Roberto Gatto (batteria) Pietro Tonolo (sax tenore) Alessandro Presti (tromba) Alfonso Santimone (piano) Gabriele Evangelista (Contrabbasso)

Per recensire la bella serata udinese di Musica, Amore e Jazz dedicata all’incontro tra le musiche di Miles Davis e John Coltrane, si è scelto di fare ricorso ad una metafora ornitologica che potrebbe sembrare del tutto fuori luogo, ma che, se il magnanimo lettore avrà la bontà e la pazienza di arrivare fino in fondo a queste modeste riflessioni, svelerà i propri arcani misteri, altrimenti siamo sicuri che saprà perdonarci almeno per questa volta.

Per gli appassionati, i veri “ragazzi scimmia del jazz”, il tema relativo al mondo dei volatili evoca immediatamente suggestioni e profonde emozioni. Il jazz come lo concepiamo oggi scaturisce per una buona parte dalla genialità di Miles Davis e John Coltrane che vi hanno impresso un marchio indelebile facendo propria un’intera tradizione, riscrivendola secondo la loro inarrivabile sensibilità tanto da aprirle tutti i futuri possibili.

A prova di questo è ben noto che Miles Davis sarebbe andato poco lontano come musicista se, mentre da giovanissimo studiava alla prestigiosa Julliard School di New York, non avesse incontrato Charlie Parker, artista estremo in ogni sua espressione fino alla totale autodistruttività, il suo soprannome era “Bird” lo sappiamo bene anche da un fantastico omonimo film che Clint Eastwood gli dedicò.

“Ornithology” è uno dei brani che gli diedero fama imperitura, uno standard bebop inarrivabile, registrato il 28 marzo 1946 con alla tromba il giovanissimo Miles che non aveva ancora compiuto vent’anni, anche lui proiettato nell’empireo della musica afroamericana, grazie anche al patrocinio di Dizzy Gillespie.

John Coltrane quell’anno stava ancora terminando il servizio militare alle Hawaii come clarinettista della banda militare della Marina; dopo una lunga gavetta, passato al sax tenore, cominciò a collaborare con Davis solo nel 1955 nel suo primo quintetto che nel giro di due anni rivoluzionò in modo radicale il jazz.

Con la nostra iperbolica similitudine inseguiamo ora come fosse una musica il volo di un particolarissimo uccello americano:

“Il mimo poliglotto o mimo settentrionale (Mimus polyglottos) detto anche tordo beffeggiatore è un uccello passeriforme della famiglia dei Mimidi, diffuso in America Settentrionale e Centrale. Il nomignolo di tordo beffeggiatore deriva dalle notevolissime capacità vocali del maschio che gli permettono di imitare sia canti di altri uccelli, sia versi di altri animali, sia molti dei suoni che sente. Le imitazioni non sono perfette, ma sono ben riconoscibili. Oltre ciò emette sempre nuovi versi originali, come funzione di richiamo sessuale, anche se continua ad imitare molti dei suoni che sente anche quando è accoppiato, perchè la femmina non smette di valutare, ascoltando il canto, sia lo stato di salute e di capacità del maschio sia il suo controllo del territorio” (fonte Wikipedia)

La sera del concerto del Roberto Gatto 4et, la sala del Palamostre era gremita di un pubblico fatto per la maggior parte di giornalisti e musicisti per un nuovo prestigioso appuntamento di Note Nuove, la rassegna invernale con la quale Euritmica continua a nutrire il proprio pubblico di emozioni in musica senza dimenticare la solidarietà e una certa militanza che da sempre caratterizza, nobilita e distingue l’associazione del subcomandante Giancarlo Velliscig.

L’occasione appariva ghiotta da più di una prospettiva. Prima di tutto il centenario dalla nascita di due tra i più grandi musicisti in assoluto della storia: Miles Davis e John Coltrane. Per quanto il jazz sappia sempre rigenerarsi e trovare nuovi stimoli, la musica che i due artisti hanno saputo donarci resta insuperabile e feconda; il loro genio ha traguardato il nostro tempo e ci aspetta nel futuro.

In secondo luogo, la formazione sul palcoscenico garantiva sulla carta uno spettacolo all’altezza di ogni aspettativa. Roberto Gatto può vantare una carriera artistica di dieci lustri, dal rock progressivo al jazz, fino a collaborazioni con i grandi autori della canzone italiana e alle colonne sonore per il cinema con un’intensa attività concertistica e centinaia di incisioni.

