Siamo a Tokio nel 2003, Bob ( Bill Murray ) è su un taxi diretto verso l’aeroporto, ha appena salutato triste Charlotte ( Scarlett Johansson ), ad un certo punto la rivede: si ferma, fende la folla, la raggiunge, i due si abbracciano teneramente e la bacia, sulle labbra e sulla guancia, mentre Charlotte piange. Si salutano di nuovo.  Mentre si dirige verso il taxi ( ed il pubblico maschile si chiede come si fa a frequentare la Johansson per qualche giorno senza provarci) alcuni battiti di grancassa introducono una chitarra distorta ed una voce drogata intona una melodia irresistibile accompagnata da chitarre sature e distorte. Il film è Lost in translation di Sofia Coppola, mentre la canzone è Just like Honey dei Jesus and Mary Chain, tratta da Psychocandy, disco di esordio della band uscito proprio quarant’anni fa. In quel lontano 1985, i terribili fratellini  Jim e William Reid, provenienti da East Kilbride, pochi chilometri da Glasgow, profonda provincia scozzese, erano calati a Londra mettendola metaforicamente a ferro e fuoco con concerti fatti di suoni dissonanti abbinati a melodie anni sessanta, che spesso provocavano disordini tra il pubblico. Li notò Alan McGee della Creation Records che li mise sotto contratto lanciandoli nello show business, dicendo di loro: “Se vincessero alla lotteria, sarebbero di cattivo umore“. Rispetto a quello evidenziato dai Sex Pistols nel decennio precedente, l’atteggiamento dei fratelli Reid era più apatico e, volendo, più snob. Lo si poteva evincere dalle esibizioni live, nelle quali, vestiti di pelle, davano le spalle al pubblico, alla maniera dei Velvet Underground, dei quali riproducevano anche il muro sonoro di rumore e dissonanze varie. “Einstruzende Neubauten più le Ronettes “, così definiva  Jim Reid in un’intervista il suono della band, senza discostarsi dalla realtà: melodie irresistibili da canticchiare sotto la doccia venivano coperte da vari strati di feedback, modulati su varie frequenze come fossero degli strumenti normali. Dietro l’apparente caos si nascondeva una chiarezza d’intenti non indifferente: “Quando ci chiudiamo in uno studio siamo molto precisi e determinati” dissero, anche se all’epoca William affermava di voler avere successo per comprarsi più droga ( ” solo acidi e anfetamine”  però). A metà anni ottanta c’era bisogno di una band o  di una scena che portasse novità nell’ambiente musicale ammorbato da gruppi tecno pop orribili e con una new wave che aveva perso lo smalto di inizio decennio. Oltre oceano il revival anni sessanta aveva preso piede nella scena alternativa ed preparando il campo al grunge che avrebbe portato indietro le lancette ai primi anni settanta. I Jesus and Mary Chain guardavano al passato senza riproporlo pedissequamente, ma mischiando gli ingredienti in un’ottica punk. Il wall of sound di Phil Spector con l’effetto larsen dei Velvet Underground. Su Upside Down primo singolo del gruppo (1984) la componente rumorista era prevalente: sui suoni siderurgici emessi dagli strumenti si poteva sentire la voce narcolettica di Jim Reid esprimere il proprio disagio. Su Psychocandy, trovavano spazio anche brani più tranquilli, come Just like Honey, dove la furia sonora era mitigata da un accentuato spirito pop: su Cut Dead erano presenti chitarre acustiche; Sowing Seeds partiva sinuosa per diventare elettrica, mentre in Taste of Cindy melodia e ritornello erano alla fine travolti da sibili e distorsioni. Ad accompagnare i Reid alle chitarre e voce c’erano all’epoca Douglas Hart al basso e Bobby Gillespie, addetto ad un set di tamburi minimale suonati in piedi. Quest’ultimo, che avrebbe spiccato il volo con i Primal Scream, non aveva mai suonato la batteria, ma secondo i fratelli aveva l’approccio giusto

alla loro musica. Il primitivismo dei tamburi ben si amalgamava infatti con il rumore prodotto dalle chitarre, come in Never Understand, vero sabba sonoro che inglobava le urla le urla di Jim Reid, o come in Taste the Floor In a Hole, fin dal titolo esplicativi delle dipendenze chimiche della band. L’album raggiunse la posizione 31 nelle chart britanniche, ma consolidò la fama tra il pubblico indie già affascinato dal primo singolo ed in particolare intrigò i musicisti: generi come il shoegaze devono tutto alla band scozzese, mentre gruppi come Spacemen 3 ne presero gli ingredienti aromatizzandoli  con spezie psichedeliche ed altri come i My Bloody Valentine ne estremizzarono la componente rumorista. Non stupisce quindi l’inclusione nel film della Coppola di figli legittimi  dei Jesus and Mary Chain  come Kevin Shields, MBV, Phoenix e Death in Vegas, che in qualche modo ne raccolsero l’eredità. Il quarantesimo compleanno di  Psychocandy può essere un’occasione per (ri)scoprire un disco che, in virtù della sua influenza, fu l’ultimo sussulto innovativo dell’indie britannico, che nel decennio successivo avrebbe lasciato la scena al brit pop ed al movimento dance-elettronico. I fratelli Reid dopo aver assestato il colpo del KO, si dedicarono ad un secondo disco (Darklands nel 1987) eccellente, ma sui binari di una normalità che nelle prove seguenti diventerà mestiere, anche se con qualche tocco di classe. Rimangono poi le solite storie di dipendenze, groupies ( “Se dopo il concerto non c’è il sesso, vuol dire che qualcosa è andato storto” Jim Reid)  e vivaci alterchi familiari, sfociati spesso in mezze risse sul palco tra Jim e William. La cronaca riporta al riguardo il fattaccio del 12 settembre 1998, durante una data sold out alla Los Angeles House of Blues, in cui, a concerto iniziato e di fronte ad un folto pubblico, William abbandona il palco e la band dopo aver riscontrato che Jim è sbronzo marcio e si regge a malapena in piedi. Altro che i fratelli Gallagher ! C’è stato tempo per una reunion e per altri tre dischi, l’ultimo è Glasgow Eyes del 2024, ma le caramelle psichedeliche hanno ormai esaurito il loro effetto.

© Daniele Paolitti per Instart 2025