In un Politeama Rossetti completamente sold out e pieno in ogni ordine di posti, Goran Bregović e la sua Wedding and Funeral Band si sono scatenati in un’esibizione di pura forza balkanica trascinando il pubblico in una festa zingara di grande fascino e pura gioia.
Quella che sembra pervadere l’animo slavo con naturalmente molte variazioni e prospettive è una disperata vitalità, un’esplosione continua di gioia che allo stesso tempo si accompagna ad un dolore indicibile.
Un termine quasi intraducibile nelle lingue europee è “Iz inata” significa un’inaudita, innata strategia di resilienza di quelle genti che fa in modo che, anche nelle situazioni più misere, possa nascere la luminosa speranza nel domani. E’ una sorta di testarda, inarrestabile capacità di proseguire con la testa alta anche nelle situazioni più difficili con totale sprezzo del pericolo, al di là di ogni logica.
È evidente, per esempio in un paese come la Bosnia e Erzegovina, che continua a vivere nonostante le atrocità delle Guerre Jugoslave di trent’anni fa, che avrebbero voluto avere ragione di una composita cultura come quella che si è stratificata nei millenni.
Sistematosi sul suo sgabello, imbracciata la sua strana piccola chitarra Traveler che rifà gli aspri suoni dei cordofoni tradizionali balcanici, Bregović ha salutato il suo popolo con una “strana” storia. Il chitarrista ha raccontato di una giornalista della CNN che si reca a Gerusalemme dopo aver sentito parlare di Mr. Horowitz, un vecchio ebreo che prega al Muro del Pianto due volte al giorno da oltre 60 anni.
La giornalista avvicina l’uomo e gli chiede per cosa preghi da tutto quel tempo. L’ebreo risponde: “Prego per la pace, per i giovani, perché religioni diverse possano vivere insieme”. Quando la giornalista chiede se ha ottenuto risposte, l’uomo risponde tristemente: “In verità, ho l’impressione di parlare con un muro”.
Bregović con il solito sorriso tra i denti vuole farci riflettere sulla stupida assurdità di tutte le guerre e sulla necessità di sperare con tutte le nostre forze nella possibilità di una convivenza tra popoli diversi con le loro tradizioni e le loro fedi. Non c’è alcun bisogno di aspettare un intervento soprannaturale, la pace e la fratellanza sono pratiche quotidiane, gesti, sorrisi e pensieri che ci aiutano a vivere meglio e a incontrare lo sguardo sereno dei nostri fratelli. Quella che vuole cantare è la vera anima di Sarajevo, città martirizzata da uno dei più brutali assedi della storia moderna che ha saputo rinascere dall’abisso nel quale l’avevano condannata.
I recenti funerali della leggenda della musica popolare (sevdalinka) dei Balcani Halid Bešlić con più di centomila persone, radunatesi pacificamente lungo le vie centrali di Sarajevo per cantare tutti insieme la propria unità e fratellanza, sono stati un vero e proprio evento epocale, la prova di un sentimento straordinario di unità con pochi paragoni, nonostante le lacrime e i lutti.
La carriera di Goran Bregović è di lungo corso ed ha raggiunto una prima notorietà con i Bijelo Dugme (“Bottone Bianco”) di cui è il chitarrista, leader e principale compositore, la rock band più influente e popolare della Jugoslavia, attiva principalmente tra il 1974 e il 1989 ma ancora oggi “Alive & Kicking”. Originari di Sarajevo, hanno fuso rock, folk balcanico e pop, creando un sound iconico che ha unito generazioni e che funziona perfettamente anche oggi. La reunion della band per il cinquantennale li ha riportati sulla cresta dell’onda con un trionfale tour mondiale. Purtroppo la band è assolutamente misconosciuta nel nostro paese, altrimenti potremmo cantare a squarciagola anche noi assieme a loro: Sputa e canta mia Jugoslavia!
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Pljuni i zapjevaj! |
Sputare e cantare! |
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Pljuni i zapjevaj, moja Jugoslavijo! |
Sputa e canta, mia Jugoslavia! |
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Matero i maceho, tugo moja i utjeho. |
Madre e matrigna, mio dolore e consolazione. |
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Moje srce, moja kuco stara, |
Il mio cuore, la mia vecchia casa, |
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Moja nevjesto, moja ljepotice, |
Mia sposa, mia bellezza, |
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Moja sirota kraljice, |
Mia povera regina, |
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Jugoslavijo na noge, |
la Jugoslavia in piedi, |
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Pjevaj nek’ te cuju, |
Canta, lascia che ti sentano, |
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Ko ne slusa pjesmu, |
Chi non ascolta la canzone, |
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Slusace oluju |
Ascolteranno la tempesta |
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Jugoslavijo na noge, |
la Jugoslavia in piedi, |
Così cantavano i Bijelo Dugme nel 1986 quando il sogno di unità e fratellanza degli slavi del sud stava per trasformarsi in un terribile incubo. A distanza di quarant’anni, nonostante ferite che non si rimargineranno mai, molte persone credono ancora in quel sogno e il “Bottone bianco” è ancora lì a ricordarglielo.
