Spentisi i clamori per l’eccezionale sold out del concerto di Cristiano De Andrè dedicato a Faber è possibile spingersi in qualche riflessione sull’evento che non abbia i soliti toni trionfalistici o quelli del più convenzionale dei comunicati d’agenzia AI Mode.

Da 28 anni Cristiano “Onora il padre” portando sui palcoscenici del nostro paese la sua interpretazione della musica del genitore poeta, in una “coazione a ripetere” che ha dello strabiliante. “Nei letti degli altri già caldi d’amore, non ho provato dolore. L’invidia di ieri non è già finita, Stasera vi invidio la vita”.

E’ inutile dire che Cristiano De Andrè, con i suoi musicisti (Osvaldo Di Dio, chitarre Davide Pezzin, basso Luciano Luisi, tastiere Ivano Zanolini, batteria), non si limita a ripetere in modo pedissequo i vecchi brani ma interpreta le canzoni del grande Faber in modo straordinario. I nuovi arrangiamenti contribuiscono a rendere la forma dei brani ancora più smagliante e appetitosa.

Si è detto moltissime volte che Cristiano è l’unico vero erede di suo padre per l’intelligenza delle sue interpretazioni capaci di regalare emozioni senza essere nostalgiche.

E’ stato detto molte volte e lo ribadiamo, ma forse è giunto il momento di spendere due parole di approfondimento sull’attualità della poetica di Faber e sulla sua importanza per comprendere il nostro presente.

La musica di Fabrizio De Andrè ha talmente innervato il nostro immaginario a tutti i livelli da diventare stereotipo standard. Non si contano le cover band, le varie reunion, le copie più o meno riuscite e i veri e propri cloni. Non esiste italiano che non sappia canticchiare almeno una melodia o qualche verso. “La chiamavano Bocca di rosa, metteva l’amore sopra ogni cosa”.

Lo facciamo automaticamente al di là del contenuto e del significato di quei componimenti che invece forse andrebbero compresi e ascoltati con maggiore attenzione e senso di causa fino a diventare delle vere e proprie pratiche democratiche di fratellanza e solidarietà.

Non si spiega in altro modo il fatto che alcuni anni fa l’attuale Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e Vice Presidente del Consiglio, uso agli insulti xenofobi e razzisti più beceri, abbia utilizzato alcuni versi da “Il pescatore” per sfrutarne la grandezza di poeta a favore di social. Cristiano ha dichiarato testualmente: “Matteo Salvini è un grosso fan di mio padre, un fan storico. Ci eravamo anche incontrati. E questo mi fa ben sperare” e che dio ce la mandi buona almeno questa volta

Proprio il brano simbolo della totale accoglienza dell’altro, dell’apertura e della tolleranza, viene così colpevolmente travisato da chi è nel nostro paese tra i massimi responsabili del clima di ostilità, insofferenza e vero e proprio odio, che a volte sfocia in violenza, verso i migranti e i diversi in genere. E non è nemmeno un nano altrimenti avremmo potuto dire: ” che è una carogna di sicuro, perchè ha il cuore troppo vicino al buco del cu..”

Il vecchio pescatore della canzone non esita neppure un istante a prestare soccorso anche a chi si qualifica come “assassino”: “Non si guardò neppure intorno, ma versò il vino, spezzò il pane, per chi diceva ho sete e ho fame”.

A parte l’analfabetismo funzionale di certe persone, è davvero inaudita la potenza delle immagini profetiche di De Andrè che proprio in questi giorni risuonano potenti a Trieste e in tutta la Regione continuando e amplificando l’eco del concerto del Rossetti scuotendo le coscienze, almeno di quelli che ne possiedono ancora una. “E la profezia disse: Ascolterete bene, oppure non intenderete. Guarderete bene eppure non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è ottuso. E Gesù disse: “ Gli uomini credono che io sia venuto sulla Terra a portare la pace, ma essi non sanno che io sono venuto, invece, a portare la discordia e il fuoco e la spada e la guerra”.”

In questi giorni, le cronache dei quotidiani locali e nazionali e dei social media sono pieni di due notizie che riguardano Trieste che illustrano perfettamente, da una parte tutta l’ipocrisia fino alla malvagità della nostra società, dall’altra le straordinarie energie e la forza dei valori più autentici che la nostra povera patria ancora è capace di esprimere. “China e distante sugli elementi del disastro, dalle cose che accadono al di sopra delle parole, celebrative del nulla, lungo un facile vento di sazietà, di impunità…la maggioranza sta.”

