Nel 1991 l’anno in cui nacquero il World Wide Web, l’inchiesta Mani Pulite, cadde definitivamente l’Urss, durante la prima sciagurata Guerra del Golfo, nel bel mezzo della prima Intifada, in un clima tetro che preparava l’orrore delle cosiddette “Guerre Jugoslave”, un gruppo di pazzi sognatori capitanati dal pirata Giancarlo Velliscig, a un tiro di schioppo dalla Cortina di Ferro, decise che la musica jazz poteva essere la giusta risposta al rombo dei cannoni in avvicinamento.

Nacque così quello che nel corso degli anni è diventato uno dei festival Jazz più preziosi d’Italia. Udin&Jazz è ormai un’istituzione e un punto di riferimento per gli appassionati della Mittel Europa, un evento che unisce il nostro territorio a quelli limitrofi di Austria e Slovenia abbattendo i confini in nome della musica e della fratellanza.

Stella sfavillante della prima edizione della rassegna udinese; fu il batterista Elvin Jones che, con il suo progetto “Jazz Machine”, trasmetteva ai giovani d’allora quella che era stata la rivoluzione e l’avant garde della musica afroamericana.

Nel 2025, trentacinque edizioni dopo, a Udine si è continuato a ragionare ancora in musica e parole, sull’importanza di combattere attraverso le blue notes il degrado civile, morale e politico nel quale siamo immersi. Gli ultimi tre decenni sono stati una voragine oscura che ha divorato l’umanità in modo forse irreversibile avviandola ad una catastrofe climatica e politica del tutto inimmaginabile allora.

Non a caso il tema scelto per il festival di quest’anno è Generations, le generazioni che si trasmettono i loro saperi e le loro esperienze. Tutto questo può agevolmente essere già riassunto plasticamente guardando due nomi straordinari presenti nella locandina: Herbie Hancock e Isaiah Collier.

Il primo paradossalmente incarna la tradizione e l’eredità degli ultimi sessant’anni di musica afroamericana, Hanckock, estremo sperimentatore e innovatore del jazz e della musica in generale oggi non solo per questioni anagrafiche, si trova a dover trasmettere la fiaccola della libertà a una nuova generazione di musicisti che gli somiglia solo in parte. Collier riprende la furia e la rabbia della Free form e la porta alla sfida del mondo globalizzato e digitale sempre più cattivo cui siamo davanti.

Sabato 12 luglio Udin&Jazz for Gaza: Wicked Dub Division+Francesco Bearzatti Jazz my Dub

Il Festival ha avuto un’anteprima nello splendido parco Moretti quanto mai vivo e affollato di bella gente che va al mare quando è il caso, ma in altri momenti preferisce esercitare il proprio diritto di cittadinanza militando dalla parte giusta che è sempre quella dove sono costretti i più deboli, gli indifesi e innocenti.

In questo senso, il Festival non ha mai fatto mancare il proprio sostegno alla causa palestinese ben prima che il genocidio fosse conclamato e ufficializzato anche dalle criminali dichiarazioni delle autorità israeliane che, a differenza delle nostre, hanno perfino la sfacciataggine da impuniti di rivendicare le proprie azioni disumane.

Vediamone un paio giusto per capire quanto profonda è la voragine d’orrore nella quale siamo precipitati.

“I bambini di Gaza cresceranno odiandoci. Meglio non farli crescere”.

Amichai Eliyahu, Ministro del Patrimonio, 28 ottobre 2023 (Kol Barama)

“Tutti i bambini educati da Hamas devono essere rieducati o eliminati”.

Tally Gotliv, 25 giugno 2025 (Knesset)

Questa pedagogia della morte fa parte di quella logica concentrazionaria che è il modello sociale destinato a coloro che non sono perfettamente adattabili o allineabili. Alcuni sociologi da anni hanno introdotto il neologismo “necrocrazia” come degenerazione delle democrazie liberali che ha causato la finanzializzazione della politica in generale facendo di fatto prevalere il profitto sui diritti di cittadina.

Di questo e molto altro durante il festival, si è parlato nelle ormai tradizionali mattinate “Alla ghiacciaia”, splendida antica osteria nel cuore medievale di Udine. Marina Tuni ha ideato e condotto degli incontri informali aperti al pubblico durante i quali giornalisti, esperti, semplici appassionati hanno presentato le loro riflessioni sullo stato dell’arte della musica d’improvvisazione. In maniera luminosa e serena, tra uno stuzzichino al prosciutto di San Daniele e un bianco friulano, il jazz è diventato ancora una volta veicolo di istanze sociali cruciali e strumento attraverso il quale traguardare il futuro. Agli incontri ha partecipato anche un nutrito gruppo dei ragazzi del pcto.

