Nel cuore silenzioso della pianura friulana, San Vito al Tagliamento si rivela, da oltre vent’anni, molto più di una cittadina addormentata sulla riva del proprio fiume. È un crocevia inatteso di visioni, suoni e tensioni contemporanee, un luogo dove le stratificazioni storiche dialogano con le urgenze del presente. Qui, tra le mura antiche e gli echi medievali dell’Antico Ospedale della Confraternita dei Battuti — rifugio per pellegrini fin dal Medioevo — prende vita uno dei gioielli più preziosi del panorama musicale italiano: San Vito Jazz.
Sotto la direzione appassionata e rigorosa del dinamitardo Flavio Massarutto, la rassegna ha costruito negli anni una propria singolare cartografia nella musica d’arte contemporanea, portando sul piccolo palcoscenico del suo Teatro artisti capaci di ridefinire i confini del jazz. Scorrerne i cartelloni significa attraversare un atlante vivente del jazz più avanzato, da William Parker alle nuove generazioni che ne raccolgono l’eredità. L’antico Teatro Arrigoni (XVIII sec), scrigno raccolto e vibrante, e l’Auditorium Comunale sono così diventati nel corso degli anni luoghi di rivelazione: spazi in cui il suono si fa esperienza intima e collettiva insieme.
È in questo contesto che si inserisce il concerto sanvitese del sassofonista afroamericano James Brandon Lewis, tappa conclusiva del suo tour europeo. Un ritorno al trio — forma archetipica e insieme laboratorio radicale nella storia del jazz — che richiama inevitabilmente le esplorazioni di Sonny Rollins, capace negli anni cinquanta di trasformare l’assenza dell’armonia in un campo aperto di possibilità o le combustioni spirituali di John Coltrane, per cui «la musica è un mezzo per elevare la coscienza».
Accanto a Lewis, il bassista Josh Werner e il batterista Warren “Trae” Crudup III danno vita a un organismo sonoro compatto e mutevole. Il progetto ruota attorno a Apple Cores (2025), album ispirato agli scritti di Amiri Baraka, figura chiave della cultura afroamericana. Baraka, nel suo fondamentale Blues People, scriveva che «il jazz è la musica dell’esperienza afroamericana», un’affermazione che ancora oggi risuona come una chiave di lettura imprescindibile.
Dopo le presentazioni e i ringraziamenti di rito da parte del sindaco e del direttore artistico il festival è entrato nel vivo con un concerto davvero ammaliante. L’attacco è stato immediato, quasi rituale: il sax di Lewis si è levato con un suono lirico, imperioso, profondamente umano, con un tono solenne che è sembrato da profeta biblico o da pastore che recita il proprio sermone.
Intorno a lui, basso e batteria costruiscono un magma sonoro ipnotico, un bordone che pulsa come materia viva. È una musica che non concede appigli facili, ma invita all’esperienza immersiva. Il linguaggio è quello personale del musicista, che lui stesso definisce “Molecular Systematic Music”: frammenti sonori che si aggregano e si disgregano, generando continue scintille di energia.
Nel corso del concerto, la materia musicale si espande e si contrae, respira attraversando territori che vanno dal free jazz più ruvido e urbano a momenti di sospensione/esitazione liturgici e spirituali. Si intuiscono precisamente le sue fonti d’ispirazione e modelli come sussurri lontani: la profondità interpretativa di Dexter Gordon, ma anche la rivoluzionaria ortodossia di Ornette Coleman, che nel 1959 al Five Spot di New York, scardinò le gerarchie del jazz tradizionale e le invocazioni sonore di Albert Ayler, per il quale «la musica è la forza guaritrice dell’universo».
Non è difficile cogliere, nei fraseggi di Lewis, anche la tensione cosmica di Interstellar Space, il testamento spirituale di John Coltrane. Suggestioni che sgorgano impetuose come da una sorgente creativa che intercetta nel proprio flusso le profondità della tradizione musicale afroamericana e l’afrofuturismo del mondo a venire. Straordinaria in questo senso la intro per solo sassofono ieratica e immaginifica tanto da sembrare una vera e propria ouverture con tanto di temi, citazioni e melodie popolari (Over the Rainbow) inglobate in un unico poema sinfonico con momenti ben distinti.
Il trio dal perfetto interplay sembrava inseguirsi con ogni elemento perfettamente consapevole della direzione verso la quale guidare le proprie emozioni in musica. Il basso elettrico di Werner, radicato in una sensibilità che guarda anche all’avant-rock e al post-punk, costruisce linee scabre ed essenziali che si ripetono presentando reiterazioni minimal; mentre Crudup esprime un percussionismo più meditato e perfino contratto sotto l’influsso di ritmiche elettroniche spesso estranee al canone jazzistico ma non per questo meno efficaci.