La carriera solista di Bregović è più internazionale e si lega ad una tradizione meno politica, anche se il chitarrista bosniaco non le manda certo a dire e non serve aspettare che con la sua band intoni Bella ciao! per capire da che parte sta.
Il concerto di Goran Bregović al Politeama Rossetti si inserisce perfettamente nella continuità della sua poetica artistica, confermandolo come uno degli interpreti più originali e riconoscibili della scena musicale internazionale.
La serata triestina non è stata una semplice esibizione, ma un’esperienza immersiva e collettiva. Fin dalle prime note, il pubblico è stato coinvolto in un flusso sonoro potente e stratificato, dove elementi apparentemente lontani, folklore balcanico, polifonie sacre, suggestioni gitane e rock, si sono fusi in modo naturale.
Accompagnato dalla storica Wedding and Funeral Band, oggi evoluta in una formazione ancora più ampia e orchestrale, Bregović ha costruito uno spettacolo dinamico e totalizzante. Il passaggio verso una dimensione quasi sinfonica ha reso il suono più ricco e “cinematografico”, senza perdere l’energia primitiva e festosa che caratterizza i suoi concerti.
La scaletta ha alternato grandi classici, veri e propri rituali collettivi per il pubblico, a brani più recenti, mantenendo costante quella tensione tipicamente balcanica tra festa e malinconia. Il risultato è stato un coinvolgimento totale: il pubblico non come semplice spettatore, ma come parte attiva di un rito condiviso.
Anche Trieste sotto la mitraglia delle note di Bregović si trasforma diventando quasi un’astrazione. Città di confine e crocevia culturale, rispecchia perfettamente l’identità musicale di Bregović. Lo stesso artista ha sottolineato il legame tra la sua Sarajevo e Trieste: entrambe luoghi in cui culture, religioni e storie diverse si incontrano. Senza nascondere nemmeno il lato oscuro della città che fu l’unica ad avere un campo di sterminio in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale (Risiera di San Sabba) e che oggi lascia morire i migranti all’addiaccio.
Questo elemento ha dato al concerto un significato ulteriore: non solo intrattenimento, ma rappresentazione viva di un’idea di convivenza, desiderata e troppo spesso negata, tema centrale nella sua musica.
L’impronta cinematografica, derivata anche dalle celebri colonne sonore come “Underground”, è emersa chiaramente nella costruzione del live. Il suono, ampio e narrativo, ha evocato immagini e atmosfere, trasformando il concerto in una sorta di racconto musicale.
Brani simbolo del suo repertorio hanno funzionato come momenti catartici: esplosioni di energia collettiva capaci di unire festa e memoria storica, leggerezza e riflessione.
Il concerto del Rossetti si inserisce nel percorso che porterà al tour estivo “God Is Not Your Babysitter”, legato al nuovo lavoro discografico. Questo nuovo capitolo mantiene intatta la sua cifra stilistica, il cosiddetto “turbo folk”, ampliandone però le possibilità sonore. Lo potremmo rivedere già il prossimo luglio a Pordenone Blues con questo suo nuovo progetto.
Parallelamente, il progetto sinfonico “The Belly Button of the World” rappresenta un’evoluzione ulteriore: una dimensione più narrativa e simbolica, incentrata sulla storia di Sarajevo come punto d’incontro tra culture e religioni diverse.
Ciò che emerge con forza dal concerto di Trieste è la coerenza del pensiero artistico di Bregović. Nei suoi lavori convivono sempre due dimensioni: la gioia incontenibile di una festa paesana e la tristezza infinita di una sposa abbandonata e tradita che non sa darsi pace per essere stata ingannata.
Questa dualità non è costruita, ma profondamente radicata nella cultura balcanica, dove, come lo stesso artista sottolinea, si ride e si piange nello stesso momento. E’ proprio Balkan Blues.
Il live al Politeama Rossetti ha mostrato in modo esemplare ciò che rende unico Bregović: la capacità di trasformare un concerto in un rito contemporaneo.
Un’esperienza in cui musica, identità e memoria collettiva si intrecciano, superando i confini tra palco e pubblico.
Non un semplice spettacolo, dunque, ma una forma di partecipazione condivisa, in cui, per una sera, la complessità dei Balcani diventa esperienza viva e universale.
