
La musica incontra la poesia a Pozzuolo del Friuli: il cantautore friulano si aggiudica la prima edizione della manifestazione musicando “Strolegaç” di Lucia Burello. Secondo classificato Miky Martina, che ha accompagnato Giordani all’armonica a bocca.
Sabato 22 agosto si è tenuta a Pozzuolo del Friuli la prima edizione del nuovo Festival Bocca di Rosa, manifestazione dedicata all’arte della trasformazione in musica di poesie già edite.
Un’idea che mette al centro il rapporto, sempre affascinante e spesso imprevedibile, tra parola e musica: non semplicemente una poesia alla quale viene aggiunta una melodia, ma un vero e proprio esercizio di interpretazione, nel quale il musicista è chiamato a trovare una nuova forma sonora per un testo che possiede già una propria identità, un proprio ritmo e una propria forza espressiva.
La manifestazione, condotta da Rocco Burtone in collaborazione con alcuni giovani artisti del collettivo Passi d’Inchiostro, si è tenuta presso la sala delle associazioni a causa delle condizioni atmosferiche incerte e ha fatto registrare il tutto esaurito.
Un debutto dunque accolto con grande partecipazione dal pubblico e che, nelle intenzioni degli organizzatori, vuole rappresentare qualcosa di più di una semplice competizione musicale. Come commentato dai componenti del gruppo Passi d’Inchiostro, Bocca di Rosa si è dimostrata una rassegna unica nel suo genere, in cui la cultura è diventata luogo di incontro, crescita e protagonismo giovanile.
Un protagonismo che si è concretizzato anche attraverso la partecipazione di alcuni autori e autrici del sodalizio: Alessandro Calandrino, Delfina Clocchiatti, Daniel Presotto, Matteo Sargentini e Hélène Mainardis.
Sul palco si sono susseguite le performance di dieci musicisti e formazioni, chiamati a confrontarsi con testi poetici differenti per epoca, stile, lingua e sensibilità.
Maurizio Perosa ha musicato Prova della scrittrice Antonella Sbuelz; Andrea Bitai ha presentato Nem tudhatom di Radnóti Miklós; la Estensione 2.0 Band si è confrontata con Inferno di Dante Alighieri; gli Accordòs, formati da Sara Rigo e Alessio De Franzoni, hanno portato sul palco Il cielo è di tutti dello stesso De Franzoni.
È stata poi la volta di Emanuele Blanco con Questo non è mio figlio, traduzione italiana di Chistu unn’è me figghiu di Felicia Bartolotta Impastato; Enrico Tonazzi ha proposto Perché spesso mi chiedo di Lino Straulino e Carlo Tonazzi; Andrea Vascotto, del gruppo 4Fish Quartet, ha affrontato S’io fossi foco di Cecco Angiolieri.
Miky Martina ha presentato Lis dos cjandelis di Armando Cojaniz, mentre i Green Tea Infusion Sud si sono cimentati con un testo presentato come scritto da Cartesio.
Una successione di interpretazioni diverse, dunque, accomunate da una stessa sfida: prendere una parola già scritta, rispettarne l’identità e allo stesso tempo trovare il modo di farla vivere attraverso la musica.
A decretare il vincitore è stata la giuria formata da Lavinia Piani, Elia Trentin, Andrea Castiglione e dal Sindaco Gabriele Bressan.
Il primo posto è andato al cantautore Franco Giordani, che ha musicato la poesia Strolegaç di Lucia Burello.
Un incontro particolarmente significativo anche per la scelta del testo. La poesia, scritta in lingua friulana, descrive la camminata di un boscaiolo all’interno di una foresta costellata da una serie di preoccupazioni che, progressivamente, assumono la forma di un presagio.
Una storia fatta di immagini, inquietudini e territorio che Giordani ha trasformato in una composizione musicale, riuscendo a creare un dialogo tra la dimensione poetica del testo e quella musicale della sua interpretazione.
Nell’occasione Franco Giordani è stato accompagnato con l’armonica a bocca dall’amico cantautore tarvisiano Miky Martina, classificatosi al secondo posto ex aequo.