Eppure, ciò che accade sul palco va oltre la dimensione musicale. In una città che oggi riflette le contraddizioni del presente, tra memoria storica, trasformazioni sociali e nuove architetture come il nascente istituto penitenziario, il concerto assume i contorni di un gesto simbolico. Un atto quasi apotropaico, una pratica sonora capace di esorcizzare tensioni e restituire senso; un’azione psicomagica alla Jodorovskij per scongiurare un demone che potebbe dilaniarci. In fondo, come ricordava Miles Davis, «non suonare ciò che c’è, suona ciò che non c’è»: ed è proprio in questo spazio invisibile che il jazz continua a reinventarsi.
La musica di Brandon Lewis è sembrata scongiurare, allontanare anche solo per un momento il terribile sospetto che aleggia tetro da qualche mese sui probi e onesti cittadini sanvitesi. Stando alle cronache, è probabile che alcuni di loro, nei primi anni ’90, abbiano partecipato a quell’abominio che una documentata inchiesta giornalistica e l’omonimo documentario a cura di Miran Zupanič hanno denominato macabramente: “Sarajevo Safari”. In sintesi, alcuni italiani durante l’assedio della città bosniaca avrebbero pagato per poter fare i cecchini contro la popolazione inerme.
Vale la pena di riportare alcune dichiarazioni alla stampa a riguardo del direttore artistico di San Vito Jazz:
Cecchino a Sarajevo, l’angoscia di un sanvitese: “Ero in Bosnia durante il conflitto, un’esperienza che ti segna per tutta la vita” “Una notizia devastante”
“Apprendere oggi che una persona che vive nel mio stesso paese andava a sparare per divertimento in Bosnia è stato per me devastante” ha dichiarato Flavio Massarutto. È una zona che conosce molto bene. Non solo per i ricordi piacevoli della sua infanzia, ma anche per un’esperienza toccante che si intreccia con l’orrore della guerra civile. Negli anni ‘90 è stato tra i volontari inviati a portare aiuti a un campo profughi. Una missione che è riemersa con l’inchiesta che sta portando alla luce un ulteriore lato oscuro di quel conflitto. “Abbiamo chiesto a molte persone di mettere a disposizione dei beni di prima necessità da mandare a Posušje, a pochi chilometri oltre il confine tra la Croazia e la Bosnia”, rivela Massarutto. “Con il traghetto siamo andati da Rijeka fino a Spalato. E da qui ci siamo diretti verso questo campo profughi gestito dagli italiani, dalla Croce Rossa e dal consorzio italiano di solidarietà (ICS) sotto la giurisdizione il controllo dei caschi blu inglesi”.
https://www.pordenonetoday.it/cronaca/cecchino-sarajevo-racconto-sanvitese.html
Il Jazz, in questa prospettiva e contesto, torna alla sua essenza più profonda: linguaggio di resistenza, spazio di libertà, esercizio di comunità. Da Louis Armstrong, che ne ha codificato il lessico primario, fino alle avanguardie più radicali, questa musica ha sempre raccontato una storia di trasformazione e sopravvivenza. James Brandon Lewis si inserisce pienamente in questa traiettoria, raccogliendone l’eredità e proiettandola nel presente. Il sassofonista di Buffalo, con la sua voce potente e riconoscibile, si conferma tra i protagonisti più vitali di questa traiettoria. La sua musica non si limita a essere ascoltata: attraversa, interroga, trasforma.
Prima di lasciare i suoi attoniti e deliziati spettatori, Brandon Lewis ha esortato tutti a sostenere i musicisti, la musica dal vivo e a non far vincere le macchine AI che devono essere solamente utili strumenti per la nostra creatività e non i “masticatori dei nostri cadaveri”.
Come in una canzone dei Pink Floyd:
Welcome my son
Welcome to the machine
What did you dream?
It’s alright we told you what to dream
You dreamed of a big star
He played a mean guitar
He always ate in the Steak Bar
He loved to drive in his Jaguar
So welcome to the machine
Quando le ultime note si sono dissolte nel silenzio del teatro, resta la sensazione di aver partecipato a qualcosa di più di un concerto. Un’esperienza che, come le pietre antiche di San Vito, continua a risuonare ben oltre il tempo dell’esecuzione, eco lontana di una storia che non smette di interrogare il nostro presente.
Flaviano Bosco / instArt 2026 ©