sulla base di opportune, ponderate riflessioni esprimere critiche sensate e costruttive in grado di dare indicazioni di un qualche valore per un ascolto informato. E’ forse il caso di lasciarsi andare all’istinto o anche ad un ascolto meno strutturato e pretenzioso che a volte ci impedisce di cogliere la novità o i talenti nascosti sotto una coltre d’apparente banalità.
Con questi presupposti diamo un’occhiata ad alcuni concerti che hanno caratterizzato questa edizione della rassegna.










Amy Gadiaga Quartet: Joseph Oti (tromba) Simon Lamb (batteria) Luke Bacchus (pianoforte) Amy Gadiaga (contrabbasso, voce)
La contrabbassista franco-senegalese con il cappellino sulle 23 non è fatta per essere compresa da tutti; il grande pubblico di certo l’adora per le sue mises, per l’incantevole voce e per l’easy lounge jazz che la sua band esprime creando atmosfere chill-out ottime per gli aperitivi e per le serate romantiche e le “cene eleganti”.
Per gli scorbutici appassionati di pelo grigio, quei vecchi, intrattabili barbogi cui non va mai bene niente, la proposta appare un po’ troppo facile, acerba e scontata, quasi uno spreco di energie. A parte questa stretta minoranza di sedicenti intenditori che anche percentualmente vale poco e conta ancora meno tanto da essere praticamente in via di estinzione, le musiciste come Amy Gadiaga con le loro sonorità avvolgenti e setose hanno la qualità di attirare il pubblico giovane verso musiche e suoni alternativi e meno standardizzati di quelli che ormai anche le macchine sanno riprodurre o comporre con risultati più che accettabili.
E’ l’onda lunga dell’effetto Amy Winehouse che ha fatto riscoprire il gusto per suoni e musiche più adulte e suadenti. E anche se prima potevamo contare almeno sulla meravigliosa Sade Adu, oggi ci ritroviamo davanti ad una fitta schiera di flessuose signorine avvinghiate ai propri strumenti cantare con voce arrochita e sensuale.
Qualunque collegamento con la fantastica contrabbassista e cantante Esperanza Spalding è del tutto inappropriato, sarebbe come fare il paragone tra Picasso e un imbianchino.
Gadiaga è in gran parte un prodotto dei club londinesi che da almeno vent’anni dettano legge in fatto di gusti; dopo il fenomeno Shabaka Hutchings e del suo entourage però non sembra essere uscito più niente di così prezioso da quell’ambiente.
La contrabbassista ripropone un modo di suonare che negli anni ’90 del secolo scorso si sarebbe chiamato Acid Jazz, non ha doti virtuosistiche con il suo strumento e anche con la voce non brilla per originalità; detto questo ascoltarla è molto piacevole anche perchè si avvale di musicisti davvero straordinari.
Joseph Oti è un trombettista ispirato, dal suono potente e veloce di un moderno Be-Bop, “sventaglia” i suoi assolo con apparente leggerezza e grande efficacia.
La ritmica è sostenuta totalmente dall’ottimo Simon Lamb solido, irruento e a tratti persino selvaggio e violento, assicura che l’esibizione mantenga fascino e struttura.
La morbida set list basata sul recente Ep “All Black Everything” sfoggiava anche piacevoli interpretazioni di assoluti standards come “Girl from Ipanema” eseguito dalla sola band nell’introduzione del concerto, “Bye Bye Blackbird”, “Someday My Prince Will Come”, assoluti capolavori che sono ancora di livello troppo alato per le capacità della giovane contrabbassista. Ha fatto meglio con i propri brani originali come “Paloma Negra”, “Soar When I’M Alone”, “Petite”.
Insomma, se son rose fioriranno, sospendiamo il giudizio per ora, se ne riparla tra dieci anni, se proprio sarà ancora necessario.
Les Amazones D’Afrique: Mamani Keïta, Fafa Ruffino, Alvie Bitemo (Voci) Manu Chavanet (tastiera) Xavier Pernet
Effetti tipo secret language of the birds e poi via di evocative tastiere. Dalle quinte misteriosa e felina la prima delle Amazzoni e poi, una alla volta le altre pantere con le loro voci tragiche e profonde, sfavillanti nei loro abiti dai colori d’Africa in trionfo.
