
Ritorna al Folkest Angelo Branduardi, questa volta a presentare L’infinitamente piccolo (2000), il disco commissionatogli dai frati francescani negli anni Novanta e dedicato a San Francesco. L’occasione sono gli 800 anni dalla morte del frate di Assisi, un uomo che sceglie la gioia di vivere, la raccomanda ai suoi discepoli, ama la povertà “mai disgiunta dalla letizia” e amava cantare.
Branduardi irrompe nella scena musicale italiana a metà anni Settanta, quando incanta il pubblico italiano ed europeo con il suo stile unico, capace di mescolare la polvere medievale con le portate rinascimentali e con la musica popolare celtica ed europea. Negli anni dell’impegno politico e poi degli anni di piombo, non mancano le critiche di disimpegno, dovute a testi percepiti come avulsi dalla realtà e dall’attualità. In realtà Branduardi ha sempre cercato la poeticità del testo e soprattutto della musica, difendendo con orgoglio e ostinazione la sua libertà d’artista.
I primi album restano tra i più amati dal pubblico, con brani entrati nella storia della musica italiana come confessioni di un malandrino, ballo in fa diesis minore, e soprattutto alla fiera dell’est, la pulce d’acqua e cogli la prima mela, riproposte ai concerti come bis finali e cantate a squarciagola da tutti i presenti.
Negli anni Ottanta Branduardi cerca nuove sonorità, tra musica caraibica, araba e africana; poi entra nel mondo delle colonne sonore con State buoni se potete (1983) e Momo (1986), e pubblica Il ladro (1990), capolavoro non capito che sfiora quasi la musica modale grazie anche alla chitarra di Franco Mussida e agli ospiti Marangolo e Galliano. Dagli anni Novanta comincia a collaborare con altri autori per i testi, fin lì in genere composti dalla moglie Luisa Zappa, come Panella, Vecchioni, Finardi e Faletti; avvia inoltre la serie Futuro antico (1996 – in corso…), dedicata alla riscoperta delle musiche medievali e rinascimentali, di cui viene ricordato almeno il secondo volume del 1998, registrato nel Duomo di Spilimbergo.
A Udine, Branduardi introduce la serata annunciando che riproporrà l’intero album del 2000 e declama in apertura il cantico di Francesco nell’originale italiano antico, emozionando e catturando subito l’attenzione del pubblico. Parte poi la musica, che accompagna lo stesso cantico riadattato in italiano moderno da Luisa Zappa per il disco. Gli altri brani sono recuperati dai fioretti e da varie leggende, che Branduardi smitizza, come il lupo di Gubbio, probabilmente un brigante, il trattato dei miracoli, piccoli e ingenui, e la predica della perfetta letizia, che ricorda come questa significhi “sopportare il male senza mormorare”.



Il cantautore descrive Francesco come un uomo tormentato, simile agli artisti e ai visionari, amante degli uccelli come simbolo di libertà e vicino nello spirito alle donne, “rivoluzionario e anche un po’ eretico…”, sempre con il massimo rispetto dovuto all’uomo prima che al santo e alle credenze popolari. In questa prospettiva, Francesco d’Assisi viene presentato come uno dei primi a parlare di povertà, pace, ecologia e accoglienza: temi presenti in tutta l’opera di Branduardi e oggi tornati tragicamente d’attualità.
Il disco, secondo la recensione, scontava un arrangiamento piuttosto azzardato, con molta elettronica; nel concerto, però, Davide Ragazzoni alla batteria, Stefano Olivato al basso, Fabio Valdemarin al pianoforte e Nicola Oliva alle chitarre accompagnano le melodie con un suono più fisico e diretto, mentre Branduardi disegna i brani con l’inconfondibile voce e con l’amato violino. Scorrono così anche il sultano di Babilonia e la prostituta, audite poverelle, la regola e la morte di Francesco.
Nella seconda parte Branduardi rispolvera alcuni brani meno noti del suo canzoniere: la serie dei numeri (1976), che riparte idealmente dalla morte di Francesco, il dono del cervo (1976), tre canzoni scritte per lui da Giorgio Faletti – omaggiato con il giocatore di biliardo (1998), per ogni matematico (1998) e l’apprendista stregone (1996) – poi il disgelo (1981), la giostra (1983) e vanità di vanità (1983) dalla colonna sonora del film di Luigi Magni, fino a i santi (1996) e benvenuta donna mia (1988) per il rientro ai bis. Gran finale con i primi successi, immancabili e attesissimi per cantarli con il maestro, tra luci, applausi e un saluto in letizia e armonia.
© Stefano Simonato per instArt