A pochi giorni dall’ebrezza di Jazz & Wine of Peace, l’ass. Controtempo è ripartita con un’altra avventura a Sacile con la 17° edizione de il Volo del Jazz. A far decollare la rassegna lo straordinario concerto di Theo Croker, trombettista newyorkese con il suo nuovo progetto Hip Hop afrofuturista.

Nella triste età della pandemia, nell’anno in cui Dune, la fantastica saga di Frank Herbert approda al cinema con le sue astronavi e le sue suggestioni retro futuriste proiettate in un domani del tutto remoto e smisurato, un nero araldo dei mondi a venire, sui crinali del tempo, suona la settima tromba annunciando che qualcosa è definitivamente cambiato restando, nella buona sostanza, quello che è sempre stato.

Certo si può pensare che siano solo frasi ad effetto, un po’ giochi di parole, brick a brack giornalistico tra “volevamo stupirvi con effetti speciali” e “ho visto cose che voi umani…” ma si tratta di tutt’altro che un pizzico di spezia per rendere più sapido il sapore della solita recensione.

Bisogna stare bene attenti a non sottovalutare la portata del lavoro di Theo Croker e dei suoi discepoli e quello che significa per il jazz contemporaneo. Ad una prima impressione può apparire come scontato easy listening ma con un minimo sforzo d’attenzione ci sorprende con la sua originalità e la sua prospettiva diagonale attraverso i generi che integra e supera in un nuovo orizzonte sonoro in cui sembra di galleggiare cullati da suoni e vibrazioni di un altro tempo dilatato e nel medesimo istante contratto. Se ci si lascia rapire dal richiamo del trombettista newyorkese non si tarda a comprenderne la grandezza e la seduzione

La storia di Croker parte da molto lontano, da prima della sua nascita quando il nonno Doc Cheatham calcava i palcoscenici delle note blu insieme a Cab Calloway, Chick Webb, Benny Carter e molti altri contribuendo a definire la fisionomia della musica afroamericana nel dopoguerra.

Come spesso accade, anche in questo caso, la musica e la creatività sono una questione di famiglia. Ma Croker non si è certo accontentato di onorare semplicemente l’eredità ricevuta ma si è spinto molto più avanti, in particolare con questo suo ultimo progetto che con un gioco di parole cinematografico potremmo definire proiettato “Back to the future” (Indietro nel futuro).

Lo spettacolo di Sacile è stato paradigmatico per quanto riguarda lo stato dell’arte attuale nel mainstream della musica jazz propriamente detta.

Un tappeto di suoni elettronici e uccellini che cantano in un bosco, tanto per cominciare, in un’atmosfera psichedelica e progressiva con evidenti riferimenti ad una certa mistica alla Sun Ra e al Miles Davis di Bitches Brew; ritmi e venature acid jazz per un sound molto morbido e notturno, scintillante, setosa, una vampa e scivola nella notte.

È un sound brillante di una luce soffusa ma ugualmente pervasiva. Croker è molto lontano dai furori rivoluzionari del free jazz o dell’avanguardia degli anni ‘60 che combatteva contro tutto e tutti con la violenza inaudita di impasti sonori rabbiosi e militanti. Ma le sue idee sono perfettamente in linea con quel movimento che nella riscoperta delle culture di derivazione africana ha sempre voluto “semplicemente” uguaglianza nei diritti, libertà d’espressione e fraternità militante.

Per questo anche se in alcuni momenti il tono di Croker e le sonorità del suo progetto sembrano morbide e spensierate non dobbiamo dimenticarci che il suo è, soprattutto, un preciso progetto politico-musicale perseguito con profonda abnegazione. Non si pensi neppure per un momento che si tratti solamente di una questione di marketing che sfrutta l’onda lunga del movimento “Black lives matter”. Il progetto BLK2LIFE//A Future Past ha solide radici nella tradizione culturale della musica afroamericana e Croker ne incarna lo spirito dei tempi. Di seguito alcune sue corpose dichiarazioni che ne rivelano la filosofia e gli intenti.

