Fior delle Bolge:

Federico Galvani: fisarmonica

Luca Zuliani Violoncello

Alan Liberale percussioni

voce, parole, opere e omissioni di Angelo Floramo

A furor di popolo ha avuto una replica invernale udinese“Io sono moltitudine”, lo spettacolo di e con Angelo Floramo in collaborazione con la band Fior delle Bolge scritto appositamente per il festival estivo del Litorale (FESTIL).

La pièce è stata pensata per leggere la città di Gorizia e la sua storia in chiave internazionale, in modo, se non inedito, almeno inusuale, fuori dal solito becero nazionalismo che per decenni l’ha vista solamente come la sentinella dell’italianità, medaglia d’oro della Grande Guerra oppure confine con la Yugo (benzina, sigarette e cevapcici) come alcuni nel ventre molle del Friuli continuano a dire a più di trent’anni dalla fine della federazione.

I musicisti di Fior delle Bolge che spesso accompagnano le performance attoriali di Floramo sono stati anche questa volta evocativi e atmosferici, permettendo al pubblico di immaginare altri tempi e altri spazi sulle strade dell’est:”Dicono storie di principesse, chiuse in castelli per troppa bellezza, fiori di loto, giardini stupendi…”

Gorizia, lo sappiamo bene, per decenni è vissuta in un increscioso sospeso silenzio da parte dell’autorità regionale e nazionale che ne ha sfruttato le tragiche ricorrenze per gli alzabandiera in favore di telecamere e i selfie sugli scaloni di pietra del sacrario con passaggio acrobatico delle Frecce Tricolori, niente di più.

Alcune voci intercettate all’uscita del teatro: “Guarda che ti ho vista con la testa abbassata e gli occhi sbarrati, ti sei fatta una grande dormita”, “Non ci posso fare niente a me Floramo fa questo effetto. La sua voce morbida e paciosa è per me come una ninnanana o un Tavor. Anche a casa quando non riesco a dormire, mi metto in cuffia qualche sua registrazione, è molto meglio che contare le pecorelle”.

Credo non ci possa essere nessuna maggiore attestazione di stima da parte del pubblico che questo scambio di battute tra due azzimate signore udinesi dopo la replica di “Io sono moltitudine”.

L’intellettuale friulano è diventato anche per il grande pubblico una figura amichevole e familiare quasi come il “Teddy Roosevelt” Brewster di “Arsenico e vecchi merletti” di Frank Capra (1944), il vecchio zio matto, tanto innocuo quanto simpatico che suona la carica con la tromba incitando le sue truppe immaginarie alla conquista del “Monte Panama” la vetta più alta del suo salotto.

Con tutto il rispetto, molti non fanno quasi più caso a quello che dice davvero. La sua, in realtà, continua ad essere una voce fuori dal coro, una voce nel deserto e il significato dei suoi sforzi è di altissimo valore.

L’analfabetismo funzionale e una malcelata sicumera impediscono a molti di superare l’effetto battuta dei meravigliosi artifici retorici di Floramo. Ridere fa bene al cuore, ma solo se manteniamo collegato il cervello.

A proposito di cervelli all’ammasso sentiamo cosa diceva il presidente Roosevelt, quello vero, anche per capire le radici autenticamente democratiche dell’Occidente che a Gorizia si dovrebbero magnificare: “Io non arrivo al punto di pensare che gli unici indiani buoni siano gli indiani morti, ma credo che nove su dieci lo siano e non dovrei indagare troppo a fondo sul decimo”.(Christopher Cerf, The expert speak, New York, Villard, 1998, pag 304)

L’opera di Floramo, tra ironia e giaculatorie, celebra Nova Gorica + Gorizia 2025 capitale della cultura europea e dopo una prima sold out lo scorso agosto, si è resa necessaria una nuova replica altrettanto esaurita alla sala Bergamas di Gradisca d’Isonzo.

L’identità europea e anglosassone d’Occidente si è conglomerata e nutrita per secoli dei miti dell’individuo e del soggetto, “pensare ed essere” sono i limiti dell’orizzonte nel quale si è esercitata la sua ragione, dalla Maieutica socratica fino al cogito cartesiano in una continua adorazione/genuflessione davanti al motore immobile, allo spirito creatore, sia esso di origine divina sia molto più che concreto, reale e principio di materia.