Il loro è niente di più di un pop funkeggiante tutto tastiera e batteria. Il pubblico applaude ritmicamente, loro sensuali ondeggiano e cantano felici. E’ proprio una bella festa, mancano solo gli ombrellini sui long Drink vista mare e il profumo della carne alla brace. Ci si diverte un sacco e va bene così. Il Jazz e tutti i suoi derivati, compresa la musica africana attuale, nascono come musica da ballo e intrattenimento, per cui non c’è proprio niente di male nel lasciarsi andare al mainstream commerciale, si ascolta volentieri e non ci si può trattenere dal muovere qualche passo di danza.
Ad ognuna spettano le luci della ribalta, sostenute dall’Heasy Life più semplice e immediato, cantano che è una meraviglia, regalando al pubblico esattamente quello che si aspetta, trascinandolo in un paesaggio africano da giardino, “tra l’oleandro e il baobab come facevo da bambino, ma qui c’e gente non si può più…non c’è il leone chissà dov’è?”
E’ un treno dei desideri che sbuffa nel mezzo della savana, con gli elefanti e i bantù, tutto è fasullo e dai colori saturi come nei cartoni animati, le tre amazzoni sono bravissime a fare le Mami con i loro grandi sorrisi e le danze appena accennate. Coinvolgono continuamente il pubblico esortandolo a vocalizzi e applausi ritmati: “Ehei! Ehei! Ehi! Noi chiamiamo tutte le donne del mondo…Sono tutte Regine.”
C’è, naturalmente, anche lo spazio per la solidarietà. Le tre cantanti aderiscono ad una campagna di sensiblizzazione in favore degli orfani di cui dovremmo occuparci di più. Anche questo fa parte dell’immaginario collettivo che riguarda l’Africa, si ride e si balla ma poi ci deve essere anche il momento tragico e compassionevole.
Fa tutto parte di uno spettacolino coloniale che funziona sempre tra “banane e lamponi”che il pubblico si aspetta e pretende. Una bella mostra voluta dal critico musicale Flavio Massarutto nei mesi scorsi ha ribadito quanto nel mondo dello spettacolo e non solo siano ancora nascoste strane forme di atteggiamenti discriminatori anche celate sotto innocue apparenze.
Lo Spettacolo delle tre cantanti africane è stato molto godibile, perfettamente congeniato e rodato, le loro voci sono assolutamente splendide e il fatto che si siano esibite solamente sulle basi fornite dalla tastiera e dalla batteria non nuoce al complessivo giudizio positivo sulla divertente festa africana; l’entusiasmo del pubblico e il sold out testimoniano del gradimento.
Ci si domanda solo se abbiamo ancora bisogno di africani che, per solleticare il nostro immaginario coloniale, si comportano come piace a noi: con i capelli posticci, i loro gran sorrisi a 92 denti, come grandi Mama Africa con la sveglia al collo. Forse sarebbe il caso di smetterla con la compassione e i ricatti emotivi per passare ad un ascolto meno ipocrita e maggiormente consapevole. Certi nostri sensi di colpa sono assolutamente fasulli e spesso ci impediscono di ascoltare con serenità la voce degli altri nostri fratelli.
Nik Bärtsch: Piano solo
La Fazioli Concert Hall non ha più bisogno di alcuna presentazione. Ogni appassionato di musica sa che è uno scrigno di meravigliose emozioni, un luogo fatto per l’ascolto che allo spettacolo e all’intrattenimento volgare dedica giustamente lo stretto necessario. La severità della perfetta acustica, regala in ogni caso piaceri deliziosi tra legni e luci essenziali
Prima dell’esibizione è scrosciato un applauso dovuto e meritato all’ing. Fazioli che ha voluto e creato l’auditorium, innovando grandemente l’arte della costruzione dei pianoforti.
“Piano jazz” è la rassegna di concerti dedicati agli 88 tasti all’interno de “Il volo del Jazz” che molto spesso si avvale dell’incantevole spazio della Fazioli Concert Hall. Nik Bärtsch appare dal drappo rosso del piccolo sipario come un monaco zen con un abito total black, il cranio rasato, alto, ieratico e ossuto.
Attacca una sequenza che appare subito drammatica e pulsante di ripetizioni e grappoli di note che si inseguono ossessivamente in un loop spiraloforme totalmente ipnotico e meditativo. Le frasi musicali tra loro apparentemente identiche evolvono e si trasformano per continui quasi impercettibili piccoli scarti di una trama musicale che ritorna inevitabilmente su se stessa.