Pietro Tonolo dai primi anni ’70 del secolo scorso è una colonna del jazz e della musica d’arte italiana, ha affiancato i più grandi musicisti ed ensemble. Di assoluto valore anche gli altri componenti della band. Alessandro Presti alla tromba, in particolare, è da lodare per aver garantito con il suo strumento un’esecuzione non pedissequa allo stile e inimitabile timbro di Davis, cercando per quanto possibile, un suono proprio. Evangelista ha nelle corde del proprio contrabbasso una ritmica solida ed energica. Santimone è un pianista attento, mai sopra le righe che sa farsi valere garantendo un supporto robusto ai propri pards.

Insomma, le aspettative erano decisamente alte, il pubblico del Palamostre ben disposto, i presupposti erano tutti più che positivi per godersi una splendida serata di musica.

Eppure qualcosa è sembrato non funzionare al meglio. Il gruppo ha suonato perfettamente dal punto di vista tecnico, ma non è riuscito ad esprimere quel calore e quei suoni “colorati” così indispensabili per la musica del primo e del secondo Quintetto di Davis e delle esperienze mistiche di Coltrane.

Come ha dichiarato dal palcoscenico lo stesso batterista Gatto, leader del progetto, un po’ per schernirsi, un po’ per giustificare qualche imperfezione esecutiva: “i brani di Davis e Coltrane sono difficili”. Sembra un ovvietà, ma non lo è per niente. E la difficoltà non sta tanto nei riff attorno ai quali sono costruite le improvvisazioni; le accelerazioni poliritmiche, i forsennati assolo degli ottoni, le strambate acide e psichedeliche, ma nella forza di esprimere emozioni dirette e slegate da tecnicismi e virtuosismi verticali.

Niente di più complicato che accostare i due massimi innovatori del jazz mescolando le loro poetiche così diverse, con sonorità e stili che almeno da quando Coltrane abbandonò il quintetto di Miles si sono sviluppate in antitesi.

Il sassofonista seguiva una tortuosa “Salita al Monte Ventoso”, una via mistica che attraverso la musica conducesse tra meditazione e ascesi, ai siderali spazi interstellari del silenzio e del Nulla; mentre Davis più legato al mondo materiale seguiva il proprio istinto e la propria passione per le atmosfere luciferine e un suo urbano tribalismo. Davis era un pugile che, agile e flessuoso, danzava sul ring, sfidando beffardo il proprio avversario a colpirlo, tra il sudore e il sangue; Coltrane era un asceta che, vestendo la tunica bianca della purificazione, innalzava la propria preghiera di lode al Supremo e superno Amore.

Tenendo conto di tutto questo, l’ensemble di Roberto Gatto al Palamostre di Udine è sembrato privo del necessario rodaggio, quel comune afflato così necessario per evocare la “Black Magik” che innerva l’opera di Davis e Coltrane ed è la cifra più arcana della loro poetica.

Certamente, la band, apparsa piuttosto legata nell’approccio interpretativo, saprà farsi valere nel prossimo futuro lungo il corso del tour. Per ora l’esecuzione è apparsa non ancora all’altezza delle splendide e indiscutibili capacità.

“Quando decisi di mollare la Juilliard nell’autunno del 1945, lo dissi per primo a Freddie Webster. Freddie era un bel tipo, un duro. Mi disse che dovevo chiamare mio padre e dirglielo, prima di farlo…

Presi un treno e tornai a East St. Louis, entrai nel suo ufficio sul quale troneggiava la scritta “Non disturbare”. Naturalmente fu colpito nel vedermi, ma era un tipo piuttosto freddo in certe cose. Si limitò a dirmi: “Miles, che cosa cazzo stai facendo qui?”

Io risposi: “Senti, papà, c’è qualcosa che sta succedendo su a New York. La musica sta cambiando, anche gli stili, e io voglio seguirli con Bird e Diz. Sono tornato per dirti che sto mollando la Julliard perchè quello che mi stanno insegnando è bianco e non mi interessa”

“Okay” disse, fin tanto che sai quello che stai facendo va tutto bene. Una cosa soltanto; qualsiasi cosa tu faccia falla bene.

Dopodichè mi disse qualcosa che non dimenticherò mai: “Miles senti questo uccello fuori della finestra? È un mimo. Non ha una sua sonorità. Copia il suono di tutti gli altri e tu davvero non vuoi fare questo. Tu vuoi essere te stesso, avere la tua sonorità. Questo è quello di cui stiamo parlando. Così, non essere niente altro se non te stesso. Tu sai quello che devi fare e io ho fiducia nel tuo giudizio. Non ti preoccupare.”

Scaletta: Straigh Street – Eleven, Little One, Tout de Suite- Hand jive, Sun star (drum solo) A Love supreme-Naima-Stuma, Sorcerer, So what-Impression, Directions, Satellite (Giant Steps)

Fotografie di Ingrid Wight

Flaviano Bosco / instArt 2026 ©

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