In linea di massima la razionalità, il logos sono sempre stati espressione di una violenza e di una volontà di reprimere e sottomettere gli altri popoli. Il suo mito inizia con una città in fiamme presa con l’inganno del cavallo e continua ad alimentare quell’incendio nel corso dei secoli fino ai giorni nostri quando le bombe al fosforo illuminano sinistramente le notti delle città di Palestina, Ucraina, Venezuela, Nigeria e molte altre.

L’Occidente tende a dimenticare il suo debito culturale verso l’Oriente sconfinato così come lo sono i suoi tesori materiali e spirituali.

La storia di Gorizia, del suo confine e della sua città gemella al di là della Cortina di ferro è paradigmatica in questo senso.

Giusto per restare alla prima Guerra Mondiale, le crudeli insensate battaglie che la videro protagonista possono essere riassunte nei versi di una famosa canzone:

La mattina del cinque di agosto / si muovevano le truppe italiane / per Gorizia, le terre lontane / e dolente ognun si partì.

Sotto l’acqua che cadeva a rovescio / grandinavano le palle nemiche; / su quei monti, colline e gran valli / si moriva dicendo così:O Gorizia, tu sei maledetta / per ogni cuore che sente coscienza; / dolorosa ci fu la partenza / e il ritorno per molti non fu.O vigliacchi che voi ve ne state / con le mogli sui letti di lana, / schernitori di noi carne umana, / questa guerra ci insegna a punir. Voi chiamate il campo d’onore / questa terra di là dei confini; / qui si muore gridando: assassini! / maledetti sarete un dì

Cara moglie, che tu non mi senti / raccomando ai compagni vicini / di tenermi da conto i bambini, / che io muoio col suo nome nel cuor. Traditori signori ufficiali / che la guerra l’avete voluta, / scannatori di carne venduta, / e rovina della gioventù.
O Gorizia, tu sei maledetta / per ogni cuore che sente coscienza; / dolorosa ci fu la partenza / e il ritorno per molti non fu.

I musicisti di Fior delle Bolge, mentre si maledice la città, intonano in sottofondo le dolci note di un valzer della lontananza e della nostalgia che la fisarmonica spinge ai limiti di un’atmosfera spessa e cupa.

Gorizia ancora oggi mostra le sue antiche cicatrici che sono solo un tratto di quelle che sfregiano tutta l’Europa. Le scudisciate che la storia ha inferto a Sarajevo, Danzica, Leopoli, Cracovia, Praga, Budapest, Vienna, Lubiana sono ben visibili con le loro suppurazioni in riva all’Isonzo, punto d’incrocio di cammini, marce e navigazioni assolutamente straordinario.

A Gorizia certe cose sembrano non cambiare mai, nonostante il monte Sabotino sia ben visibile con la sua brulla desolazione a eterno monito, con i suoi 250000 assassinati della VI battaglia dell’Isonzo. Benito Mussolini è ancora cittadino onorario della città che ogni anno celebra i crudeli macellai reduci della X flottiglia Mas accompagnati dai militanti di Casa Pound, con tanto di corona di fiori sotto una lapide in ricordo dei dipendenti municipali deportati nel 1945 ad opera dell’esercito di Tito.

Da qui alla galleria Bombi che diventa DAG Digital Art Gallery per soli 9 milioni di euro e un “vantaggioso” costo di gestione di soli 315000 euro annui, è tutto un mistero.

Tra il pubblico del teatro si aggira un omino curioso con il suo camicione giallo fastidio, trascinando la sua pesante valigia e una sedia, si sistema sul palcoscenico come fosse la sala d’aspetto della stazione Transalpina di Gorizia, un luogo bizzarro quant’altri mai; stazione ferroviaria tra le più stravaganti, metà della quale appartiene al cosiddetto Occidente e metà a quel percorso lunghissimo che s’insinua fino all’Asia più remota per fermarsi solamente a Vladivostock.

Come ogni stazione anche quella goriziana è porta dimensionale tra i mondi senza alcuna differenza tra reale e immaginario, senza limiti di spazio o di ragione, senza confini, ed è proprio così che la intende quell’omino sotto il cui impermeabile giallo si nasconde quel friulano errante che conosciamo come Angelo Floramo.

La vecchia cortina di ferro, ormai divelta, divideva le due parti della città, oggi l’hanno sostituita centinaia di alte barriere semovibili di luccicante filo spinato; se un tempo il pericolo era l’Agente Arancione e il Comunismo, oggi sono i poveracci che migrano alla ricerca di una speranza.