La definizione di minimalismo è certo convenzionale e non s’attaglia perfettamente all’arte di Bärtsch;il pianista agisce spesso con la mano sinistra sulla cordiera con un effetto disturbante, ma molto efficace. E’ un’espressione musicale del tutto meta-narrativa che racconta con le note ciò che non è comprensibile con un altro linguaggio e che può esprimersi solo attraverso la tastiera. A tratti le sonorità sono perfino violente e dure come una sferza, sembrano voler esaltare solo la meccanica del suo strumento. Un senso di naufragio, un volo, come dice il poeta di Asti, a significare l’ineffabilità di certa musica ed è proprio questo il caso, soprattutto quando, ad un certo punto, picchiare sui tasti risponde a stati d’animo d’assoluta frustrazione e desolazione, un eloquio totalmente astratto e meccanico di un’esperienza musicale incorporea e immateriale.
L’occhio di bue implacabilmente puntato sul pianoforte ne deformava visivamente le forme tra bagliori sulla cordiera dorata e i riflessi sulla laccatura nera, facendone risaltare perfino la polvere depositata, trasformandolo in un oggetto d’arte metafisica e allo stesso tempo materica che ai meravigliosi suoni regalava una nuova configurazione e prospettiva.
In alcuni momenti il suo insistere sulla tastiera diventa un vero e proprio picchiare in una lunga teoria di suoni sempre più lamentosi. Musica che non sembra accompagnarsi a nessuna immagine, qualche accordo vaga nella memoria, un’unità di spazio-tempo che ne segue un’altra e così via. Un concerto di incredibile intensità, mistico e ieratico fino alla contemplazione. Nick parla con il pubblico prima di concedere qualcosa che si potrebbe anche definire bis se non altro perchè viene dopo gli applausi finali, ma in realtà si è trattato di un’altra suite di grandissima tensione emotiva, un frammento, un lacerto, un discorso spezzato, un sasso contro una vetrata a cui segue ancora un altro momento germinativo al pianoforte. Le notti d’inverno tra novembre e gennaio vengono indicate tradizionalmente come le notti del magico nelle quali può accadere qualunque manifestazione del mondo spirituale da quelle più oscure e maligne a quelle più luminose. La musica di Bärtschè pura luce.
Tra il pubblico qualcuno ha sostenuto di aver visto e sentito qualcosa di profondamente orientale nei suoni del pianista che ha certo frequentazioni molto importanti con quelle culture. Uno spettatore, totalmente incantato dall’esibizione ha avuto modo di percepire, tra le note, perfino delle immagini cinematografiche.
Come in un film di Kurosawa, tra le note, gli è sembrato di veder un contadino tornare dal campo dopo una dura giornata di lavoro, stanco ma anche soddisfatto per aver fatto il proprio dovere, e sulla strada di casa i suoi bambini corrergli incontro vocianti e festanti. Da buon padre aveva una parola buona e una carezza per tutti. Sulla soglia l’aspettava la moglie felice di rivederlo Infine, la famiglia felice si accomodava al tavolo comune per il desinare.
Un sogno lucido, complesso, forse non del tutto accostabile alla musica del pianista, ma è bello e affascinante interrogarsi su quali immagini evocano i suoni dentro di noi.
Tra le 101 storie zen di un famoso testo (Adelphi 1973) quella dal titolo “Una sola nota di Zen” ci fornisce suggestioni che possono fare al caso nostro:
“Dopo la visita all’imperatore, Kakua scomparve e nessuno seppe più niente di lui. Fuu il primo giapponese a studiare lo Zen in Cina, ma poiché ne rivelò soltanto una nota e null’altro, non è ricordato tra quelli che portarono lo zen in giappone.
Kakua andò in Cina e ricevette il vero insegnamento. Durante la sua permanenza laggiù non fece viaggi. Meditando incessantemente, visse in un luogo remoto sulla montagna. Tutte le volte che la gente lo trovava e gli chiedeva di predicare, lui diceva poche parole e poi se ne andava in un altro punto della montagna dove sarebbe stato più difficile trovarlo.
Quando Kakua tornò in Giappone, l’imperatore sentì parlare di lui e gli chiese di predicare lo Zen a edificazione sua e dei suoi sudditi.
Kakua rimase in silenzio davanti all’imperatore. Poi tirò fuori un flauto dalle pieghe della sua veste e sonò una sola, breve nota. Inchnandosi profondamente, scomparve”.
Flaviano Bosco / instArt 2025 ©