A CURA DI STEFANO SIMONATO

Recentemente la Rai ha mandato in onda la fiction “Prima di noi” (tratta dal fortunato romanzo di Giorgio Fontana), in parte girata nei dintorni di Cimolais in Valcellina. Ci son state alcune polemiche sul dialetto parlato nella serie tv (un misto veneto con qualche parola in friulano e una cadenza veneto-lombarda, con solo poche scene in friulano coi sottotitoli), mentre per altri il lavoro è stato ben fatto perché il dialetto veneto è più “facile” e più conosciuto (mainstream…) e il tutto contribuisce, comunque, alla conoscenza e diffusione del friulano. Il sospetto, invero, è che si voglia contribuire alla diffusione del brand “Friuli Venezia Giulia” più che della lingua… Speriamo almeno che il turismo derivativo della fiction non sia quello becero dei selfie, ma che sia un turismo consapevole della bellezza selvaggia dei luoghi: che non passi due ore lasciando solo rifiuti, ma magari sappia apprezzare anche i piccoli musei delle dolomiti che si trovano nei dintorni (Cimolais, Claut, Andreis…), che si faccia un giretto al Parco faunistico Panpinedo o risalga la Val Cimoliana fino al rifugio Pordenone o, i più allenati, fino allo splendido e maestoso Campanile di Val Montanaia, e che magari non si porti da casa le “merendine”, ma che si fermi a mangiare e a bere un bicchiere di vino in un’ osteria del posto.

Ecco, proprio le osterie del posto, o la strada che risale il torrente, sono immagini che ci fanno subito venire in mente i lavori di Franco Giordani, artista originario di Claut che, dopo la gavetta e varie collaborazioni al cospetto di Luigi Maieron – uno dei maestri del cantautorato friulano – pubblica una decina d’anni fa il suo primo album Incuintritemp (2015). Giordani si inseriva nel filone del “nuovo” folk d’autore, da Massimo Bubola ai più battaglieri Gang senza dimenticare i vecchi del folk italiano come Giovanna Marini, influenze che, con diverse sfumature, si percepiscono ascoltando le canzoni del disco: un paio di testi glieli dona proprio Luigi Maieron, altri Barbara Florencig, ma altri ancora se li scrive Giordani stesso, dimostrando una certa confidenza con le parole oltre che con gli amati strumenti a corda, chitarre mandolini banjo bouzuki e via dicendo. In coda al disco troviamo un suo arrangiamento dell’irlandese the old triangle, un omaggio alla tradizione celtica che tanto ha dato al folk di mezzo mondo e con un bel richiamo nel testo al “jingle jangle” che ci fa subito pensare ai Byrds. A proposito di Byrds, segnalo la intensa piel scure, un brano in cui testo (di Maieron), musica, arrangiamento e atmosfera rievocano addirittura David Crosby. I brani ci raccontano del calore delle osterie, dove si coltivano i vizi del vino e del fumo come sulle strade a volte fredde e desolate (a proposito di fumo, si ascolti la bella e fosca fum), ma dove anche si vive per davvero e dove spesso rimane un agre sentore di nostalgia (“E si fasin incuintre i dis / e s’in van come amis / ch’a ti lassin la gole di vin”. E si fanno incontro i giorni / che se ne vanno, come amici / che ti lasciano la voglia di vino). Ma Incuintritemp non è solo un disco: infatti la bellissima confezione cartonata permette anche di leggere alcuni racconti dell’autore, racconti di paese, del passato, venati di malinconia, ma leggeri e divertenti (racconti che continuano anche in un suo libro del 2019, Il profumo della brina). Un pregio, questo del ricco packaging, che rimarrà anche nei lavori successivi.

La febbre della composizione, infatti, prende presto Giordani che nel 2017 pubblica Truoisparis, un album dedicato alla sua Valcellina. Diciamo subito che si tratta di un lavoro considerevole, che parla della terra e dei paesi, delle storie e delle tragedie (il Vajont nella toccante ega neigra, acqua nera), dei suoi personaggi “illustri” (i poeti Federico Tavan e Giuseppe Malattia, il calciatore del Grande Torino Ruggero Grava, gli scultori alpinisti Bepi Manarin e Mauro Corona) e di quelli che illustri non sono, ma che incarnano in fondo lo spirito del luogo. Le liriche sono cantate nelle varie declinazioni del dialetto del posto: quello di Andreis musicando poesie di Federico Tavan, quello di Barcis musicando testi di Giovanni Malattia, quelli di Cimolais e di Erto facendosi aiutare dagli amici Andrea Nicoli e Mauro Corona (che regala anche un breve racconto), quello di Claut che lo stesso Giordani scrive. Truoisparis è la crasi di truois (sentieri) e sparis (spariscono): una personale e poetica riflessione sullo spopolamento della montagna, ben descritto dall’immagine del sentiero che, ricoperto d’erba perché non più calpestato, sparisce (Ma se un paese si spegne / non se ne accorge nessuno / tutti parlano a vanvera / e si piange quando è tardi /… dulà che i truòis i sparìs).

