
Recensione a cura di Stefano Simonato
Un cantautore ingiustamente dimenticato o poco conosciuto viene celebrato, a vent’anni dalla scomparsa, con un cofanetto che recupera alcuni lavori da tempo, o addirittura mai, ristampati su cd. Sergio Endrigo – BMG Collection è un box al solito spartano (a esser buoni…) nella tradizione BMG: sei cd in sei custodie di cartone, riproducenti le buste dei vinili (ma solo la copertina, non il retro con le note, purtroppo), senza booklet o altro. Ma tant’è, facciamo comunque un plauso alla meritoria ristampa di questi album “perduti”.
Il primo album, Sergio Endrigo (1962) contiene i primi successi, canzoni indimenticabili come io che amo solo te o aria di neve, ma anche la meno nota il soldato di Napoleone, da una poesia di Pasolini. L’atmosfera è quella dei primi sessanta, ma i testi tradiscono una voglia di dire qualcosa di nuovo, di meno melenso rispetto alle canzonette del periodo (evidente già da alcuni titoli quali la brava gente o la periferia), la voglia di parlare della gioventù nella vecchia balera e delle gioie della vita e del sesso come nella più famosa viva Maddalena. Nel cofanetto troviamo anche l’album successivo, Endrigo (1963), ancora musicato da Bacalov e ancora – visti i tempi – pieno di canzoni d’amore leggere, seppur con una vena melanconica che contribuirà a etichettare Endrigo come cantante triste. Ma il cantautore non rinuncia mai a un tocco di impegno, ecco allora i principi in vacanza (con gli operai che intorbidano il mare ai ricchi…), la guerra e, dopo Pasolini, mette in musica un altro poeta, il cubano Jose Martì con la rosa bianca.
Il cofanetto, bisogna dire, salta a piè pari il periodo forse migliore e più conosciuto (ma appunto per questo già ristampato) di fine anni Sessanta inizi Settanta, quando con canzone per te (1968) Sergio Endrigo vince il festival di Sanremo, e poi pubblica il capolavoro La vita, amico, è l’arte dell’incontro (1969) composto e cantato con Vinicius de Moraes e con la partecipazione di Toquinho e la voce abrasiva di Giuseppe Ungaretti che legge le poesie di Moraes, tradotte in italiano da Ungaretti stesso. L’album contiene, tra gli altri, il famoso brano la casa (in via dei matti numero zero…) che ha poi contribuito con alcuni lavori successivi a etichettare Endrigo come cantante dei bambini: il riferimento è ovviamente a L’arca (1972) con la popolare il pappagallo e soprattutto a Ci vuole un fiore (1974), dove Endrigo e Bacalov musicano testi di Gianni Rodari, probabilmente il miglior album per bambini mai pubblicato in Italia.
Il terzo album del cofanetto è – finalmente – La voce dell’uomo (1974), che contiene nelle mie notti, al centro vent’anni dopo della polemica con Bacalov, la cui colonna sonora per il film “Il postino”, premiata con l’Oscar, assomiglia misteriosamente al brano composto da Endrigo: la causa si concluderà con una beffa, un riconoscimento non riconosciuto, come ricorda amaramente anche la figlia Claudia nel suo bel libro Sergio Endrigo, mio padre l’artista gentiluomo, e l’etichetta di autore sfortunato qua ci può anche stare. L’album è, comunque, anche una bella riscoperta, con alcuni arrangiamenti che risentono del clima musicale del periodo (un paio ricordano De Gregori, collega molto apprezzato da Endrigo), ma soprattutto con alcune canzoni molto belle come la title track la voce dell’uomo, o la desolata gli uomini soli o ancora l’esilarante lei non si vende per denaro.
