Il titolo di questa recensione è una provocatoria parafrasi pasoliniana che serve ad esprimere lo straniamento e il piacevole sconcerto provato durante e dopo l’applaudita esibizione della nuova formazione dei Gong tenutasi nelle scorse settimane al Capitol, sontuoso salotto della musica pordenonese.
Da ormai quasi dieci anni il marchio Gong identifica la band che collaborò all’ultimo lavoro del fondatore, l’indimenticabile Daevid Allen. L’ensemble è capitanata dal polistrumentista anglo-iraniano Kavus Torabi (voce, chitarra) Fabio Golfetti, collaboratore di lunga data della band originaria (chitarra, voce), Dave Sturt (basso), Ian East (fiati e sax) elemento chiave nel carattere jazz e sperimentale del gruppo e Cheb Nettles (batteria).
L’esibizione al Capitol ha avuto un ottimo successo di pubblico, la scaletta, basata sostanzialmente sui brani dell’ultimo album “Bright spirit” (osannato da certa critica) con richiami a vecchie hit, ha dimostrato la piacevole perizia tecnica della band, nella quale l’eclettico Torabi fa il buono e il cattivo tempo, dirigendo a bacchetta i suoi compagni.
E’ risultata in tutta evidenza la loro capacità di tenere il palco e divertire gli spettatori, ma si è capito fin da subito che sono solo un involucro vuoto rispetto alle istanze libertarie e creative della band originaria della quale ormai rimane solo il nome e “l’antica fama”. Sono come la confezione sgargiante di un uovo di Pasqua che promette meraviglie succulente e sogni di bambino, ma che, alla fine, tolta la carta crespata, non regala nessuna sorpresa ed ha perfino la cioccolata stantia.
Il parricidio necessario è stato purtroppo quello del genio di Daevid Allen, capostipite e profeta di tutta la sperimentazione psichedelica e progressiva, catalizzatore delle energie rock fin dai favolosi 60th creatore di mondi e universi.
Nel seminale brano “You Can’t Kill Me” i Gong del 1971 cantavano, con sarcasmo giullaresco e surreale, il loro manifesto programmatico dalle radici bibliche ed esoteriche. Il testo, in sostanza, è un’inno alla libertà e all’auto determinazione; nella prima parte, che sembra riferirsi in qualche modo al Libro, dice: “Puoi distruggere tutto ciò che mi è caro, puoi perfino uccidere mio padre, ma non puoi uccidere l’idea di libertà che c’è in me”. Nella seconda parte, nascosto sotto il solito divertissement musicale, troviamo un ripetuto preciso riferimento all’occultismo di Aleister Crowley e della sua chiesa di Thelema; quel “You can do What you want” corrisponde a : “Fa ciò che vuoi sarà tutta la Legge. Amore è la legge, Amore sotto la volontà”.
In “Different every time”, la biografia autorizzata di Robert Wyatt, l’autore Marcus O’Dair scrive: “Oltre all’amore per il jazz, Daevid Allen condivideva con Robert Wyatt l’interesse per l’arte modernista e per l’umorismo: il poeta scozzese Ivor Cutler e il Goon show erano tra gli ascolti radiofonici preferiti a Wellington house. Altrettanto importanti degli interessi culturali di Allen era tuttavia il disprezzo delle convenzioni sociali. Daevid, un vagabondo del dharma in carne ed ossa la cui eccentricità si estendeva all’ortografia del proprio nome, incarnava una vita che prescindeva dai risultati scolastici. Robert Wyatt rimase particolarmente colpito dalla sua abitudine di passeggiare per Canterbury con “il cane al guinzaglio”, cioè una lattina legata ad uno spago.”
Wyatt dichiara che fu l’eccentricità e la poliedricità di Daevid Allen a dargli fiducia in se stesso e a fargli decidere di diventare un artista.
Era il 1959 quando i due ragazzi cominciarono a frequentarsi e forse già a sognare insieme l’universo della musica a venire.
Più tardi furono il Daevid Allen trio, I Wild Flowers, i Soft Machine, il Canterbury Sound e poi naturalmente i Gong, o meglio la Gong Global Family, una vera costellazione di progetti musicali dalle imprevedibili ibridazioni psich-prog-Space rock e chi più ne ha più ne metta.
Il gruppo visto nell’applaudito concerto del Capitol di Pordenone è l’ultima incarnazione di un progetto musicale decollato ufficialmente nel 1969 con l’album “Magick Brother, Mystic Sister”.
L’attuale leader Kavus Torabi ha dichiarato in una recente intervista: “La musica è ciò che mi ha attratto di pù fin da quando ho memoria. A nove anni ho capito che potevi farne la tua vita, cantare in un gruppo, vestirti di nero e sembrare figo. E’ quello il linguaggio che capisco. Ci sono tante cose nel mondo che non comprendo – politica, economia – e quando parlo con chi ne sa più di me mi sento ingenuo. Ma l’arte e la musica non hanno bisogno di spiegazioni, ne capisco i meccanismi. Quindi vado avanti, seguendo questo richiamo”. (www.rockol.it)
A quasi sessant’anni dalle follie dionisiache, autenticamente rivoluzionarie di “Je ne fuim’ pas des bananes” che hanno trasformato il rock in una filosofia di vita, quello che è rimasto dei Gong è una sorta di cover band di lusso che di quei furori non conserva alcuna attitudine se non quella di “vestirti di nero e SEMBRARE figo”.
