P.P.P. Profezia è Predire il Presente: Massimo Zamboni (Voce, chitarra) Erick Montanari (chitarre e cori) Cristiano Roversi (tastiera, Stick, basso, Synth)

Al teatro dedicato al poeta di Casarsa, grazie all’associazione Euritmica, nell’ambito del Festival del Corggio, a 50 anni dall’assassinio, uno degli artisti più originali e autentici della scena italiana ha riflettuto insieme al pubblico sull’opera di Pasolini e su se stesso.

Quello dello scrittore-chitarrista Massimo Zamboni è stato un racconto in musica originale e antiretorico, seppur venato di quella particolare dolce nostalgia che è la cifra della sua poetica,  sempre sospesa tra memoria e prospettiva, viaggiando piacevolmente in retromarcia, dritti verso il futuro, ma con lo sguardo programmaticamente rivolto a ieri.

L’acronimo PPP diventa in questa accezione: “Profezia è Predire il Presente” che non è solo un abile gioco di parole, ma una locuzione rivelatrice non solo dell’attività del poeta di Casarsa, ma anche di quello del chitarrista di Reggio Emilia, classe 1957.

A dieci lustri da quando quel “mucchio di stracci” insanguinati fu rinvenuto sulla spiaggia di Ostia, sono molte le iniziative che celebrano tanta disperata vitalità. Tra le tante meritorie vi è la pubblicazione del testo integrale del romanzo “Ragazzi di vita” fino ad ora gravemente mutilo, da parte di Garzanti.

Ve ne sono, invece, alcune talmente sopra le righe da apparire addirittura paradossali. E’ il caso di quella dal titolo “Pasolini conservatore” che si terrà a fine novembre nella sala degli atti parlmentari, biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” con l’alto patrocinio della presidenza del Senato.

Una frotta di professori, deputati, accademici, giornalisti, politici e scrittori di Fratelli d’Italia, discuteranno, a stretto giro, su quello che definiscono come il “conservatorismo anti moderno” del poeta. Gli intervenuti potranno contare anche su una relazione del presidente del Senato, Ignazio La Russa. Sembra una barzelletta, ma in realtà non c’è proprio niente da ridere.

Per fortuna, a fare un po’ di chiarezza, è passato, nella nostra regione il tour di presentazione del nuovo disco dello storico chitarrista dei CCCP che con Pasolini e il Friuli ha un rapporto davvero speciale.

Come racconta ad inizio spettacolo tra letteratura, memorie e musica, nell’ottobre del 1975 si trovava al convegno di Rimini della Fgc come giovane delegato. Lo stesso Pasolini descriveva quei giovani come: “L’unica eccezione alla regola della disgrazia” nello sfacelo e nella omologazione al sistema consumistico della gioventù italiana di allora.

Zamboni confessa che gran parte del tempo lo passò al bookshop come ogni buon militante dissidente. Tra i tanti volumi in severe, spartane edizioni proletarie lo colpirono i due volumi del canzoniere italiano (Antologia della poesia popolare) curato da Pasolini. Tra i canti popolari italiani raccolti dal poeta, seguendo in modo non troppo filologico e scientifico il metodo dell’etnomusicologia di Alan Lomax e Diego Carpitella; gli restarono in mente i versi piuttosto semplici ma non per questo meno affascinanti di due villotte friulane: “E jo Chanti e Si savesis fantacinis”. Nessuno avrebbe potuto immaginare il massacro di poche settimane dopo.

Lo spettacolo si è aperto con la voce registrata dell’attrice friulana Carlotta del Bianco che canta un’antica celebre villotta friulana che racchiude un mondo di intensa emotività, quasi lo spirito di un popolo fieramente chiuso in se stesso, ma certo non ottuso. 

Pasolini, pur conoscendone le contraddizioni, ne aveva un rispetto sconfinato e lo sentiva portatore di una “semplicitas” e di un candore preindustriale; valori non perduti ma nascosti, celati, serbati per essere protetti dalla protervia del capitalismo, male assoluto del nostro tempo. Nell’opera di Pasolini infiniti sono i riferimenti a questa particolare condizione esistenziale. Nel cinema non si possono non citare i contadini con il cappello in mano di Porcile ed Edipo re, i giovani violati di Salò e tante altre figure appartenenti al mondo rurale arcaico.