Anche per questo: “Gorizia tu sei maledetta, quando ti lasci attraversare indifferente, incurante e distratta dalla marea umana dei migranti che cercano speranza e trovano il campo di concentramento di Gradisca d’Isonzo; sei maledetta, come tutti noi, quando pensiamo solamente alle tragedie del nostro passato mentre a Gaza muore straziato con migliaia di bambini fatti a pezzi dalle granate, il principio stesso d’umanità.”

Cos’è Gorizia? E’ un sogno fluttuante, per coloro che hanno piante dei piedi ma non hanno radici, erranti che non hanno niente e non lo desiderano nemmeno.

Ad un certo punto dello spettacolo, il nostro viaggiatore dalla camicia giallo gelosia, in attesa della sua coincidenza naturalmente in ritardo, decide di scendere in città lungo via Rastrello, storicamente autentica linea di confine e spartiacque, da una parte la città, dall’altra i campi. Da una parte i borghesi mercanti e nobili, dall’altra il resto che storicamente sono contadini friulani e sloveni.

Il profumo del pane dai forni e dalle rivendite e quello del caffè dalle mescite, uniti al vociare degli artigiani e dei loro garzoni sembra spandersi nella sala del teatro, mandando in estasi le papille gustative dei presenti e la loro immaginazione.

Gorizia è una rosa fatta di radicchio croccante che raccoglie sotto il tetto del suo mercato coperto mille voci e mille accenti, un tempio straordinario della cultura che ha ancora il gusto dell’orto, del pollame, della verdura e del pesce.

Floramo con passo sicuro ci conduce verso la Valle delle Rose (Rosa Dolina, Val Rosandra), storditi da quell’afrore precipitiamo in un vortice di spettri travolti dalla Guerra Fredda, l’invasione dell’Ungheria, le guerre jugoslave, Srebrenica e il bombardamento di Belgrado, un osceno tritacarne che ha divorato generazioni presenti e future.

Gorizia e la sua frontiera sono state per decenni il laboratorio di quella malattia endemica che si chiama “confine”, linea immaginaria presente solamente nelle menti malate di chi pensa di sbarazzarsi dei propri fratelli e della propria umanità costruendo un muro.

Come ogni città mitteleuropea che si rispetti anche quella sulle rive dell’Isonzo ha il proprio castello medievale fasullo ricostruito come quinta scenografica dopo la Grande Guerra. E’ così anche a Salisburgo e a Praga, quest’ultimo raccontato da Angelo Maria Ripellino in “Praga Magica”. Per semplice associazione di idee viene in mente Bohumil Hrabal e il castello di libri nella sua solitudine troppo rumorosa. Metafora spaventosa e feroce è quella contenuta ne “Il Castello” di Franz Kafka (Kafka in Iddish vuol dire Corvo): “Noi da bruchi non diventeremo farfalle ma scarafaggi e cervi volanti. Al di là della porta della giustizia non c’è assolutamente niente per noi se non il silenzio di dio.”

“Continuò dunque il cammino, ma era un cammino assai lungo. La strada infatti, cioè la strada principale del paese, non conduceva alla collina del Castello, ma soltanto nelle vicinanze, poi, come deliberatamente descriveva una curva e sebbene non si allontanasse dal Castello non gli si avvicinava neppure…” (1979, p.51)

Per chi sa guardare, dagli spalti del castello di Gorizia si vedono o si possono immaginare le vigne, quelle stesse cresciute per volere del Patriarca che nel 1200 regalò il fossato per la loro coltivazione. Nel 1548 la farmacopea ufficiale goriziana vantava le virtù mediche della grappa, l’acquavite che da sempre consola, guarisce e ripara la memoria.

A proposito, spesso ci si dimentica che la grappa, il brandy e altri superalcolici di sintesi facevano parte integrante della razione alimentare del soldato della Grande Guerra, spesso solo stordendosi con l’alcool potevano sopportare le mostruse bestialità del fronte.

Floramo accende un toscano, una marlboro si consuma in poco tempo e le suggestioni sono ancora tante, la frontiera non finisce mai è un continuo incontro di culture, esperienze ed emozioni ed è anche, come diceva Ungaretti, un Allegria di naufragi, un luogo dove la risacca si porta di tutto e lo consuma, lo trasforma e leviga fino a renderlo irriconoscibile, diverso, Altro.

