E’ in corso di svolgimento a Gorizia la ventiduesima edizione del festival E’Storia che anima per una settimana il centro isontino e Nova Gorica e prevede circa trecento incontri con studiosi, giornalisti, esperti e scrittori per analizzare il tema delle Religioni.
Un appuntamento imperdibile per i numerosissimi appassionati e per semplici curiosi interessati agli approfondimenti sugli eventi del passato e sulle loro ripercussioni sul presente.
E’Storia 2026 è stata inaugurata il 28 maggio al Teatro Verdi alla presenza delle autorità cittadine e regionali, nel corso di un interessante incontro dal titolo ‘L’Iran islamico’ una conversazione tra Farian Sabahi, di origini iraniane, professoressa associata in Storia contemporanea all’Università dell’Insubria e la giornalista Cecilia Sala che nel 2024 fu arrestata e detenuta per 21 giorni nelle carceri iraniane con l’accusa di avere violato le leggi locali. Moderato da Antonio Di Bartolomeo, l’incontro ha tratteggiato la attuale situazione interna iraniana a tre mesi dall’attacco israelo-americano del 28 febbraio scorso. Un attacco che ha decapitato la leadership politica iraniana, evento che ha favorito un ricambio generazionale tra le élite al potere nel Paese dove i vecchi detentori del potere non lasciavano spazio alle nuove generazioni di leader, tra le cui punte di diamante si segnalano l’attuale ministro degli esteri e l’attuale capo del Parlamento. Nuovi volti che si attorniano di team fortemente specializzati con all’attivo lauree, dottorati e master anche a livello internazionale. Oggi in Iran si assiste ad un progressivo passaggio di poteri tra l’aristocrazia religiosa a favore dei pasdaran. Gli attacchi dello scorso febbraio hanno causato danni ingenti a livello politico e materiale, ma i pasdaran hanno trovato il modo di tenere sotto scacco l’intera economia globale agendo nello stretto di Hormuz. Ma chi comanda, oggi, in Iran? Su questo punto, hanno concordato le due relatrici, non c’è al momento una risposta chiara. Il regime può contare su uno zoccolo duro di seguaci, le opposizioni sono represse, i monarchici sono in numero ristretto ed il tentativo di Reza Pahlavi, erede dell’ultimo Scià, di accreditarsi come possibile futuro leader pare poco convinto ed, in molti temono, legato tra le altre cose alla possibilità di sbloccare un importante fondo fiduciario cui potrebbe beneficiare il primo della famiglia in grado di riprendere il potere in Iran. I gruppi militari tengono in piedi il regime e non mostrano di allentare la presa sulla popolazione, che aveva iniziato negli scorsi mesi una serie di proteste e di richieste di maggiori libertà. Una situazione complicata dove ancora una volta a fare le spese è il popolo iraniano che dopo alcuni mesi di speranza è ora terrorizzato dalla ferocia della repressione che, per frenare la protesta, si stima abbia ucciso 7000 persone in 48 ore.
In precedenza la Tenda Erodoto aveva ospitato una lectio magistralis del professor Andrea Riccardi storico, ex ministro e fondatore della comunità di Sant’Egidio dal titolo ‘Il Papa polacco’. Riccardi ha tratteggiato il profilo di Karol Wojtyła Giovanni Paolo II che fu eletto al trono pontificio il 16/10/1978 e vi rimase fino alla morte nel 2005. Per molti fu un enigma, afferma Riccardi, accusato di essere ‘troppo polacco’. Timido, sensibile ma roccioso. L’enigma si chiarì in una data precisa, continua Riccardi: quando durante una visita agli ebrei di Roma li definì ‘fratelli maggiori’. 146 viaggi in Italia, 129 i Paesi stranieri visitati, Wojtyła strinse le mani a centinaia di migliaia di persone e non disdegnò di incontrare personaggi controversi come il cileno Pinochet o il filippino Marcos. A tutti cercò di instillare il suo messaggio di transizione pacifica, un cambiamento non ideologico e non violento. Il suo contributo nella sconfitta dei regimi comunisti è considerato innegabile. Fu fermo nel difendere l’ortodossia cattolica ma fu accusato di governare la Chiesa a modo suo, con un piglio a metà tra modernizzazione e ostinazione. Il suo grande cruccio era l’Europa e la sua spinta alla secolarizzazione. Agli Stati Uniti lo univa il desiderio di sconfiggere il comunismo, non gli riuscì di raggiungere Cina e Russia dove era temuto per l’effetto dirompente che la sua figura aveva nella popolazione civile.
© Laura Fedrigo per instArt