Lo stereotipo vuole i friulani chiusi nella loro cupa ignoranza e diffidenza, ostili al nuovo e prigionieri delle loro aie. Naturalmente non è affatto così ed è la loro connaturata riservatezza che viene scambiata troppo spesso per arrendevolezza e remissività. 

Nel nostro tempo essere cortesi e mansueti viene considerato segno di debolezza, così come essere eccentrici rispetto al gregge è un’intollerabile stravaganza. In questo senso solo l’omologazione e il conformismo sono ammesse e la solitudine è solo un vizio da grezzi montanari ignoranti, quasi un disgustoso esotismo.

Io canto, anche da solo, non lo so il perchè, io canto solamente per consolarmi

E jo Cjanti, cjanti, cjanti,

e no sai bielsôl parcè;

e jo cjanti, cjanti, cjanti 

solamentri che 

par consolâmi me

Non c’è bisogno di un pubblico che ti acclami e che ti gratifichi per fare poesia, il dialogo più importante è quello che avviene in noi stessi e che considera la coerenza interiore molto più importante di qualunque riconoscimento. I friulani non sono per nulla schivi, semplicemente, in generale, gli piace far da soli e mal sopportano consigli e ammonizioni, preferiscono fallire con tutte le proprie forze piuttosto che dover ringraziare qualcuno. 

Vivono del sentimento antico della “Rusticitas” che già gli antichi romani apprezzavano, una vita semplice, onesta, arcaica e rurale che Pasolini aveva visto da ragazzo nei campi del Friuli e che rimpianse per sempre e che fu determinante per la sua formazione sentimentale di intellettuale e di poeta. 

I friulani, come tutti i contadini e i poveri sottoproletari del mondo, nella poetica pasoliniana sono figli di una religione antica come loro stessi; come diceva il poeta, sono forze del passato in netta contrapposizione alla brutale omologazione del consumismo che vuole tutti competitivi e vincenti, pronti perfino a pagare pur di vendersi.

Come scriveva di se il poeta friulano nel n°42 della rivista Vie Nuove (28/10/1961) intendendo l’appartenenza ad un genere di persone che lui aveva conosciuto e a cui voleva assomigliare:

“Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.”

Il venire a conoscenza dell’importanza cruciale del rapporto tra Pasolini e il suo Friuli fu una sorta di battesimo spirituale per il chitarrista emiliano che da allora si spese per il recupero delle tradizioni musicali delle valli tra Alpi orientali e Appennino, senza contare la sua fascinazione per i suoni e spazi dell’Altrove. Basti ricordare tutta l’esperienza nelle steppe mongole coronata dal fantastico “Tabula rasa elettrificata” dei C.S:I. e dal più personale e intimo ma altrettanto straordinario “La macchia mongolica”, senza dimenticare lo splendido diario di viaggio: “In Mongolia in retromarcia”.

Nei romanzi “friulani” di Pasolini i ragazzi cantano tutti insieme, bevono, ridono, ballano; sono una vera e continua sagra della felicità e se poi duole il cuore per qualche disgrazia basta il sorriso di una ragazza in bicicletta o il suono di una fisarmonica per far rifiorire immediatamente la speranza.

E’ un mondo idealizzato naturalmente e anche il poeta se ne rendeva conto perfettamente, ma questo non vuol dire che non dobbiamo crederci con tutto noi stessi: la tensione ideale, l’anelito, il vagheggiamento, l’azione desiderante, la disperata vitalità sono il vero sostegno della nostra esistenza che altrimenti è solo brutale crudeltà. 

I burattini di Jago e Otello (Totò e Ninetto) buttati in discarica dal “monnezzaro” (Domenico Modugno) nel corto “Che cosa sono le nuvole?” rappresentano la condizione esistenziale di ognuno di noi che viviamo assediati dal disinganno, dalla morte e dal dolore, ma possiamo ancora trovare un senso meravigliandoci della straziante bellezza del creato.

