
Dopo aver sciolto i Pink Floyd, Roger Waters non ha smesso di percorrere il suo sentiero, impegnato e impegnativo, per guidarci verso un mondo più giusto. Impegnato perché non ha mai smesso di prendere posizione a favore dei più deboli, impegnativo perché ha sempre pagato in prima persona le sue scelte (come i concerti cancellati per apologia di nazismo e antisemitismo, solo perché ha parlato in difesa del popolo palestinese massacrato a Gaza). Ne ripercorriamo la carriera post Pink Floyd attraverso gli spettacoli dal vivo, al suo punto più alto con la recente pubblicazione di This is not a drill.
A metà anni ’80, mentre i Pink Floyd rientravano sulle scene con A momentary lapse of reason e successivo tour mondiale da record, Waters pubblicava l’album Radio kaos, un flop sul mercato, seguito da un tour di altrettanto scarso successo, non documentato se non su qualche bootleg (facilmente reperibile ancora oggi un concerto in Canada): gli spettacoli vertevano su molte hit dei Pink Floyd e qualche brano del recente album.
Nel 1990, caduto il muro di Berlino, prepara la megaproduzione di The wall, a Postdamer Platz, con moltissimi ospiti e un successo in mondovisione che lo riporta agli onori della cronaca. Così nel 1992 pubblica Amused to death cui segue un tour che verrà poi documentato su In the flesh -live nel 2000. E’ un po’ più grezzo e immediato rispetto allo show di Berlino: Waters ha una sua band, suona molto il basso e la chitarra acustica e presenta molte hit dei Floyd e brani da tutti e tre i suoi album solisti. Un (bel) concerto, senza tanti fronzoli, tanto che l’uscita in dvd è un’edizione speciale, di per sé è il cd musicale il vero “prodotto”.
Nel 2015, dopo aver (ri)portato in tour The wall, con un livello di spettacolarità nuovamente degno dei Pink Floyd, pubblica Roger Waters: the wall, un film che riprende buona parte dello spettacolo dal vivo, ma le canzoni ora fanno quasi da intercalare al viaggio del protagonista: fisicamente fino al cimitero di Montecassino, dove è sepolto il padre morto ad Anzio durante la seconda guerra mondiale, interiormente fino a percepire il dolore per la scomparsa del padre come percezione del dolore di tutte le persone che hanno perso qualcuno: alla rabbia gridata di The wall fanno da contraltare le lacrime e le parole sussurrate della sofferenza e della perdita.
Torna in tour nel 2017-18 e pubblica nel 2020 Us + them, dove si può sentire e vedere lo spettacolare concerto dal forte impatto grafico e scenografico. C’è molta musica anche senza testi (le strumentali one of these days e the great gig in the sky), ma è in questa tournee che Waters comincia a esternare maggiormente i suoi pensieri, il suo pacifismo, il suo senso di umanità, che innervano tutto lo show. Dopo le “solite” hit dei Floyd, il concerto diventa un discorso politico. Riprendendo il suo recente abum Is this the life we really want?, Waters urla tutta la sua indignazione per un mondo che, appunto, non è quello che veramente vogliamo. In deja vu (if I had been god…), si vedono le impressionanti immagini di uccisioni fatte dai droni, le nuove frontiere della guerra (if I were a drone…). In picture that, Waters si scaglia direttamente contro i potenti (picture a leader with no fucking brain…) come a suo tempo con l’album Animals nella qui riproposta pigs (ah ah charade you are… you’re nearly a laugh / but you’re really a cry…): sembrano entrambe scritte per Trump, ma mentre la prima probabilmente lo è davvero, almeno in parte – siamo negli anni della sua prima elezione, la seconda è del 1977 ed è sciaguratamente attuale. Segnalo another brick in the wall, la hit delle hit per i Pink Floyd, con il coro di ragazzi che si presentano incappucciati e con la tuta arancione (a ricordare la scandalosa base di Guantanamo): la tuta riporta sulla schiena Maggie’s farm – evidente omaggio a Bob Dylan – e alla fine i ragazzi se la tolgono (I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more…) mostrando la t-shirt con scritto “resist”, la parola simbolo del tour.
A concludere questo crescendo, nel 2022 e 2023 Roger Waters è tornato on the road per quello che ha definito il suo primo tour d’addio (first farewell tour): al di là dell’ironia britannica, l’età fa pensare che non ci sarà un seguito. Lo show è stato filmato e, come da qualche anno ormai (una buona abitudine), è uscito nelle sale cinematografiche e poi su supporto fisico, col titolo This is not a drill (questa non è un’esercitazione). Lo spettacolo riporta molto di quanto già visto nel precedente tour (anche se il palco è centrale e con un grande schermo a croce, visibile da tutti i posti dei palazzetti) e anche le canzoni più o meno sono quelle, dalle hit dei Pink Floyd a quelle prese dagli album solisti, ormai conosciute da tutto l’affezionato pubblico. Ma si capisce subito che non è proprio la stessa cosa: la voce registrata di Waters avverte in anticipo che “se siete tra quelli che mi piacciono i Pink Floyd ma non sopporto le posizioni di Roger, potete andarvene affan…”, senza mezzi termini, e subito attacca una versione lenta e spettrale di comfortably numb, senza assoli di chitarra! Del resto, lo spettacolo è dichiaratamente dedicato “ai nostri fratelli e sorelle di tutto il mondo impegnati nella battaglia esistenziale per l’anima dell’umanità”. E Waters spesso si siede al pianoforte e “declama” le sue canzoni più che cantarle, come the powers that be durante la quale appaiono appunto i potenti della terra etichettati come “war criminal”. C’è un brano inedito, la intensa the bar, dove è bello ritrovarsi e parlare e condividere e confrontarsi… Waters presenta il brano, nel quale una nativa americana si imbatte in una homeless di colore, la conforta e la porta a scaldarsi appunto dentro il bar: le immagini negli schermi, intanto, ci mostrano la marcia dei Lakota Sioux per i loro diritti calpestati e per difendere la loro terra. Ma tutto il concerto, come detto, è un alternarsi di emozioni: quelle delle immortali canzoni del bassista di Cambridge, quelle delle immagini spesso scioccanti o strazianti che scorrono negli schermi, quelle dei monologhi a volte rabbiosi a volte dolorosi con i quali Roger Waters ci parla della sua visione del mondo e della sua vita privata (e di come le due cose siano inevitabilmente collegate). Ci parla del padre morto in guerra, del fratello scomparso da poco al quale era molto legato, della sua amicizia con l’altro fondatore dei Pink Floyd Syd Barrett. E la sua narrazione è un continuo intrecciarsi tra il dolore del mondo e il dolore personale, in un tentativo di compartecipazione, di propagazione della pietas, affinchè tutti possano “sentire” quello che sente lui, e cercare di impegnarsi per un’umanità migliore, perché “assenza” è una cosa che ci fa paura, ma spesso non ce ne rendiamo conto e dobbiamo farlo, dobbiamo capirlo prima. Ce lo espone nella mai come adesso centrale wish you were here, dove ricordando Syd, ma anche il fratello e il padre, tre “assenze” diverse e dovute e motivi diversi, ci esorta a non perdere tempo e farci parte attiva del cambiamento, perchè “quando perdi qualcuno che ami, capisci che questa non è un’esercitazione”.
© Stefano Simonato per instArt