
I Duran Duran. Quasi non ci credo! Finalmente riesco a vederli dal vivo. E farlo nella straordinaria cornice di Villa Manin rende tutto ancora più speciale. Una location imponente, proprio come la storia della band: forse un po’ più segnata dal tempo, ma capace di conservare intatto lo stesso fascino.
Sono passati gli anni, ma il carisma no. I dubbi iniziali, quelli che ti fanno chiedere se un concerto sarà davvero all’altezza dei ricordi, vengono spazzati via in un nano-secondo. È quasi tutto come allora, quasi si fosse fermato il tempo a quegli anni di fermento britannico che hanno plasmato il sound mondiale per diverso tempo, e continuano a farlo.
Oltre l’emozione, ascoltare e cantare insieme alla band icona della pop music non capita tutti i giorni. Dismetto i panni della persona moderata. Canto e ballo dall’inizio alla fine come un ventenne, mentre sul palco scorrono armonie che hanno segnato un’epoca e che riescono ancora oggi a catturare quella vena pop nascosta in ognuno di noi, supportate da immagini che si alternano tra videoclip e riprese dei protagonisti in diretta.
Così, ingigantiti sui maxi schermi, passano davanti agli occhi Simon Le Bon, Nick Rhodes, John Taylor e Roger Taylor, insieme ai loro compagni di viaggio: le due coriste dalle splendide voci soul e il sassofono che riprende e interpreta le parti dei brani storici quasi come nei vinili di quel tempo.
La scenografia si arricchisce di immagini e testi che invitano a cantare e a riflettere. Villa Manin diventa il luogo perfetto per accogliere una band che ha attraversato generazioni, un incontro tra la storia del territorio e quella della musica pop internazionale.
I Duran Duran tengono il palco con un’energia che non ci consente di goderci lo spettacolo comodamente seduti. Eppure le premesse meteo non erano così lusinghiere: la pioggia sembra non voler dare tregua. Poi accade qualcosa di quasi simbolico: l’aura della band sembra fermare anche il cielo, che concede una tregua proprio all’inizio del concerto.
I brani si susseguono senza concedere respiro. Canzoni costruite su tonalità che, con il passare degli anni, potrebbero diventare proibitive, affrontate invece con una naturalezza sorprendente. Simon Le Bon regge il confronto con il proprio passato, concedendosi qualche inevitabile imperfezione vocale che finisce quasi per renderlo ancora più autentico.
E poi c’è quel sound tutto loro, riconoscibile, capace ancora oggi di entrare dentro, naturalmente secondo il gusto personale. Ma i diecimila presenti credo non abbiano avuto molti dubbi.
La scaletta è un viaggio attraverso la storia della band:
Is There Something I Should Know? / The Wild Boys / The James Bond Theme (intro) / A View to a Kill / Hungry Like the Wolf / INVISIBLE / Lonely in Your Nightmare / Super Freak / The Reflex / Ordinary World / Come Undone / New Moon on Monday / The Chauffeur / Notorious / White Lines / Planet Earth / (Reach Up for the) Sunrise / Girls on Film con divagazione su Psycho Killer / Save a Prayer / Rio.

Un viaggio sonoro incredibilmente potente, suonato a dovere e senza sbavature significative. Qualche imperfezione vocale per non smentirsi, ma soprattutto uno spettacolo di luci, suoni e voci che tutti i presenti conserveranno nei propri smartphone, rigorosamente in posizione verticale, per quasi tutto il concerto.
Solo una volta gli schermi dei cellulari si sono retroilluminati per seguire Save a Prayer, così un universo di piccole luci hanno accompagnato le note di uno dei momenti più emozionanti della serata.
Quando Rio chiude il concerto rimane quella sensazione rara che solo alcuni live riescono a regalare: la consapevolezza di aver assistito non soltanto all’esibizione di una grande band, ma a un pezzo di storia della musica pop ancora incredibilmente vivo.
Gran bel concerto, grande location, organizzazione top, amplificazione buona e, tutto sommato, meteo perfetto.
Grazie a VignaPR per averci dato la possibilità di raccontarvi le nostre emozioni su uno dei tanti prestigiosi eventi che vengono proposti agli appassionati di cultura nella nostra amata regione.
© Massimo Cum per instArt