“Anche se avete chiuso, Le vostre porte sul nostro muso, La notte che le pantere, Ci mordevano il sedere, Lasciandoci in buonafede, Massacrare sui marciapiedi, Anche se ora ve ne fregate,Voi quella notte, voi c’eravate

Sono ben note le problematiche provocate dall’inumana gestione della cosiddetta “rotta balcanica” che conduce per le strade di Trieste centinaia e centinaia di disperati in cerca di un futuro migliore dopo aver percorso le strade del mondo. Dopo tanta sofferenza i nostri fratelli in cammino trovano ad accoglierli solamente gli edifici fatiscenti del Porto Vecchio, dove rintanarsi come animali, o le panchine di una piazza fronte stazione ferroviaria, che paradossalmente è intitolata alla “Libertà”. Per fortuna, persone di buon cuore come gli appartenenti all’ass. “Linea d’Ombra”e altri riescono ancora a “restare umani” prestando un primo soccorso ai tanti nostri “fratelli migranti”. “Quello che non ho è una camicia bianca, Quello che non ho è di farla franca, Quello che non ho sono le sue pistole, Per conquistarmi il cielo, per guadagnarmi il sole”

Nel mondo del volontariato e dell’accoglienza, il cosiddetto “Modello Trieste” è riconosciuto e apprezzato; il sacrificio di tante persone di buon cuore viene visto come una luce di speranza che illumina il futuro a partire da una straordinaria esperienza di solidarietà del presente.

Al contrario, in città è visto con sospetto e spesso con aperta ostilità dalle principali istituzioni comunali e regionali. In passato alcuni dei volontari sono stati accusati e perseguitati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Oggi il loro lavoro di assistenza è appena tollerato e la presenza dei sopravvissuti alla rotta balcanica è malsopportato. “Ed arrivarono quattro gendarmi, con i pennacchi, con i pennacchi, ed arrivarono quattro gendarmi con i pennacchi e con le armi”.

Ha destato molto scalpore un’esperienza educativa pensata per far riflettere i bambini sul tema delle migrazioni che si è trasformata in un caso politico nazionale. Al centro delle polemiche c’è il progetto che nei giorni scorsi ha coinvolto due classi quinte della scuola primaria “Arpalice Cuman Pertile” di Marostica, nel Vicentino, accompagnate a Trieste per conoscere da vicino la realtà dei migranti nella rotta balcanica. L’iniziativa, organizzata nell’ambito dell’educazione civica insieme ad alcune associazioni della zona, prevedeva anche un’attività svolta in classe: i bambini, bendati e a piedi scalzi, hanno affrontato piccoli ostacoli e camminato sui sassi per provare a comprendere le difficoltà affrontate dai migranti durante il viaggio lungo la Balkan Route. Gli alunni si sono poi recati a Trieste, in piazza Libertà, dove hanno distribuito pasti caldi ai migranti arrivati in città dopo giorni di cammino. (www.avvenire.it) “…Versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete ho fame”.

ll sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, dopo aver pubblicamente denigrato l’iniziativa delle maestre vicentine, riducendo il dovere dell’accoglienza ad un problema di ordine pubblico e di decoro, ha proposto di recintare e chiudere l’area pedonale della Piazza. L’iniziativa nasce con la scusa strumentale di arginare i frequenti episodi di degrado e criminalità, con l’obiettivo di installare una recinzione, come quella che già ingabbia tristemente il monumento all’imperatrice Sissi, e garantire una sorveglianza fissa; spesa prevista 1,2 milioni di euro. “Voglio soltanto che sia prigione, che non sia l’aria di quel cortile, Voglio soltanto che sia prigione.”

Non serve commentare ulteriormente i due episodi, ognuno è libero di trarre le proprie conclusioni.

Cristiano De Andrè ha concluso le quasi tre ore del suo fluviale, emozionante concerto, tra le ovazioni del pubblico, sventolando la bandiera palestinese dopo aver mandato al diavolo coloro che hanno fatto del genocidio una pratica quotidiana del nostro osceno vivere.

Quasi brontolando tra se, ha ricordato di come anche suo padre, a volte, lamentasse che, dopo tanti anni di canzoni, speranze, insegnamenti e profezie, non fosse cambiato proprio niente.

E’ vero, aveva ragione: la protervia del capitale crea ancora milioni di poveracci in tutto il mondo costretti a migrare per un pezzo di pane; la vendita di armi è la prima voce di spesa delle economie di tutto il mondo; le violenze e gli abusi sui più fragili per qualcuno sono diventate un vanto (Caso Epstein); la strategia dello sterminio è spesso programma di governo (A whole civilization will die tonight, never to be brought back again); al peggio non sembra mai esserci fine.

E’ davvero possibile che una canzone possa migliorare questa malvagia realtà? Possono la poesia, le sue delicate emozioni fare fronte alla malvagia brutalità nella quale siamo immersi?

La risposta è nei cuori di quei bambini di quinta elementare di piazza della Libertà e nel cielo stellato sopra di noi, altro non c’è se non tenebra.

E quando poi sparì del tutto, a chi diceva “E’ stato un male”, a chi diceva “E’ stato un bene” Raccomandò “Non vi conviene venir con me dovunque vada, ma c’è Amore un po’ per tutti” E tutti quanti hanno un Amore. Sulla cattiva strada.

Scaletta: Mégu Mégu, ‘Â çimma, Ho visto Nina volare, Don Raffaè, Se ti tagliassero a pezzetti, Smisurata preghiera, Verranno a chiederti del nostro amore, Canzone del padre, Nella mia ora di Libertà, Bocca di rosa, Amico fragile, La canzone di Marinella, Disamistade, Andrea/La cattiva strada, Un giudice, Il testamento di Tito, La collina, Volta la carta, Quello che non ho, Fiume Sand Creek, Crêuza de mä, Il pescatore, La canzone dell’amore perduto.

Flaviano Bosco / instArt 2026 ©