Nel 2022 arriva il terzo album, Ressenal, letteralmente arsenale, ma nell’accezione dialettale friulana clautana sinonimo di confusione e disordine. In questo disco compaiono anche alcuni testi che affrontano problematiche di (facile) populismo, curiosamente arrangiati fuori dai soliti canoni del nostro (come l’hip hop su campagna elettorale, il rock duro e veloce di sindaci autovelox e, più in linea con il gusto musicale cui ci ha abituati, la villotta green pass), i quali, comunque, hanno un illustre predecessore nel già citato poeta Malattia che Giordani antologizza bene in oh Italia (a dimostrazione che una certa protesta, benchè vagamente qualunquista, è tipica delle zone periferiche, che Giordani si onora di rappresentare adoperandosi per dar loro voce). Non manca, naturalmente, tutta la tradizione sempre ben utilizzata e rappresentata dall’artista in questi anni, dalle ballate (divertenti come la ballata di Ivan o di benemerita memoria storica come soldato del carbone) ai momenti più introspettivi, come al solito punteggiati dai soffici arpeggi di chitarra e spesso ancor legati a un territorio che si soffre a veder svanire e per questo si ama ancora di più, come nella centrale quan (“quan… te vec la strada erta / e un mont desabità / …al sonor de la Thelina / al me cianta in font al cor”. Quando vedi la strada ripida / e un mondo disabitato / … il suono del Cellina / mi canta in fondo al cuore).

Tutti i tre lavori sono ancora facilmente reperibili, ma per chi cerca intanto una breve introduzione alla musica di Franco Giordani, è stato recentemente pubblicato, sempre dalla meritevole Nota di Valter Colle, un disco registrato dal vivo nello splendido scenario della grotta di San Giovanni d’Antro insieme all’amico Alvise Nodale. Truois e gotes (2025) prende il nome da due album degli autori, il già citato Truoisparis di Giordani e Gotes – il cantautore necessario (2024) di Nodale. I due si dividono i brani, oltre a chiudere con un tradizionale folk friulano (fasin un cjant). Nodale ha una scrittura delle liriche più “musicale”, va in cerca di rime e assonanze, e i testi ne risultano più intimi e riflessivi, mentre Giordani ripropone la sua poetica dura e senza concessioni, la lingua si piega alla narrazione e la narrazione – coi suoi luoghi personaggi sensazioni – ci racconta in fondo anche la lingua friulana. Il concerto è un bell’incontro di voci e chitarre, con un mood che spazia dal trovatore medievale al folk più moderno, un folk che la sapienza musicale dei due riesce a proporre con sincerità e delicatezza, molto apprezzate dal pubblico (e anche dai rondoni che – come indicato nelle note del disco – fanno da controcanto in un paio di canzoni). In apertura del disco c’è un brano composto in coppia, l’inedito a se vec sempre la luna: riprende la tematica dell’abbandono delle montagne, ma io ci vedo anche un velo di ottimismo oltre la malinconia, perché “dulà che i truois i sparis / a se vec sempre la luna / dulà che i truois i sparis / te può ciatà la fortuna”.

In Giordani e nei suoi lavori possiamo davvero identificare il genius loci della Valcellina, nel senso più antico del termine, quello della divinità protettrice, di essenza e spirito del luogo, un luogo che si capisce vorrebbe preservare e veder rifiorire (si legga, in proposito, anche l’illuminante saggio La restanza dell’antropologo Vito Teti).

Franco Giordani, dunque, difende e protegge una realtà, quella della Valcellina, che non è solo un territorio e la sua gente, ma anche un intreccio di sensazioni e problemi, di emozioni e difficoltà, e diventa un concetto, un’entità, un’idealizzazione di questo modello “paese di montagna”. Giordani lo sa bene, e il suo lavoro ci invita a confrontarci con questa visione e a riflettere in modo serio e attivo, non solo a farci trasportare da una sognante nostalgia: la sua musica non vuol essere un oppiaceo per sognare, ma uno stimolante per pensare e – se possibile, nel nostro piccolo – agire e operare per far rivivere quei sentieri che spariscono.

© Stefano Simonato per instArt