
foto Glauco
Il teatro Maurensig è una sala peculiare: è, forse, l’unico teatro nel quale trovarsi nelle file in fondo è meglio che essere seduti in quelle davanti. Questo è l’unico modo per non perdersi gli ipnotici rimbalzi della luce sulle pareti e la sua costante invasione di ogni angolo del soffitto, capaci di creare tunnel e riflessi sempre nuovi. È come se il suo ambiente immersivo ti invitasse a porre la giusta distanza tra te e lo spettacolo, come a chiederti di guardare da una prospettiva più ampia la bellezza che mette sul palco.
È con questo esatto spirito che va in scena, lo scorso sabato 14 Marzo, Moto Contrario, spettacolo ideato dagli artisti del Quartetto Indaco e che l’associazione RiMe MuTe e la fondazione Luigi Bon hanno deciso di includere nella rassegna Utopia 2025/2026.
La cornice di Feletto non è, ormai, nuova agli allestimenti immersivi proposti dal palinsesto di quest’anno: la parola d’ordine, una volta di più, è multisensorialità. Moto Contrario si inserisce perfettamente all’interno di questa direzione artistica, proponendo un’idea di spettacolo innovativa.
Il “moto contrario” è ciò che avviene in musica quando due linee di note, una alta e una bassa, si invertono, con quella alta che diviene più grave e quella bassa che, invece, si acuisce. La genialità del concept della serata sta proprio nell’estrapolazione di questo concetto teorico e la sua successiva applicazione alla narrazione. Questa, infatti, si costruisce attorno ad una coppia di vite, raccontate tramite diari ed epistolari, che, proprio come in un moto contrario, vivono opposte parabole emotive.
Da una parte Clara Wieck-Schumann, moglie del celeberrimo autore Robert Schumann, che osserva il disfarsi del proprio iniziale idillio amoroso e familiare con il musicista, al seguito della pesante malattia mentale che coglie quest’ultimo nel crepuscolo della sua vita.
Dall’altra, Sarah Kim-Cross, violinista (o come lei stessa preferisce definirsi, qualcuno che suona il violino), che vive un lungo periodo di depressione intensa sin dalla post-adolescenza.
Mentre Schuman scende, Kim-Cross risale, in un moto contrario di speranza e rinascita.
Lo spettacolo si struttura, dunque, su tre piani.
Quello della musica, che vede il Quartetto Indaco (Eleonora Matsuno, primo violino, Ida di Vita, violino, Jamiang Santi, viola, e Cosimo Carovani, violoncello) destreggiarsi superbamente tra le struggenti composizioni di Robert e Clara Schumann e alcune sperimentazioni musicali dello stesso Cosimo Carovani.
Quello della narrazione, con Nicoletta Oscuro (Clara Wieck-Schumann) e la giovane Serena Costalunga (Sarah Kim-Cross) che donano la propria voce per l’interpretazione dei reconditi pensieri delle due opposte protagoniste, con pathos, trasporto e intensità vibranti.
Infine, quello della visual art, curato da Letizia Castellano. Voglio soffermarmi su quest’ultima, per tributarle il plauso che merita per il lavoro compiuto. Nonostante possa passare quasi in secondo piano di fronte ai professionisti dello spettacolo che animano in prima persona il palco, è proprio la visual art a rivelarsi il collante ideale per l’allestimento: un’ora e mezza di video, realizzati con le più disparate tecniche, dalla computer grafica allo stop motion, passando per l’animazione e il timelapse, che riescono nell’arduo compito di accompagnare perfettamente il clima della musica e dei testi, continuamente oscillante tra le ombre e le luci di due storie personali così emotivamente complesse. Forse non avrà ricevuto direttamente il bagno di applausi al termine della serata, ma è grazie a Castellano se, per un’ora e mezza, il Maurensig si è travestito da improprio caleidoscopio teatrale.
Il risultato è stato, senza esagerare, da brividi.
Impossibile restare indifferenti di fronte alla splendida commistione di luci e musiche, mentre si rimane rapiti dalle storie di queste due donne, tanto personali, caravaggesche e viscerali da arrivare a toccare nel profondo lo spettatore. In un momento storico come il nostro, che, rubando le parole di Jonathan Haidt, è caratterizzato dalla sua società ansiosa, trattare i temi della depressione, della cura di sé, della salute mentale, delle etichette e dei tormenti interiori che mutano in rinascite è più che mai importante. Uno spettacolo che fa riflettere, senza rinunciare al trasportare la platea sul contraddittorio ottovolante di emozioni contrastanti di chi vive una profonda crisi personale.
Dispiace vedere un pubblico relativamente ridotto per la serata, anche perché uno spettacolo di questo livello merita, magari, qualche rappresentazione in più, ma gli sguardi soddisfatti all’uscita sono quelli di chi ha compreso come porsi alla giusta distanza dalle cose possa aprire prospettive sempre più ampie di bellezza.
Giovanni Flaibani