La band ha sempre un buon piglio, ma nessuna genuina, estrosa originalità. Per i fan di vecchia data, il ritorno era certo atteso e nessuno pretendeva un’improbabile esumazione del glorioso passato, ma almeno uno sguardo proiettato in avanti e non solo una pedissequa riproposizione di glissando e brick a brac psich-prog scontato e fasullo con poche prospettive e dal fiato corto.
Nell’occasione, i Gong hanno presentato il loro nuovo album “Bright Spirit”, terzo capitolo di una loro trilogia sul collasso dei mondi. Una sorta di opera rock fuori tempo massimo. “Un lavoro che segna un nuovo capitolo nel percorso artistico della band, tra sperimentazione sonora e radici ben riconoscibili.” come recita mentendo sapendo di mentire un claim pubblicitario.
“Bright Spirit” vorrebbe essere un itinerario in un universo musicale intenso e visionario, dove psichedelia, progressive rock e contaminazioni contemporanee si intrecciano in un equilibrio sorprendente. La realtà però è ben diversa dalle intenzioni e il risultato sfiora la “rifrittura” di un universo sonoro che non dice niente perchè non ha nulla da dire; fatte salve le meraviglie del digitale e le nuove tecniche di registrazione, tutto forse sarebbe sembrato vecchio anche nei primi anni sessanta perchè privo di anima.
Per chi si accontenta di uno spazio sonoro divertente, disimpegnato e tutto sommato ornamentale, nei nuovi Gong di Torabi ne troverà in abbondanza. Nel loro nuovo corso non c’è niente di provocatorio, disturbante o polemico com’era nel marchio di fabbrica della band, insieme ad un ironia e ad un umorismo del tutto surreale che li ha sempre caratterizzati. La psichedelia stralunata è diventata un rock progressivo pretenzioso e accademico che sembra quasi generato dall’AI per la sua perfezione.
I nuovi musicisti vivono di rendita, riciclando le meraviglie del passato, sfruttando l’immensa eredità non solo di Allen. Il loro approccio imitativo, spesso convenzionale, banale e, in una parola, mediocre, ha come risultato di provocare nei vecchi fan solo rimpianto e nostalgia.
Il concerto dei Gong al Capitol di Pordenone dell’aprile 2026 ha dimostrato soprattutto i limiti della band che, come abbiamo detto, ha molto poco a che fare con le varie sue incarnazioni precedenti. Ben inteso, sono tutti ottimi musicisti e addirittura virtuosi tra psych-prog, kosmische musik e varia elettronica space rock, ma hanno perso per stradaquel tratto distintivo d’ironia creativa, beffarda e anche cialtrona che li ha caratterizzati da sempre come band. E’ andato totalmente perduto anche con la frequenza intergalattica, l’effetto visionario e profetico di quelle sonorità misteriose ed esotiche provenienti da Radio Gnome Invisible: “What’s that in the sky now? Teapots that can fly now, Voices in your head, Tell me what they said”.
Certo non è più possibile e nemmeno auspicabile ricreare quelle provocazioni giullaresche che caratterizzavano l’arte di Allen che sono assolutamente irripetibili, ma non è nemmeno giusto limitarsi ad esecuzioni pedisseque, legnose e tutto sommato vuote. Fin da “Camembert Electrique”(1971) i Gong si distinguevano prima di tutto per la loro vena caustica, surreale e giocosa che si traduceva in un carnevale di colori e in musica imprevedibile e sorgiva in grado anche di scuotere le coscienze tra non sense, sberleffi e giullarate.
Ripeto non è possibile ricreare una stagione come quella delle “teiere volanti” e dei “Pot head pixies” ormai completamente consumata dal tempo e del tutto anacronistica, ma non è nemmeno giusto spegnersi in una routine per i fan di stretta osservanza alla ricerca di nostalgie di gioventù.
E’ vero che il loro live si concentra sui ben quattro album originali pubblicati dal 2015 lasciando poco spazio al repertorio, ma la musica proposta non è nient’altro che una rimasticatura di quelle antiche atmosfere, naturalmente molto più convincenti.
Se quello di Allen e soci è sempre stato uno sguardo verso il domani per quanto bizzarro, quello dei nuovi Gong è un retrofuturo chiuso in se stesso, piacevole all’ascolto, ma che gira a vuoto come un furgone con il motore imballato.
Non resta che raccomandarci a Selene, spirito della luna come in una loro vecchia canzone: “Selene, spirit of the moon…My mind is made of you, tell me what to do…Selene.”
E chi ha orecchie per intendere, intenda.
Flaviano Bosco / instArt 2026 ©