Nel suo “A fuoco – Il mondo brucia è ora di disobbedire” (Feltrinelli 2025) Gianluca Grimalda reintroduce nel nostro tempo il concetto di “disobbedienza civile” in senso gandhiano per fare fronte al cambiamento climatico e per lottare contro l’utilizzo criminale dei combustibili fossili. Racconta dei suoi 28000 km percorsi in giro per il mondo senza utilizzare aerei e riducendo al minimo le emissioni di Co2. Qualcuno potrebbe sostenere che restandosene a casa avrebbe potuto risparmiare molto di più sulle emissioni, non si potrebbe dargli torto, ma non è questo il punto.




La questione dirimente è l’impegno civile di ognuno di noi e il continuare a inseguire l’utopia di un mondo migliore. C’è stato un tempo in cui per l’umanità nuova e per il sole del futuro si era pronti a sacrificare tutto sotto le bandiere rosse e nere della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Il concetto di “disobbedienza civile” come forma di lotta contro l’oppressione ha una storia antica che risale almeno al “Discorso sulla servitù volontaria” di Etienne de la Boétie nel XVI sec. e assume la sua forma moderna a partire dal saggio di H. D. Thoreau, Civil Disobedience (1849).
Sembra un passato davvero remoto se guardiamo all’assetto imperiale che si è dato il mondo contemporaneo con i cannoni americani e russi che sparano a “palle incatenate” contro i “barconi” degli umili e degli indifesi; non serve nemmeno citarli, ce n’è una lunga lista in tutti i continenti e l’orribile metafora si adatta a molti contesti.
Sembrerebbe davvero un assoluto naufragio dei principi di umanità ai quali fino ad ora molti avevano tratto ispirazione. Anche se i tempi sono oscuri e cupe sono le nuvole all’orizzonte non dobbiamo disperare, ma solo imparare a disobbedire a coloro che artatamente pervertono i nostri principi, combattendo con le armi della pace e della libertà.
La musica e soprattutto il jazz sono la lunga pertica che ci serve per saltare oltre l’assicella del conformismo, dell’indifferenza, superando le barriere di confine imposte dal nostro sistema economico-finanziario che ha ridotto gli ideali di umanità e fratellanza a merce in saldo su uno scaffale di supermercato.
A Udin&Jazz 2025 si è saltato parecchio in alto e lo si continuerà a fare nel futuro perchè: “We all need Peace, Love and Music”.
Durante uno degli incontri meridiani all’Osteria Alla Ghiacciaia di Udine che sono il tempo e il luogo che il festival utilizza da alcuni anni per fare il punto sulla situazione, presentare al pubblico gli eventi previsti per la giornata o riflettere sulla funzione della musica nel mondo contemporaneo, si è discusso attorno all’argomento: “Improvvisare con le macchine: umanità e futuro nel suono”.
Per macchine si intende sostanzialmente l’Intelligenza Artificiale ed è inutile negare che da alcuni anni i processi creativi, anche di composizione musicale, dipendono dalle risorse elettroniche. Molta della “musica che ci gira intorno” attualmente è suonata dall’algoritmo e risponde ad esigenze di programmazione e di opportunità commerciali. Che ci piaccia oppure no è un fenomeno in netta espansione. Le meraviglie della tecnologia però hanno sempre avuto un prezzo che è quello di diminuire le nostre libertà personali e la nostra responsabilità anche rispetto alle situazioni che ci riguardano da vicino. Il digitale ci permette possibilità creative e d’informazione sostanzialmente illimitate, dipende solo da noi saperle utilizzare e non farci ammaliare dalla macchina fino a desiderare di esserne solo un’estensione. La tecnologia è uno dei miti d’oggi più affascinanti, dobbiamo solo stare attenti a non farci travolgere dalla nostra smania e non fare la fine della lussuriosa Pasifae dentro la giovenca di legno costruita da Dedalo per attirare il Toro di Creta.
The strong Man di Frank Capra (Usa 1926) + Zerorchestra.
Anche quest’anno la rassegna udinese ha previsto un’esibizione della Zerorchestra che è stato uno degli ensemble pionieri della sonorizzazione dal vivo dei film muti. I musicisti che lo compongono sono la crema del Jazz non solo nel nostro territorio, da decenni la loro notorietà è di livello internazionale.