La nostra società “democratica” e il nostro sistema economico, al contrario, vogliono omologare qualunque cosa, renderla compatibile con i mezzi di produzione, di vendita e di consumo al motto di “produci, consuma, crepa”. La nostra cosiddetta libertà ha il sapore iperglicemico della CocaCola, la libertà consunta dell’occidente corrotto e crudele.

E allora ci sta un bel: “Vaffanculo” apotropaico e liberatorio a tutti quelli che ci vogliono incatenati al nostro truogolo con lo sguardo basso e il muso ficcato nella broda (consumistica, informatica, digitale, ideologica) che ci vogliono far trangugiare a forza.

L’omino con la blusa giallo itterizia si è finalmente offeso e stufato di essere preso in giro da chi parla a vanvera di unità europea e poi da anni richiude i confini che ci avevano messo decenni ad essere schiantati, proprio come quelli che separano Gorizia dal resto del mondo, presidiati dall’esercito italiano in armi in questo anno da capitale della cultura europea.

E’ proprio per questo che vale la pena fermarsi, restare, testimoniare con la propria presenza il dissenso, la differenza e la distanza.

“Gente come me non prende mai il treno, sono destinato a perdere, io sono tutte le persone che ho incontrato, io non sono nessuno, io sono moltitudine.”

Sperando non se ne abbia troppo a male includo in questa mia recensione alcune pubbliche considerazioni espresse via social da un operatore culturale che negli ultimi anni ha fatto di più dell’intera operazione città della cultura go 2025. Mauro Daltin è un intellettuale, editore e scrittore tra i più sensibili del nostro territorio, insieme all’amico fraterno Angelo Floramo hanno costruito simbolici ponti, strade e arcobaleni che hanno ridato alla cultura del nostro territorio quell’apertura che molti vorrebbero negare nella nazionalistica preservazione di un’identità che muore se non si confronta con le altre e se non sa riconoscere la moltitudine nella propria unità.

E si chiude l’anno di Nova Gorica-Gorizia (un po’ in sordina, non trovate?) che viene salutato come un grande successo (non poteva essere altrimenti. Non ho mai sentito un comunicato finale di un grande o piccolo evento che dicesse il contrario). Oltre al boom turistico (ci mancherebbe che non ci fosse stato) la vera misura di quello che è stato fatto e di come sia stato fatto la si vedrà fra tre quattro anni quando, fuori dall’evento e dalla sua coda si capirà veramente se il 2025 è stata la base per costruire qualcosa di solido oppure si è ridotto ai grandi eventi e al picco durante l’anno fatidico.

Se fra quattro anni una persona arriverà a Gorizia e vedrà i musei aperti, ci saranno iniziative internazionali, visite guidate, respirerà un tessuto culturale vivo, realmente transfrontaliero, allora sarà stato un successo. Se le buone pratiche messe in atto in questo tempo avranno prodotto un processo vero, avranno creato un ponte reale, allora sì che sarà stata sfruttata a pieno questa opportunità. Al contrario, purtroppo sarà stata un’occasione mancata.

Certo, alcune occasioni simboliche (nemmeno tanto simboliche a dire la verità), in una terra contesa come questa, e con i propositi che una capitale transfrontaliera offriva secondo me sono già state perse. Aver confermato la cittadinanza onoraria a Mussolini, conferita dalla città di Gorizia nel 1924, così come aver ancora una volta accolto la delegazione della XMas in Comune, ecco diciamo che, proprio visto che cosa ha combinato il fascismo (banalmente considerava inferiore la razza slovena) in quella terra, potevano essere segnali forti e decisi di mettersi alle spalle un passato divisivo.

Poi, aver vissuto l’anno della capitale europea della cultura con un confine tra i due stati militarizzato è a dir poco un controsenso. Si parla di abbattimento di confini e da tre anni ci sono i militari a presidiarli senza giustificato motivo. Poi va bene, la galleria Bombi e il blob cromatico e sonoro del super artista mondiale ha fatto numeri da capogiro. Ma usciti da quella galleria, cosa rimane? Oltre al giramento di testa, nella galleria che unisce Italia e Slovenia, quindi simbolo di tutto, un turista cosa capisce? Cosa si porta a casa?”

E se non bastasse questo siamo già quasi pronti per Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027, altro giro altra corsa.

Flaviano Bosco / instArt 2026 ©