In tutta la prima sezione di “Il sogno di una cosa”, il poeta si sente libero di sognare una gioventù serena, nell’incanto di un paesaggio lieve pieno di fiori e di profumi. Non è però solo il vagheggiamento nostalgico di un eden contadino, è una realtà contrapposta anche in modo iperbolico e ironico, al degrado del consumismo, “E sempre allegri bisogna stare perchè il nostro piangere fa male al re”; un mondo che la mutazione antropologica subita dalle classi minorizzate del nostro paese, a mezzo del consumismo, ha sepolto dopo aver trucidato. 

S’o savessis, fantacinis, ce che son pinsìrs d’amôr! A si mûr, si va sot tiare, e ancimò si sint dolôr.Se voi sapeste, ragazzine cosa sono i pensieri d’amore! Si muore, si va sotto terra e ancora si sente dolore.

Zamboni coglie perfettamente questo sentimento dolceamaro del poeta di Casarsa e nel suo spettacolo, tra letteratura, musica e memorie personali, intraprende un percorso nel disincanto proprio e di Pasolini che attraverso l’arte e la militanza politica si muove verso un futuro a tinte fosche. Pasolini ha davvero predetto il nostro presente tragico, degenerato e corrotto.

Naturalmente quello del Friuli è solo uno degli scenari nei quali si trovò ad agire l’accuminata intelligenza di Pasolini e Zamboni ne tiene ben conto. Con i musicisti che sempre lo accompagnano in questa e in altre avventure, Roversi con la sua imprevedibile Stick guitar e le sensibili chitarre di Montanari, infila una teoria di testi e canzoni che tracciano una linea cronologica e biografica nella poetica di Pasolini senza mai essere pedissequo: dalle primule e dai temporali del nord-est, ai cieli plumbei della capitale, agli orizzonti senza fine delle baraccopoli di tutto il mondo fino alla sua morte e resurrezione in forma di presenza continua nel nostro immaginario.

Come nel brano “Canto degli Sciagurati”: “l’onda immensa di tutto il popolo minuto chiama la tempesta e l’edificio crollò/sacra la vittoria delle moltitudini/non temo ciò che viene, temo chi è venuto già.”

E’ ancora nella poesia “Profezia” (non presente nello spettacolo) che Pasolini vede le schiere dei fratelli che sorgono dal mare in Europa, dopo aver attraversato l’Africa, per distruggere la nostra corrotta società e piantare sulle rovine il seme della speranza.

Zamboni, con la sua chitarra tagliente, rappresenta il poeta di Casarsa come il mentore che ha guidato lui e tutta la sua generazione nel costruire una nuova via alla musica e alla letteratura italiana in senso autenticamente politico.

Coloro che credono che la carriera artistica di Zamboni sia da intendersi come la ricerca di una bizzarra forma d’intrattenimento per il pubblico si sbaglia di grosso. Il chitarrista esprime un profondo impegno civile e ideologico nel solco di una tradizione di teatro canzone che ha profonde radici nella cultura musicale italiana, ma che in lui assume caratteristiche del tutto particolari.

Struggente la sua voce e la sua interpretazione nel recitar-cantando di “Grandola, Vila Morena”, inno della Rivoluzione dei garofani portoghese; doloroso e necessario, invece, il “Lamento per la morte di Pasolini” dell’indimenticabile Giovanna Marini.

“Ma quella notte volevo parlare/la pioggia il fango e l’auto per scappare/solo a morire lì vicino al mare/ma quella notte volevo parlare/ non può non può, può più parlare.

Lo spettacolo si è chiuso con le ultime parole dette pubblicamente da Pasolini, prima che il pubblico provasse a scacciare l’angoscia a forza di applausi.

Siamo tutti in pericolo / Forse sono io che sbaglio, ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo 

Purtroppo non si sbagliava!

Scaletta:

E jo Chanti villotta friulana recitata da Carlotta Del Bianco, La rabbia e l’hashish (inedito), Canto degli Sciagurati, Si savessis fantaccinis, Ora ancora, comizio del 1954, Grandola vila morena di Josè Alfonso portogallo 1974, Vorremmo esserci, da Scritti corsari, Sorella sconfitta, Fermamente collettivamente, Cantico cristiano, Lamento per la morte di Pasolini (Giovanna Marini), Beati noi (Giovanna Marini), Tu muori (inedito), Persona non grata.

Flaviano Bosco / instArt 2025 ©