Della compagine a formazione variabile diretta dal Maestro Juri Dal Dan (pianoforte), facevano parte per l’occasione Luigi Vitale (vibrafono e xilofono), Didier Ortolan (clarinetti), Luca Colussi (batteria), Luca Grizzo (percussioni), Romano Todesco (contrabbasso), Francesco Bearzatti (sax), Gaspare Pasini (clarinetti).
Il film è una divertente commedia giovanile di Frank Capra che racconta le disavventure di un fante belga della Prima Guerra Mondiale che, dopo essere immigrato negli Usa come circense nello spettacolo dell’uomo più forte del mondo, finisce per diventare lo sceriffo di una cittadina di provincia sposando la propria innamorata non vedente. Anche se si ride molto non è per nulla una slapstick, ai soli capitomboli e inseguimenti si affiancano i buoni sentimenti e l’american dream come solo al cinema è esistito.
Un commento rubato al pubblico in uscita dalla sala è il migliore complimento che si possa fare alla Zerorchestra: “La colonna sonora era davvero bella, era perfettamente sincronizzata con la pellicola, ci si dimenticava perfino che fosse eseguita dal vivo”
Isaiah Collier & the Chosen Few: Emma Dayhuff (contrabbasso) Liya Grigoryan (piano) Tim Regis (batteria)
Il grande giornalista radiofonico Max De Tomassi, da sempre amico di Udin&Jazz, ha presentato con la solita verve il quartetto di uno dei musicisti più in vista dell’Afro-avanguardia americana dei nostri giorni.
Collier, classe 1998, rappresenta una generazione di artisti nati e cresciuti nell’era Clinton tra le due presidenze della famiglia Bush e non è solo un dettaglio biografico.
E’ proprio sotto l’amministrazione Clinton che la musica e la cultura degli afroamericani cominciò a ricevere attenzioni istituzionali adeguate con la proclamazione dell’African-American Music Appreciation Month e svariate onorificienze a grandi artisti come B.B.King (Presidential Medal of Freedom).
Collier, giovane, audace, militante e talentuoso utilizza la musica per riscoprire le profonde radici culturali africane del suo popolo in un attivismo politico ispirato alla grande tradizione che ha in Chicago, la sua città d’origine, una delle sue sorgenti.
La sua musica è senza dubbio politica. Tra i suoi ultimi lavori, “The Story of 400 Years” è un’ambiziosa suite orchestrale in tredici movimenti che ripercorre la storia dell’America Nera evocandone i suoni.
A Udine si è presentato vestito da Sonny Rollins: basco rosso, occhiali da sole da pappone del Be Bop, barbetta sul mento. La sua attenzione verso lo stile e l’abbigliamento è legata proprio alla sua ripresa della cultura popolare afroamericana e alla sua particolare estetica legata indissolubilmente alla musica. Collier appare per questo molto modaiolo, sia per gli abiti sgargianti che indossa, sia per le collanine e i molti anelli pacchiani alle dita, così come per le scarpe di vernice con il camel toe, la punta delle scarpe che separa, con una spaccatura, l’alluce dalle altre dita.
Il tenorsassofonista, molta più sostanza che apparenza, insieme al suo quartetto, presentava la sua ultima incisione in studio dal titolo quanto mai attuale di “The World is on Fire”. L’attacco del primo brano è stato assolutamente folgorante alla maniera del classico John Coltrane quartet.
Infatti, pianoforte, contrabbasso, batteria, sassofono tenore sono da almeno sessant’anni la forza tetragona dell’Avant Garde.
A sconvolgere l’assetto sono state le autentiche “sterzate” della pianista di origine armena, in grado di passare da tessiture indiavolate al blues più malinconico in un battito di ciglia. Grazie a lei e al suo perfetto interplay con la contrabbassista, l’atmosfera a volte cambiava in qualcosa di più cantabile con melodie.
La ritmica delle percussioni è stata piena e veloce con esplosioni che ricordavano il cielo di Ferragosto, pieno di fuochi d’artificio, per gli autentici scoppi alla grancassa. La grancassa del batterista Regis ha un suono sordo e molto più violento della norma. La band è un assalto al treno sparato a pallettoni, non cedono un attimo altro che Sheet of sounds, è tutta un’esibizione di forza muscolare di una violenza, strabordante inaudita. Collier è un “Saxsophone Colossus” di nuova generazione. Il duetto con il batterista è assolutamente torrido e magmatico, furioso, tribale e barbarico. La batteria sembra utilizzare il blast del black metal tanto è vigoroso e forsennato il drumming di Regis.