Un podio che, al di là della competizione, sembra raccontare bene lo spirito di una manifestazione nata proprio per mettere in relazione artisti, autori, giovani e territorio attraverso la contaminazione tra linguaggi differenti.
Il Festival Bocca di Rosa parte dunque con un risultato che va oltre la semplice proclamazione di un vincitore: una prima edizione che ha portato sullo stesso palco poesia, musica, lingua friulana, tradizione e nuove forme di espressione, davanti a una sala gremita.
E forse è proprio questo l’aspetto più interessante di una manifestazione di questo tipo: scoprire cosa accade quando una poesia, dopo essere stata scritta, smette per un momento di appartenere soltanto alla pagina e viene affidata a qualcun altro perché la trasformi in suono.
Abbiamo posto alcune domande ai vincitori. Franco Giordani e Lucia Burello: cinque domande dopo il Festival
1. Franco, quando hai letto per la prima volta “Strolegaç”, che cosa hai sentito prima: la necessità di raccontare quella storia attraverso la musica oppure la sensazione che quella poesia avesse già dentro di sé una musica che aspettava soltanto di essere trovata?
Il primo approccio al testo di Lucia è stato quello di comprenderlo a fondo. Mi ha subito catturato e emozionato. La musica è nata dopo, imbracciando la chitarra e cercando lo sviluppo armonico più adatto, seguendo la mia personale sensibilità. Mi è capitato tante volte di musicare poesie, è una cosa che mi piace molto fare. Ho musicato testi di Luigi Maieron, Federico Tavan, Mauro Corona, Rosanna Paroni Bertoja, Giuseppe Malattia della Vallata, Barbara Floreancig, Margherita Trusgnach, Aldo Polesel, Andrea Nicoli. Ho da poco musicato la poesia Femene di Bianca Borsatti; la canzone è la sigla finale del documentario”Fora pal mont”di Lorena Trevisan e Michele Pastrello dedicato alle”sedonere”dell’Alta Valcellina. Quando una poesia mi emoziona sento subito affiorare dentro di me una musica.
2. Lucia, “Strolegaç” racconta la camminata di un boscaiolo dentro una foresta attraversata da preoccupazioni che diventano quasi un presagio. Quando hai ascoltato per la prima volta la versione musicata da Franco, hai ritrovato la tua poesia oppure hai scoperto qualcosa che, quando l’avevi scritta, non avevi ancora visto?
Quando ho ascoltato la canzone per la prima volta, mi sono commossa. Scrissi quel testo a 17 anni per partecipare al premio nazionale di Poesia in lingue minoritarie, “La gerla d’argento”. E che alla fine vinsi. Ma il vero premio fu l’orgoglio dei miei genitori, scomparsi ormai da troppi anni. Ecco che mentre Franco cantava, ascoltando quella musica bellissima e la sua voce come luce radente, ripensavo al piccolo miracolo di quella poesia che, dopo 40 anni, tornava a rinascere sotto una veste nuova per donarci ancora qualcosa. Ma per rispondere esattamente alla domanda iniziale, posso dire che quello che ho scoperto ascoltando la composizione e l’esecuzione del brano, è come possa esistere poesia nella poesia. E del resto la poesia significa ascolto; non è il pensiero che eleva, ma il movimento che porta ad avere sensazioni. Il poeta si affida ai suoni che provengono da se stesso, segue i ritmi delle sue emozioni. E Franco, con ascolto sincero, ha fatto lo stesso, accompagnandomi, e creando bellezza. Musica e parole, sono e saranno sempre il sodalizio perfetto.
3. La lingua friulana non è soltanto una lingua nella quale scrivere o cantare: porta con sé un territorio, una memoria e un modo particolare di guardare le cose. Quanto ha condizionato il lavoro musicale su “Strolegaç” il fatto che quelle parole appartenessero proprio alla lingua friulana?
Franco: Secondo me l’uso della lingua è fondamentale, perché rappresenta un modo di pensare, vedere le cose. Il friulano costringe a stare molto attenti. Personalmente cerco di trasformare le parole in qualcosa di credibile. Non comprendo le operazioni di semplice trasposizione stilistica (blues, jazz, pop etc). Questa può funzionare sicuramente per altre parlate, basti pensare a Edoardo Bennato o Pino Daniele. Non credo esista una regola universale, se non quella di cercare l’emozione più genuina.
