Sexto’ n Plugged  resta un appuntamento importante per coloro i quali vogliono uscire dal noioso mainstream musicale friulano, denso di eventi oscillanti tra becera nostalgia e concerti nazional popolari. L’edizione 2026 non ha offerto nomi roboanti di richiamo, ma ha scandagliato il sottobosco musicale, anche italiano, in cerca di spunti d’interesse, proponendo artisti non banali e legati da un filo comune che un tempo si sarebbe chiamato indipendenza. Ad aprire nella serata del 2 luglio nella splendida cornice di Piazza Castello i britannici These New Puritans, ensemble guidato dai gemelli Jack e George Barnett, accompagnati nell’occasione da due batteristi/tastieristi.

La composizione particolare della band ha dato al suono un’impronta percussiva ed a tratti solenne, grazie alle svisate di un organo chiesastico che si inseriva tra il cantato di Jack e le modulazioni tribali delle due batterie. Mentre sul palco si diffondevano le note di Waiting i quattro hanno iniziato con Bells, manifesto programmatico dell’ultimo album Crooked Wing , con piano, tubular bells e glockenspiel  che dialogano in attesa del cantato di un Jack Bennet che con cappello d’ordinanza. Una camminata notturna sui tetti ( per chi conosce i Blue Nile) molto suggestiva, che sfuma in una Infinity Vibraphones  che inizia placida, ma diventa solenne e quasi minacciosa. Il tratto distintivo del concerto del quartetto è proprio questo: suoni classici ed elettronici uniti in un intensa ed avvolgente miscela. Jack Bennett canta come fosse un incrocio tra Tom Waits ed Andy Eldtritch, mentre il fratello dirige la band con le sue tastiere. Il sound da etereo prende pieghe industrial come in A Season in Hell, dove le percussioni marziali sono interrotte da cori, organi chiesastici e synth impazziti.

Un vero capolavoro. Wild Fields segue lo stesso canone con il suo ritmo fratturato, mentre We Want War annichilisce con le due batterie a dialogare su un tappeto di tastiere quasi orientale; il finale tribale pietrifica il pubblico presente. La band inglese ingloba musica classica, elettronica industriale e dark wave in maniera veramente sublime.L’intensa ora di concerto termina con il giro di tastiera di Organ Eternal che si perpetua in Piazza Castello, lasciando  sul palco  il solo George Barnett chino sui Synth a salutare il pubblico. A seguire i Wu Lyf ,mancuniani aspiranti al trono che fu di illustri concittadini come Smiths, Stone Roses o addirittura Joy Division. Ve detto che in base a quanto abbiamo visto nella serata di giovedì 2 Luglio l’incoronazione appare molto lontana: il gruppo suona bene e sembra aver assorbito la lunga assenza dovuta allo scioglimento della passata decade, ma dimostra un songwriting abbastanza scontato ed uno scarso appeal dal vivo nonostante gli sforzi del frontman    ( tutt’altro che carismatico, va detto). L’impressione è che il gruppo abbia i mezzi ma non riesca a definire uno stile riconoscibile, passando da ballate classiche a ritmi grunge quasi sabbathiani, indice di una non chiara personalità o forse di una fase interlocutoria che l’esperienza aiuterà ad oltrepassare. Se sono rose … La serata di sabato 4 luglio ha offerto un maggior richiamo vista la maggior affluenza di un pubblico vario in termini di età e con una bella varietà di inclinazioni musicali da Aphex Twin ai Butthole Surfers, passando per gli Offlaga Disco Pax. Hanno aperto la calda serata i nostrani Joycut, gruppo dall’esperienza più che ventennale e con un’intensa attività live e discografica che ha portato a diversi riconoscimenti da personaggi come sua maestà Eno o a mister Robert Smith tra gli altri. Sul palco di Sesto al Reghena si è evidenziata la matrice ritmica, ormai consolidato marchio di fabbrica, caratterizzata dalla doppia batteria ( una tribale e l’altra industriale) mentre le tastiere del frontman Pasquale Pezzillo vanno dai viaggi cosmici floydyani alle atmosfere eteree ambientali. Ad accompagnarli un basso potente che aggiunge aromi post punk all’impasto sonoro. Gli ingredienti erano quelli giusti per il pubblico di Sexto ‘N Plugged ( a meno che non ci fosse qualche fan di Cremonini infiltrato), ma a mio parere al gruppo manca quel quid necessario per fare il salto di qualità. Le lunghe cavalcate elettriche /elettroniche sono avvolgenti e ben suonate, non si può non avvertire un senso di già sentito che appesantisce l’ascolto. La voce di Pezzillo poi non convince appieno, forse un altro/a vocalist risolverebbe qualche problema. Segue l’artista di maggior richiamo dell’edizione 2026: Herr Sascha Ring in arte Apparat, attivo da più di un quarto di secolo con aggeggi elettronici ai quali nel tempo ha aggiunto strumentazioni più tradizionali, in una continua ricerca di aggiornare il canone pop in forme più nuove. A Sexto ‘N Plugged si è presentato con una band di quattro polistrumentisti che si sono destreggiati tra tastiere, chitarre percussioni, violini, tromboni e viole, scambiandosi spesso gli strumenti. Apparat, rispetto al progetto più fisico Moderat, vede Ring in una veste più riflessiva, che però esplode ( o implode ?) generando suoni che ammaliano creando i contrasti Techno- Chill Out dal cui ambiente il musicista tedesco proviene. Una buona parte del set di sabato 4 luglio è tratto dal recente A Hum Of Maybe,con tanto di piacevoli sconfinamenti nella musica classica e nel pop di scuola tedesca ( Notwist, Lali Puna etc. ). Il concerto di Apparat è quindi un compendio di mezzo secolo di musica, con partenza dal rock tedesco anni settanta ( Can, Neu!), new wave, elettronica varia e piste da ballo di inizio millennio. Il tuttofrullato con grazia e stile impeccabile. Dal vivo la band spacca, alternando momenti intimi accompagnati dalle cantilene del frontman a intense cavalcate sonore nelle quali si prendono la scena le rasoiate dei synth o viole e violini impazziti. Si inizia con la tenue Glimmertime, per passare ad una Ash/Black Veil piena di saliscendi dettati da archi e piano, per giungere ad una rarefatta Williamsburg, mentre Dawan aggiunge crepitii elettrici ad un corpo musicale acustico. Altrove rasoiate di sintetizzatori scuotono la notte di Sesto al Reghena, riportando indietro le lancette alla Sheffield degli anni ottanta. Uno show impeccabile, che abbina rigore ed intensità e che certifica le scelte di una rassegna musicale che non delude mai.

© Daniele Paolitti per instart
© foto di G, Copetti