Sala gremita a Ronchi dei Legionari per la presentazione di Porzûs 1945 Prove di Gladio sul confine orientale. La storica friulana denuncia ottantanni di depistaggi”.

Venerdì 17 ottobre, all’Auditorium comunale di Ronchi dei Legionari, la storica Alessandra Kersevan ha presentato il suo nuovo libro, “Porzûs 1945. Prove di Gladio sul confine orientale. L’ultima inchiesta” (Kappa Vu, 2025).

Non un semplice incontro culturale, ma una vera e propria lezione civile sulla memoria del Novecento, moderata dallo storico Marco Puppini, e parte della rassegna “Noi e la Storia”.

Kersevan ha aperto l’incontro chiarendo il punto di partenza della sua ricerca: il confine orientale come “confine mobile”, deformato da propaganda e rimozioni. «Non furono terre invase dagli slavi» – ha ricordato – «ma territori che l’Italia tentò di inglobare spostando verso Est la propria frontiera, ben oltre Lubiana».

Un contesto geografico e politico essenziale per comprendere non solo la tragedia di Porzûs, ma l’intera costruzione ideologica del dopoguerra.

Il volume nasce da un lavoro di ricerca d’archivio imponente, durato anni. Kersevan ha riletto integralmente gli atti dei processi di Brescia, Lucca e Firenze, incrociandoli con documenti britannici, americani e sloveni.

Ne emerge una ricostruzione che scardina molte certezze: l’eccidio di Porzûs non fu un episodio isolato di “faida partigiana”, ma parte di una più ampia operazione politico-militare, concepita per creare un fronte anticomunista e antislavo nel Friuli Venezia-Giulia del 1945.

Dietro le quinte, sostiene la storica, agivano apparati militari italiani e ambienti nazionalisti vicini all’ammiraglio Raffaele De Courten, già capo di Stato Maggiore e ministro della Marina nel governo Bonomi che, secondo Kersevan, agirono con la copertura e nell’interesse strategico degli alleati angloamericani. Una rete che anticipa, per logiche e strutture, quella che in seguito sarebbe diventata Gladio.

Gli osovani e il fronte antislavo

La ricerca mostra come i reparti della Osoppo, definitisi “patrioti”, intrattenessero rapporti ambigui con i repubblichini della X MAS e con elementi tedeschi, nel tentativo di costituire un fronte comune contro Tito e i partigiani comunisti: «una guerra nella guerra» – la definisce Kersevan – «preparata da chi voleva far credere a un’imminente invasione slava per giustificare un intervento italiano armato».

Una tesi suffragata da fonti inglesi e americane e dalla rilettura di relazioni interne alla Osoppo e di altri documenti (alcuni furono anche trafugati) e mai utilizzati nei processi dell’immediato dopoguerra. Da questi documenti emerge un disegno di più ampia portata, volto a creare un “incidente di frontiera” che potesse giustificare un’azione militare contro l’esercito popolare di Tito, in linea con le strategie angloamericane per contenere l’Armata Rossa nei Balcani.

Processi e depistaggi

Kersevan parla senza giri di parole di “abominio giuridico”.

Le condanne inflitte ai partigiani garibaldini furono severe, spesso senza prove, mentre si ignorarono le collusioni degli osovani con forze fasciste e tedesche. «Il garantismo allora non esisteva» – osserva «e i gappisti furono trattati come briganti».

Citato anche il magistrato Roberto Scarpinato, secondo il quale tutto il dopoguerra italiano è stato segnato da una “costante manutenzione del depistaggio”, utile a tenere lontano lo sguardo pubblico da verità scomode.

I processi – spostati da Udine a Brescia, poi a Lucca e infine a Firenze – si chiusero con condanne pesanti ma nessuna chiarezza sul reato di tradimento, la cui istruttoria, destinata a proseguire a Perugia, fu estinta per amnistia nel 1960. Un epilogo che, per Kersevan, rappresenta la chiusura politica di una verità che non si volle più indagare.

Nel finale, Kersevan invita a non archiviare la questione: «non sono fatti che non ci toccano più. Sono parte della storia repubblicana e della costruzione del potere nel dopoguerra». Il pubblico risponde con un lungo applauso.

Forse per riconoscenza verso una studiosa che, con rigore e coraggio, continua a interrogare la storia italiana là dove la memoria ufficiale preferisce non guardare.

Marina Tuni ©️ instArt 2025