L’album presentato di seguito, Endrigo dieci anni dopo (1975) è una raccolta di vecchi successi reincisi con nuovi arrangiamenti, ma è il successivo che ci fa balzare sulla sedia. Canzoni venete (1976) è un album in vernacolo –in anticipo sui tempi – cui partecipa anche Mia Martini, collega alla quale Endrigo si sentiva umanamente vicino. L’albume contiene filastrocche, ninnenanne, stornelli della tradizione della costa e dell’entroterra veneto e zone limitrofe (escursioni in Lombardia e Friuli), arrangiate da Gianfranco Lombardi: alcune piuttosto note – almeno a chi ha passato il mezzo secolo di età… – come el merlo (ga perso el beco…), che bele tetine che g’ha la Marianna (la va in campagna…), me compare Giacometo o fa la nana bel bambin o ancora la dona grassa (no la vojo no) diventato poi negli anni “bandiera nera no la vojo no”. Ma ci sono anche testi più seri, come in tutte le tradizioni folcloristiche, dagli elusivi e allusivi riferimenti al sesso in el ben che te vojo (in meso ala spagna / in meso al strafojo / el ben che te vojo / nessuni lo sa…), alle canzoni drammatiche come la toccante Cecilia, interpretata insieme a Mia Martini che si dimostra cantante di gran classe e versatilità, in grado di emozionare anche con canzoni tradizionali venete.
La carriera di Endrigo prosegue poi con un po’ di anni e album trascurati, da Sarebbe bello (1977) dove c’è la nostalgica madame guitar, a Donna mal d’Africa (1978), da E noi amiamoci (1981), l’album con Trieste, a Mari del Sud (1982) famoso anche per la copertina di Hugo Pratt. L’ultimo album presentato nel cofanetto è E allora balliamo (1986) contenente canzone italiana, presentata quell’anno a Sanremo. L’album sconta, purtroppo, un paio di arrangiamenti veramente brutti (addirittura batteria elettronica e tastieroni anni Ottanta), ma ci sono brani molto intensi e riusciti come pesci rossi o una cosa buffa, con i testi scritti dalla moglie Maria Giulia Bartolocci sotto lo pseudonimo Plumrose. La già citata canzone italiana, invece, ha il testo scritto da Claudio Mattone, in pieno stile nazional popolare che andava molto a Sanremo in quegli anni. Ma quell’ultima partecipazione al festival della canzone è, disgraziatamente, l’inizio di un calvario per Endrigo: proprio prima di entrare in scena viene colto da un deficit uditivo, dovuto forse allo stress, che ne compromette la performance, ma soprattutto la carriera successiva, facendolo etichettare come cantante sordo e stonato. Il mondo dello spettacolo non perdona, incurante dell’angoscia che prova l’artista per una sindrome del genere, e il cantautore di Pola viene ostracizzato dalle case discografiche, pur continuando a fare spettacoli dal vivo. Riesce, comunque, a pubblicare altri due album con etichette minori, Il giardino di Giovanni (1988) e Qualcosa di meglio (1993) mai più ristampati.
Nel 1995 pubblica un romanzo, Quanto mi dai se mi sparo? nel quale racconta il losco showbusiness all’italiana, un’amara riflessione su un mondo e un’epoca che sente lontani dalla sua etica basata su integrità e onestà. Con l’amorevole aiuto della figlia Claudia, chiude la carriera con Altre emozioni (2003), dove è evidente e commovente la difficoltà di cantare ancora quelle canzoni così importanti per la sua vita e per la musica italiana. C’è anche un ultimo album, Cjantant Endrigo dut par furlan (2005) dove reinterpreta in friulano alcuni suoi successi, insieme a vari artisti friulani. Confidiamo, allora, che anche questi altri album mai ristampati vengano recuperati dall’oblio e possano risuonare nelle nostre case, insozzate ormai da un pattume musicale che la gentilezza e il garbo delle canzoni di Sergio Endrigo saprebbero almeno in parte nascondere. La figlia Claudia lo ha descritto come artista gentiluomo: è l’etichetta giusta per descrivere questo autore in cui delicatezza e crudo realismo riescono a coesistere, autore che ha sempre mostrato una dirittura morale e una correttezza di fronte a sé stesso e agli altri tanto che molti lo hanno raccontato come gentiluomo e noi senz’altro vogliamo contribuire a farlo conoscere definitivamente come artista.
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