Jazz Poetry for Gaza: sul palco nel giardino si sono prima alternati alcuni poeti, sostenuti dall’ass. Time for Africa, che hanno alzato la loro voce contro le infamie di un massacro senza fine, giustamente convinti che solo la poesia è in grado di esprime le devastanti emozioni che noi tutti stiamo provando di fronte alla violenza inaudita che si è scatenata contro i nostri poveri fratelli in Palestina.

Con il solito garbo e competenza il giornalista entertainer Andrea Ioime ha deliziato il pubblico introducendo gli artisti che si sono esibiti a sostegno della causa. Per spirito di contraddizione cominciamo da quelli che hanno chiuso l’incontro. Mentre già il tramonto si portava via il pomeriggio il duo Rive No Tocje ha salutato quelli che una categoria giornalistica definisce in tono quasi dispregiativo “ProPal”. Fabrizio Citossi e Franco Polentarutti sono un eccentrico duo di lungo corso. Gli appassionati della scena musicale d’avanguardia della Regione li conoscono bene come autentici dinamitardi del cantautorato in lingua.

Il loro è un blues disintegrato che sa delle Muddy Waters della laguna muzzanese dalla quale provengono. In fondo alla zona industriale di San Giorgio di Nogaro, la più grande del FVG, l’estremo lembo della pianura incontra il mare nel sistema lagunare Alto Adriatico che da Grado arriva fino a Venezia. E’ il luogo incantato nel quale Pasolini girò la sua Medea con la Callas.

La solita becera speculazione solo poco tempo fa avrebbe voluto costruire ex novo una delle più grandi acciaierie d’Europa proprio tra quei canneti, alla faccia della crisi climatica e dell’Agenda 2030. Non ci sono riusciti per il rotto della cuffia, ma ci riproveranno. La letteratura americana con Elmore Leonard e Joe R. Lansdale ha già raccontato luoghi simili tra paludi e rifiuti tossici così come ha fatto il blues più politico. L’acido chitarrista Citossi e Polentarutti il poeta ci provano e ci riescono benissimo cantando come Angeli di desolazione nella loro Wasteland. Chitarra, voce e testi urticanti e lisergici, non serve altro.

I Wicked Dub Division con Michela Grena (voce) Massimiliano Pic (dub master) GP Ennas (batteria) King Claudio (basso) sono un collettivo di musicisti di lungo corso con una visibilità internazionale e uno stile proprio che da due decenni calca i palcoscenici europei. Il loro Dub è contaminato dall’elettronica più raffinata ed è ingentilito dalla splendida profonda voce di Grena che sa smussare le rigide asperità della ritmica non sempre morbida e flessuosa. Alle Good vibes del loro groove non dimenticano mai di associare un forte impegno politico e sociale in difesa dei diritti di tutti. In questo orizzonte si è fatta feconda, concreta e naturale la loro collaborazione con il tenor sassofonista Francesco Bearzatti, araldo della nuova musica d’improvvisazione italiana. Il loro progetto comune “Jazz my Dub”, rivoluzionario già in ipotesi, diventa esplosivo dal vivo percorrendo le vie dell’utopia. Le lancinanti improvvisazioni al sax si sublimano nella ritmica aggressiva e flessuosa dai tempi rallentati e felini del collettivo. Il risultato è seducente, magnetico e a tratti narcotico.

Alla manifestazione non sono mancati gli appelli di Medici Senza Frontiere, del Comitato per la Palestina di Udine, di Time For Africa e dei tanti di buona volontà che sono “Vivi perchè partigiani” parafrasando Gramsci.

Resta da chiedersi dopo tanto entusiasmo ed empatia quale senso abbia ancora sperare che gli assassini di Netanyahu cessino i loro orrori mentre si parla di deportazione e di “soluzione definitiva” per il popolo palestinese a Gaza e anche nei territori occupati di West Bank. In ogni caso, ognuno di noi per quanto si creda assolto sarà sempre coinvolto, lo grideremo ancora più forte come faceva il poeta genovese e che il Dio degli Ultimi ci perdoni, se può.

Flaviano Bosco / instArt 2025 ©