*Lucia: **Credo che la lingua di un popolo è la parola che quel popolo crea nel corso della vita attraverso le sue esperienze, le sue emozioni. E quando noi eravamo un popolo creativo, contadino, artigianale, avevamo una lingua ricca e straordinariamente capace di rinnovarsi in ogni momento. Ci cresceva addosso la lingua madre, ci nutriva, ci faceva maturare come more sui gelsi. E visto che il friulano è un patrimonio identitario e culturale che stiamo perdendo, scrissi questo testo in lingua per orgoglio del mio DNA, legato a doppia elica con questa terra. Quando componevo i versi usando il friulano, sapevo bene che era la lingua ad usare me, per raccontare l’anima della mia gente, che ha scolpito le sue parole di frontiera e il suo paesaggio con fatica e amore, con bestemmie e speranze, creando una grande storia. *
4. Franco, sul palco eri accompagnato all’armonica da Miky Martina, che poi si è classificato secondo. Mi incuriosisce il rapporto tra competizione e amicizia: si può davvero salire su un palco per vincere e, nello stesso momento, essere felici che dall’altra parte ci sia un amico con cui condividere quella musica?
Con Miky Martina c’è una lunga storia di collaborazione, amicizia e stima artistica reciproca. Miky ha suonato nel mio CD”Incuintretimp”e io nel suo bellissimo concept album”Il dovere o la ragione”, abbiamo anche fatto diversi concerti assieme. Non c’è alcuna competizione, e ciò vale anche per tanti altri musicisti come, ad esempio, Alvise Nodale (col quale nel 2025 ho pubblicato l’album live”Truòis e gòtes”per l’etichetta Nota di Valter Colle) oppure Nicole Coceancig, Leo Virgili, Lino Straulino, i Mè Pèk e Barba, Priska e via dicendo, per non nominare tutti. Ma la competizione, ahimè, ammettiamolo, nell’ambiente esiste. Peggio ancora, spesso esiste anche proprio l’invidia. Non nel caso di questo Festival. Tutti hanno potuto constatare quanto l’atmosfera fosse molto rilassata e amichevole. Anche il premio ai vincitori, una coppa stile”torneo di calcetto dei bar”, testimonia il fatto che quello che contava era unicamente creare una bella situazione artistica e di partecipazione del pubblico.
5. Dopo questa prima esperienza, secondo voi che cosa dovrebbe diventare il Festival Bocca di Rosa? Una semplice competizione tra musicisti, un appuntamento dedicato alla poesia musicata oppure qualcosa di più ampio, capace di diventare un luogo nel quale giovani artisti, poeti e musicisti possano incontrarsi e trasformare una parola scritta in qualcosa di completamente nuovo?
Lucia: per me è chiaro come il sole il grande potenziale di un Festival del genere: la sinergia tra musica del territorio e poesia del territorio. E’ questo che dovrebbe essere il Festival, l’incontro tra poeti e musicisti di casa per dare vita a una nuova stagione della musica friulana. La nostra regione ha un’energia straordinaria, esoterica e vibrante come i suoi fiumi. Qui si continua a creare e tanto, e lo dimostra anche la presenza al Festival dei giovani poeti di “passi d’inchiostro”. Ebbene, se iniziassimo a mettere in musica l’infinito repertorio lirico regionale, soprattutto quello emergente, daremo vita a qualcosa di straordinario e culturalmente incisivo per il futuro: la versione contemporanea delle villotte, quel patrimonio culturale trasmesso oralmente sposando poesia e musica, e che in Friuli è ancora urgente. Perché abbiamo ancora tanto da raccontare.
Franco: credo che l’idea del Festival sia molto buona: mettere in musica una poesia, come dicevo, è molto stimolante. Sarà compito dei promotori dell’iniziativa decidere quale strada intraprendere per il futuro. Credo sarebbe bello proporre, tra le possibilità di partecipare, la scelta di un testo di poeti giovani allegando al bando una serie di poesie. Ho apprezzato moltissimo il coinvolgimento dei giovani in questa iniziativa.
© Massimo Cum per instArt