Non è il titolo del solito best of, ma quello dell’ultimo – probabilmente in tutti i sensi – album del cantautore milanese, figlio d’arte (la madre cantante lirica) e che ha attraversato diversi decenni di canzone e società italiane, dagli anni settanta (dove la Milano non era ancora da bere, ma da iniettarsi…) agli ottanta più commerciali, fino alla maturità del nuovo millennio.

Dopo la proverbiale gavetta, pubblica il suo primo album con la Cramps di Gianni Sassi nel 1975, Non gettate alcun oggetto dal finestrino. Qui c’è già in nuce tutto Finardi: c’è già il cantautore anarchico, seppure i testi siano ancora piuttosto ingenui, che si pone da un punto di vista “privato” sulle problematiche pubbliche (iniziano gli anni del riflusso…): c’è il rock (se solo avessi) per il quale, in questi tempi di progressive, si avvale di musicisti di tutto rispetto (Bullen – Calloni per una sezione ritmica propulsiva, un giovane Camerini alle chitarre, Fabbri al violino e molti altri); c’è la ballad antimilitarista quando stai per cominciare (… a vivere, ti chiamano a fare il militare); la ballad didascalica (la storia della mente); il recupero della canzone popolare (saluteremo il signor padrone); un pezzo in americano, la lingua della madre (taking it easy); un richiamo al Pasolini di Valle Giulia (caramba); un po’ di internazionalismo (Afghanistan). L’anno seguente sempre per la Cramps record pubblica Sugo (1976), col quale continua il suo discorso sociale/privato (la c.i.a., oggi ho imparato a volare, voglio), ma stupisce, in quei tempi di metacinema, metamusica, metatutto…, con un trittico di metacantautorato (coevo al Guccini de l’avvelenata e in anticipo sul Bennato di Sono solo canzonette): sulla strada parla della vita del musicista, ovviamente senza poter competere con the road di Danny O’Keefe, ma negli altri due brani Finardi centra in pieno il disagio giovanile del tempo ponendo il cantautore – impegnato – come possibile ancora di salvezza: da qui la radio, sulle radio libere che stavano proliferando in quegli anni e musica ribelle

Gli anni successivi proseguono su questa strada: grandi musicisti (si aggiungono via via componenti degli Area, compagni… di casa discografica), temi sociali visti spesso (anche) come problematici per/nel la vita privata, tematiche internazionali. Ecco allora Diesel (1977), Blitz (1978), l’album di extraterrestre, e Roccando rollando (1979), l’ultimo con la Cramps. 

Negli anni ottanta è uno di quelli che riesce a “salvarsi” dai suoni troppo sintetici, mantenendo sempre musicisti di ottimo livello, anche se perde una fetta di pubblico che lo accusa di essere diventato troppo “commerciale”: in effetti la musica è spesso più delicata e molti brani sono ora più intimisti, ma non manca certo l’impegno sociale (Soweto) e di questo periodo sono alcune canzoni ormai diventati dei classici della canzone italiana (le ragazze di Osaka, dolce Italia, la forza dell’amore, una notte in Italia, e anche amore diverso, dedicata alla figlia Elettra, nonché Vil Coyote e amami Lara che, tra fumetto e videogioco, evidenziano la ricerca di un dialogo con le nuove generazioni). 

Tra i suoi progetti, negli ultimi anni, un album omaggio al fado portoghese (O fado, 2001), un album sulla ricerca della spiritualità – lui ateo convinto (Il silenzio e lo spirito, 2003), un album blues (Anima blues, 2005), un omaggio al poeta russo Vysockij (Il cantante al microfono, 2008), oltre a varie riletture e reinterpretazioni, dal vivo e in studio, delle sue stesse canzoni. In sostanza, non si è fatto mancare quasi niente: pertanto sembra quasi scontato finire con… Tutto

Il nuovo album, prodotto da Giuvazza Maggiore (che ha scritto i brani con Finardi) suona a volte un po’ troppo synth&beat – pur recuperando anche una strumentazione più classica – che però forse rappresenta il giusto equilibrio per la voce ormai profonda di Finardi: un sottile sperimentalismo in produzione che cerca sonorità più moderne rimanendo comunque ben saldo all’interno dei canoni della canzone d’autore. L’album inizia con futuro, basso pulsante e voce trattata, con un testo disincantato verso l’intelligenza artificiale. Gli accenni alla scienza continuano con Bernoulli (“se una grande idea diventa un’ossessione/ … / un grande ideale può essere oppressione”): qui siamo già ben oltre il riflusso, a un ripensamento critico di un passato comunque da non ripudiare. Concetto, infatti, subito ribadito nella successiva tanto tempo fa (“alla radio ho sentito un sogno/…/di giustizia, speranza, dignità, uguaglianza/…/ poi l’amore libero/ non c’era la proprietà/ ma era tanto tempo fa…”) rock e chitarra elettrica in bella evidenza. Intermezzo familiare con la battaglia tra genitori e figli (“figli che conoscono il mondo/ da Pechino a Macondo/ ma non chiamano mai…”), soprattutto perché “sono liberi… e hai vinto tu”. Tu che hai voluto insegnargli la libertà. E’ un brano che commuoverà qualche genitore… Poi Francesca sogna, canzone cui partecipa la figlia di Finardi, in arte Pixel, soprattutto nel finale dove canta, protagonista, “stare sempre sveglia ad imparare la vita/…/ perdersi e trovarti per sentirmi capita”. Echi di Faber – in latino, uno che fa – ne la mano di uno che sa (“tu non sai quanto vorrei/ sapere quello che sai”), mentre onde di probabilità è un esperimento musicale e testuale di confronto con la scienza (Finardi ateo spirituale…); “la misura determina il reale” che è “un’onda tra onde di probabilità… e tutto questo è quantum”. I venti della luna (“venti di gloria, venti di guerra, venti di gioia…”) ha un testo con elenchi che avrebbero fatto contento Umberto Eco e rimandi interni ed esterni – anche quelli più scontati come “la risposta soffia nel vento”, una canzone in fondo liberatoria, anche se suona un po’ anni novanta. Con massiccio attacco di panico si ritorna alla fiducia nella scienza (“un ciclotrone è una cattedrale consacrata alla ragione”), ma sempre la salvezza è nella natura (“cerco calore nella luce del sole… l’universo è una danza”). Si va a chiudere un’era, per Finardi, e potrebbe chiudere l’album con pentitevi “che la fine del mondo è vicina” e non sembra scherzare molto… Ma Finardi non sarebbe Finardi se non fosse, anche all’ultimo, il Guevara della canzone, duro senza perdere la tenerezza, e l’album si conclude con la facoltà dello stupore. Lui stesso si chiede “se serva un’altra canzone d’amore”, ora che “ha chiuso il ciclo di una vita” e sta “cercando le assonanze che mi fanno risuonare”. E questa è una canzone d’amore davvero immensa, emozionante, perfetto connubio tra testo e musica, e se davvero sarà l’ultimo lavoro, le sue ultime parole “ho bisogno di silenzio/ in questo gran rumore/ ho bisogno di capire/ la natura dell’amore” sono precisamente, rigorosamente, amorevolmente Tutto Finardi.

© Stefano Simonato per instArt