La musica di Bregović sembra muoversi nello stesso spazio narrativo di Ivo Andrić, in particolare del suo romanzo “Il ponte sulla Drina”. Come nel libro, anche qui la storia non è lineare ma stratificata: imperi, religioni e identità convivono e si scontrano lasciando tracce profonde.
“A distanza di quindici o vent’anni durante i quali si è risparmiato e si sono riparati i danni, l’alluvione rimane sempre qualcosa di grande e terribile, ma anche di caro e intimo; costituisce, infatti, un momento di profondo legame e solidarietà tra le persone ancora vive – sempre meno numerose – di quella generazione, perché nulla unisce di più gli uomini che una sciagura comune, felicemente superata. Si sentono strettamente legati dal ricordo di quella calamità. Per questo amano evocare insieme quel grande avvenimento che ha segnato le loro esistenze: avvertono un incomprensibile piacere nel rievocarlo ai più giovani.”
“L’oblio cura ogni male, e il canto è il modo migliore per dimenticare”.
Un brano come “Ederlezi” che unisce tutti i popoli slavi, funziona esattamente in questo modo: sono contemporaneamente festa e memoria, rito e malinconia. Non raccontano una storia precisa, ma evocano un tempo collettivo, quasi mitico, dove passato e presente si sovrappongono.
Il punto più alto della notorietà in Europa del cantante bosniaco si ebbe nelle collaborazioni con il regista Emir Kusturica, in particolare in “Underground.
La musica di Bregović non accompagna le immagini: le amplifica fino al parossismo. Il celebre Kalashnikov è l’esempio perfetto: una fanfara travolgente che trasforma la guerra in una danza collettiva. È un’estetica che richiama il “carnevalesco” teorizzato da Michail Bachtin nel suo “L’opera di Rabelais e la cultura popolare”: un mondo rovesciato, dove il tragico si maschera da festa e il riso convive con la distruzione.
Lo stesso meccanismo si ritrova in “Il tempo dei gitani” e “Arizona Dream”, dove la musica diventa una forma di realismo magico balcanico: sospesa tra sogno, folklore, nostalgia.
Un elemento centrale dell’opera di Bregović è il rapporto con la tradizione orale, soprattutto rom e slava più in generale.
Album come “Tales and Songs from Weddings and Funerals” incarnano perfettamente questa logica: ogni brano sembra parte di un repertorio antico, ma allo stesso tempo è reinventato, trasformato, reso contemporaneo.
La stessa idea è racchiusa nel nome della sua band: matrimonio e funerale, i due momenti liminali della vita, entrambi accompagnati da musica. È qui che emerge una verità culturale profonda: nei Balcani, festa e lutto non sono opposti, ma facce della stessa esperienza.
Nel progetto “Three Letters from Sarajevo”, questa visione diventa esplicita. Sarajevo non è solo una città: è un simbolo.
Attraverso tre linguaggi musicali (cristiano, ebraico, musulmano), Bregović costruisce una narrazione sonora della convivenza. Ogni spazio di incontro è anche quello di un probabile attrito o conflitto che bisogna imparare a gestire. Convivenza vuol dire anche confronto spesso duro e aspro, in alcuni casi perfino tragico, ma la forza di una cultura e di un popolo, per quanto frammentata e divisa, sta proprio nella capacità di costruire solidi ponti tra una sponda e l’altra delle voragini dell’indifferenza.
Come scrive Andric: “Visegrad vive del ponte e cresce partendo da esso, come da una radice indistruttibile.” Ed è proprio ad avere “radici nei ponti” che ci insegna quella meravigliosa cultura attraverso la sua stratificata tradizione musicale.
La musica qui non propone una soluzione: mette in scena la complessità dell’esistenza. Bregović sa dare vita a qualcosa di profondamente balcanico: la cancellazione del confine tra artista e pubblico. Non si assiste a uno spettacolo, si partecipa a un rito. La sua musica è, per definizione, contaminata, ibrida, meticcia e anche intimamente “bastarda” come dovremmo dirci tutti noi che viviamo la complessità della frontiera
In questo senso, si può parlare di “tradizione reinventata”: non un folklore conservato, ma un’identità in continuo movimento; in termini antropologici, quella che si crea, durante i concerti di Bregović è una “comunità temporanea”: persone diverse che, per la durata del concerto, condividono un’identità emotiva comune e “chi non diventa pazzo non è normale!”
Nel finale, dopo la frenesia e i pugni alzati di “Bella Ciao”, per non farsi mancare niente, sono esplose le meravigliose note de “Il pescatore” di De Andrè in versione turbo folk e a tutti i presenti si è subito stampato “un solco lungo il viso come una specie di sorriso”.
Flaviano Bosco / instArt 2026 ©