Altri brani sono stati presentati con un’introduzione più meditata ed evocativa. Collier, lasciata l’ancia, si divertiva a ritmare con vari sonagli e campanelli su una base languida e blues urbano, con in sottofondo le campane del duomo di Udine.
A spiazzare e deliziare il pubblico erano spesso gli stacchi netti e imprevedibili tra i brani con repentini cambi di velocità, spericolte accelerazioni e discese in inferni acidi che si risolvevano a volte in momenti tutto zucchero e caramelle.
Alle suggestioni dei sonagli si aggiungevano bucoliche campanelline e altri aggeggi tintinnanti, perfino un fischietto da arbitro di calcio e uno stranissimo kazoo che sembrava un richiamo per uccelli.
In piacevolissimo interplay il contrabbasso e il piano suonavano i medesimi accordi mentre il sassofono romanticamente commentava, sul tavolino al centro della formazione c’era significativamente una kefiah, giusto per ricordare almeno con un segno l’abominio in corso.
In alcuni momenti l’esecuzione diventava d’un tratto solenne, liturgica e celebrativa, quasi a significare che, dopo la furia distruttiva, il crisma della speranza e la fede nella rinascita possono salvarci.
Anche i brani all’apparenza più contenuti si rivelavano nello sviluppo autentiche suite composite e intriganti che alternavano momenti del tutto devastanti a calme risacche da bassa marea.
Dopo quasi trenta minuti di estasi sonore, Collier si è deciso a presentare la band e l’album che stavano promuovendo: “The world is on fire”, come dicevamo, con brani ispirati alla crudele realtà dei nostri giorni infami che sono resi ancora più drammatici, parole sue, da “colui che chiamano il presidente, ma che si crede un re”.
Per esprimere ancora meglio il concetto, hanno attaccato il brano: “AmeriKKKa The Ugly” che non è altro se non l’anthem USA destrutturato e ridicolizzato in forma di marcia funebre tra Jimi Hendrix la mattina dell’ultimo giorno a Woodstock e un acido incubo di Frank Zappa.
A quello che in Italia sarebbe ritenuto vilipendio è seguita una descrizione in musica del meraviglioso paesaggio nord americano, tra foreste e acqua sorgiva come in “Appalachian song” di Aroon Copland oppure come in una silenziosa città che, svegliatasi all’alba, vada a lavorare; e ancora gli immensi campi di grano della Bible Belt, le officine di Detroit. E’ stata una visione sonora dell’America reale, fatta da chi deve guadagnarsi da vivere ogni giorno con il sudore della fronte, contrapposta all’America da Grand Guignol clownesca e orribile di The Donald e del suo rinato Ku Klux Klan. E’ stato un ritratto morbido in blues e negli stili della migliore tradizione americana con momenti di grande dramma e luce filtrata.
In “The love that you loose” si è potuto godere di splendidi crescendo per pianoforte e oggettini sonanti; sembrava il risveglio di un giardino con gli uccellini che se ne scappano via tutti fino all’esplodere della frenesia della città, un buongiorno gioioso e felice come una primavera, oppure un viaggio lontano su un treno ad alta percorrenza che non riesce a spegnere la propria fame di velocità da stazione a stazione. “Once there were mountains on mountains, and once there were birds to soar with…”
La musica di “The world is on fire”, title trak dell’album, contribuisce a dar fuoco al pianeta in agonia e l’incendiario è proprio Coolier che butta benzina sul fuoco con il suo lanciafiamme ad ancia. Il pezzo è incandescente e inizia con il suono della sirena di polizia di un magnetofono giocattolo. Il sound generale non si può che definire parossistico. Anche la mimica tra i musicisti fa la sua parte. E’ stupendo lo sguardo della contrabbassista mentre sax e batteria duellano a singolar tenzone con un’intensità impensabile.
A furor di popolo viene chiamato il bis che prevede l’immancabile vocalizzo liturgico in forma di vera e propria Easter Worship Song, preghiera in collaborazione con il pubblico: “Easter we need peace and love”, le due parole più belle del mondo in un salmo laico in piena tradizione coltreniana.
Esaurita la preghiera, Collier, percuotendo due campane a mano (Cowbell) e seguendo con il suo quartetto un ritmo tutto brasileiro, incitava ancor di più il pubblico; sembrava di essere a Cuba durante una cerimonia di Santeria; altro che semplice bis, è stato un brano fluviale lasciato esaurirsi solo quando tutto il pubblico scatenato ha cantato ad libitum “Peace and Love” con il cuore in mano.
Amen e Alleluja!!!
Flaviano Bosco / instArt 2025 ©