Adelmo Fornaciari al Bluenergy Stadium di Udine del 4 luglio 2026 di fronte a 20 mila fan scatenati ha detto di essere un uomo comune e di voler stare con la gente normale. E’ sembrato un bel modo di schernirsi e di captare la benevolenza del pubblico rimanendo perfettamente sincero e probo.

In realtà, la sua meravigliosa esibizione ha dimostrato che non è uno come tanti. Infatti, lui è Zucchero “Sugar” Fornaciari” King of the blues in Italy

Alla soglia dei 70 anni è l’autentico “Funky gallo con i pensieri sconci nelle dita”; “l’Hootchiee cootchiee man della Bassa Padana”, il “Partigiano reggiano” più forte che c’è. Ne hanno avuto conferma i 20 mila dello stadio che hanno vibrato dall’inizio alla fine insieme a lui.

Era la 27ma tappa del suo tour mondiale “Baila (sexy thing) 25th – Under the Moonlight”, la prima italiana e anche questo fa una bella differenza. Sono davvero pochi gli artisti italiani che sono in grado di convincere anche fuori dei patrii confini.

Vasco aveva appena tenuto la sua doppia tappa udinese nel medesimo stadio e a Tor Vergata esplodeva la stessa sera il boato dei 250 mila di Ultimo artisti dal grande seguito sotto il nostro sole, ma del tutto sconosciuti appena pochi passi fuori dal Brennero.

Zucchero è da sempre un artista internazionale, apprezzato e acclamato a qualunque latitudine, con collaborazioni stellari con Ray Charles, Eric Clapton, Miles Davis, Sting, B.B. King, Joe Cocker, Brian May, Bono, Tom Jones, Sheryl Crow, Iggy Pop, Paul Young…da far tremare le vene e i polsi.

Preceduto dalla breve esibizione della figlia Irene dalla voce tonante soprattutto in “Proud Mary” di Tina Turner, Papà Adelmo alle 21,00 spaccate ha aperto una serratissima esibizione che è durata fino alle 23,40.

Per essere precisi, il concerto principale è stato aperto dalla meravigliosa voce e presenza scenica di Oma Jali, corista del Camerun che ha toccato il cuore di tutti con una setosa interpretazione di “Oh, Doctor Jesus” tratto da Porgy and Bess di Gershwin poi diventato cavallo di battaglia per Ella Fitzgerald e Louis Armstrong, ma anche un classico di Chuck Berry. E’ un cosiddetto “Gospel di guarigione” che tra l’altro dice:

An’chase de devil out of her down a steep place into de sea

E scaccia il demonio da lei, giù dalla rupe fin dentro al mare.

L’effetto è stato immediato e l’atmosfera dell’enorme arena è diventata quella di una Barrelhouse, un “Juke Joint” sulle rive fangose del Mississippi. Come scrive Ted Gioia nel suo formidabile “Delta Blues” (EDT, pag.40):

“Ma Rainey…capiva come Bessie Smith, le aspettative dei suoi fan, che desideravano l’eleganza quanto la musica. I locali del Blues del Delta, al contrario, non sarebbero potuti essere più umili: un angolo di strada o un capannone delle ferrovie, un chiosco del pesce fritto o un ballo all’aria aperta, un juke joint, o addirittura un penitenziario. Il blues classico abitava spazi più eleganti, cabaret o tendoni delle feste o teatri del centro. Viveva almeno fino al brutale avvento della Grande depressione, a un livello più alto, in contesti più alla moda, rispetto ai suoi parenti più poveri giù in campagna”.

Con le dovute differenze, Zucchero, con la sua enorme, sofisticata macchina scenica, si nutre di queste suggestioni, riuscendo a prendere il meglio da entrambe le dimensioni dell’autentico Blues , da quella più stracciona, sudata e stradaiola a quella più lussuosa, luccicante e colorata.

mega- schermi, agli effetti di luci e alle scenografie viene percepito dal pubblico come un’enorme balera dove, al più scatenato divertimento, si alternano momenti assolutamente intimi e perfino pensosi.

Dopo aver sciorinato brani di repertorio fulminanti ed esplosivi con la sua super band, Zucchero si è seduto in trono, solo su una pedana che lo avvicinava al pubblico. Imbracciata una chitarra acustica, ha raccontato ed eseguito alcuni dei suoi brani meno conosciuti, intrattenendo il pubblico con battute invero un po’ telefonate, ma di certo genuine, intrecciando anche con i propri musicisti un siparietto comico, tra simulati errori d’intonazione e rimbrotti, come se lo stadio con i suoi migliaia fosse una modesta sala prove di periferia.

In realtà, non c’è stata una virgola fuori posto; un’attenta regia scenica aveva pianificato tutto nei minimi dettagli e non c’è mai stato nemmeno un momento per l’improvvisazione, “A clockwork in Blu”.

Nella scintillante set list una prima parte di grandi successi conduceva dritto all’uragano di Baila (sexy thing) per festeggiare i suoi 25 anni sotto la luna piena, per poi rifugiarsi nella parte più nascosta dei cuori con il momento confidenziale di cui s’è detto. In seguito, dopo la solenne “Miserere” tutta dedicata all’indimenticabile “Lucianone nazionale” con le immagini e la voce di Pavarotti che “Brindavano alla vita”, Zucchero ha lasciato il palco alla sua band che ha intonato un’ incredibile cover di “Disco Inferno” dei The Trammps, se è possibile, ancora più travolgente dell’originale facendo ballare tutto lo stadio al ritmo della disco music più indiavolata:

It was so entertaining when the boogie started to explode. I heard somebody say…Disco Inferno (Burn baby burn)

Una vera deliziosa sorpresa come la vocalist che l’ha cantata, l’incredibile Keba Williams che in seguito si è esibita anche al clarinetto. La band lasciata sola ha inanellato tre brani al fulmicotone, dimostrando una preparazione tecnica e virtuosistica fuori dall’ordinario. Tra tutti gli ottimi musicisti è il caso di citare la fantastica chitarrista Kat Dyson dalla carriera sfolgorante che fece parte a lungo dei “New Power Generation” la band che accompagnava in tour e in studio nientemeno che Prince.

Tra i meravigliosi brani, le storiche hit e quelle più dimenticate, ognuno dei presenti ha avuto modo di godere di quello che più toccava la sua anima; Zucchero non si è certo risparmiato ed ha regalato intense interpretazioni di “Diamante”, “Donne”, “Diavolo in me”, “Partigiano reggiano”, “Vedo Nero” e tante altre. Per chi scrive la tromba di Miles che riecheggiava in “Dune Mosse” è stato un enorme regalo così come alcuni aerei versi de”Il Volo” con i quali concludiamo questa recensione: “Sogno qualcosa di buono che mi illumini il mondo buono come te, che ho bisogno di qualcosa di vero che mi illumini il cielo proprio come te”.

Zucchero “Sugar” Fornaciari a Udine ancora una volta con la sua arte ha seguito la direzione che indicano le costellazioni del Blues “Where the Southern Star Cross The Dog” la dove la Croce del Sud incrocia il Cane, è proprio la che ci ritroveremo.

©Flaviano Bosco per instArt