In principio, l’universo nacque da un buco nero. Tutto viene dalla nerità (Blackness). Il nero è tutti i colori. Tutto viene dal nero. Nero è la combinazione di tutti i colori. Per questo, tutte le culture sono piene di questa ricca nerità. Non è una questione razziale; riguarda la comprensione e l’accettazione del fatto che non è a causa di un nuovo fenomeno culturale o di una nuova scienza che noi rivendichiamo le nostre origini, tradizioni, e cultura per un futuro migliore. Dichiaro solennemente con cognizione di causa: “Posso essere un artista prima di essere un artista nero. Posso essere un musicista, creativo e produttore senza categoria…”

In BLK2LIFE si racconta il viaggio di un eroe dimenticato attraverso l’autocoscienza fino alle origini universali della nerità. E’ una celebrazione sonica delle origini africane, è un’ultimativa rivendicazione identitaria e culturale.” “Il nostro eroe riceve un messaggio dai propri antenati attraverso la meditazione che lo spinge nella propria missione di aumentare le vibrazioni planetarie attraverso la musica che definisce i confini del gender e libera la cultura dall’inesorabile mercificazione e la gentrificazione commerciale.” Qualunque cosa voglia dire, dopo il concerto dello Zancanaro di Sacile gli crediamo sulla parola.

Riconosciuto che non è sempre necessario capire tutto per godere della buona musica, sono stati 13 gli indimenticabili brani più un’estemporanea improvvisazione che l’ensemble ha eseguito sulle assi dello Zancanaro di Sacile incantando il pubblico che è stato dapprima sconcertato con suoni e proiezioni dovute al sound and visual designer di decisa ispirazione psichedelica e poi accordo dopo accordo completamente conquistato da una proposta che mette assieme la consapevolezza nera, le culture contemporanee della musica jazz senza confini di stile e una sana volontà di intrattenere il pubblico con uno spettacolo coinvolgente e comprensibile anche senza tante elucubrazioni. La grandezza della musica afroamericana sta anche nella sua immediatezza, nel suo saper essere felina e aggraziata anche quando vuole mordere e lacerare.

Croker, insieme al suo gruppo, non è mai ipervirtuosistico con la sua tromba che, pur sfruttando a fondo tutte le diavolerie elettroniche possibili, regala sonorità sempre smooth and mellow e, anche se alcune suggestioni rimandano al Miles Davis della fine degli anni ‘60, il suo suono rimane diametralmente opposto a quello dello sciamano elettrico e sfacciatamente Neo-Soul.

Mike King straordinario al piano e alle tastiere ha intessuto trame di suoni languidi e lisergici senza mai essere invadente e forse avrebbe meritato più spazio.

In compenso si è fatta sentire parecchio, fino al parossismo, la sezione ritmica con Shekwaga Ode alla batteria che disponeva tra gli altri “aggeggi” di uno scenografico piatto a spirale (Zildjian 18” Spiral Trash) dal suono particolarissimo che arricchiva il suo lavoro sulle pelli anche perché utilizzato con grande parsimonia.

Croker stesso durante il concerto, per sottolineare alcuni momenti, dava un singolo colpo di bacchetta ad un’acuta cowbell in modo del tutto estemporaneo tanto da spezzare per un istante l’amalgama sonoro e l’armonia tra gli strumenti. Un gesto prezioso apparentemente semplice ma dal significato quasi liturgico.

Eric Wheeler al basso ha dimostrato tutta la sua versatilità passando imperturbabile dallo slapping più forsennato all’accompagnamento acustico più vellutato e introspettivo com’è tipico dei bassisti di nuova generazione che sono compiutamente poli-strumentisti.

Dopo il bis, Everybody Loves the Sunshine del pianista Hip Hop Kiefer con il quale il trombettista collabora, Croker ha fatto alzare a tutto il pubblico la mano destra per legarlo solennemente ad una promessa di pace e di amore universale. Sono quei giuramenti che non pesa fare nella speranza che qualcuno si ricordi di mantenerli.

Prima del punto finale un doveroso ricordo per Claudio Corrà, grande esperto di jazz e fondatore del Circolo Controtempo che ha deciso di superarci per precederci nel futuro. Punto.

Flaviano Bosco © instArt

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