Tempi duri per gli audiofili, questi ultimi anni… La fruizione della musica in formati digitali compressi ha fatto perdere un bel po’ del concetto stesso di “musica”. Ormai non si ascoltano più gli album (album??? Cosa sono?), ma quasi nemmeno più le canzoni, bensì dei frammenti di canzone, di solito i primi o un facile ritornello, e il tutto ormai con livelli di compressione dei dati che fanno perdere la percezione non dico delle sfumature, ma persino del normale suono degli strumenti, agglutinando il tutto in un pastone bituminoso nel quale una chitarra può sembrare un sax o viceversa (e questo se ci sono veramente una chitarra e un sax e non le aberranti emissioni dell’intellighenzia artificiale…). Tutto questo sfogo è per introdurre il fatto che dall’altro lato della medaglia ci sono, viceversa, delle elaborazioni quasi maniacali del “suono” che in certi casi riportano alla luce antichi tesori, in altri tolgono la polvere a tesori così nascosti che non sapevamo nemmeno lo fossero, in altri ancora reinventano la luce che illumina la bigiotteria per farci credere che si tratta di tesori: stiamo parlando, ovviamente, dei maghi del remaster.

Per i neofiti, butto là due nozioni tecniche (non me ne vogliano gli esperti): remaster significa riprendere la registrazione dal supporto originale, magari analogico come nel caso dei vecchi vinili, e trasformarlo digitalmente, con frequenze di campionamento sempre “migliori” dal CD al SACD ai vari mix in Dolby surround 5.1 (quando si parla di remix, però, si parla anche di “toccare” le varie componenti della registrazione, non semplicemente di “ripulire” la registrazione originale): ad esempio un buon remaster toglie il fruscio e/o i rumori di fondo, toglie le sibilanti dal canto, può migliorare la dinamica (i volumi) e l’equalizzazione (equilibrio) dei brani, mentre un remix può rimuovere, aggiungere o cambiare anche singole parti (strumenti, campionamenti, suoni).

Se avete capito, almeno a grandi linee, di cosa stiamo parlando, potete aprire il portamonete (tante monete…) ed entrare nel mondo fatato dove alcuni dei dischi che ascoltate fin da bambini non sembrano più gli stessi. Dal rock al jazz alla musica classica, molti artisti hanno scelto o subito queste “manomissioni”: qui prendiamo come esempio generale la recente ristampa di Pink Floyd live at Pompei, uscita anche nelle sale come pellicola e poi disponibile in cd e dvd/blue ray.

Intanto c’è da dire che i Pink Floyd hanno fatto da sempre del suono, del sound, un elemento peculiare della loro musica: tutti sanno che il master di Dark side of the moon (produzione tecnica di Alan Parson) è stato ed è ancora spesso usato come tester per gli impianti audio, ma anche negli anni precedenti la ricerca della sonorità particolare era fondamentale per il gruppo. Questo ha portato a una pletora di ristampe e remaster per essere sempre al passo coi tempi e anche un po’ più avanti. Tutto il catalogo è stato ristampato in cd negli anni 90, poi rimasterizzato nel 2011 e 2016 (molto bene), e fino al 2000 si trovavano anche gli Original Master Recording, riportati su cd con lamina d’oro, veramente eccellenti. Poi sono arrivati i mix in Dolby surround 5.1, donando una piacevole sensazione spaziale e immersiva all’ascolto dei dischi, benchè quest’ultima sensazione sia sembrata a molti non così genuina. E proprio da questa mancanza di genuinità cominciano i problemi. Ad esempio, quando è stato il turno di A momentary lapse of reason (nativo digitale), è stato scelto di ripubblicarne anche una versione remixata senza molte delle sovraincisioni del disco originale, un po’ come il Let it be Naked dei Beatles: questo ha comportato ad esempio una presenza più marcata della batteria (senza le molte percussioni aggiunte) che rende sì giustizia al lavoro di Mason e al suono un po’ più grezzo e immediato del gruppo in studio, ma alla fine tutte quelle sovraincisioni erano anche quello che – all’epoca – hanno reso quell’album “pinkfloydiano”… Insomma, ci abituiamo ad ascoltare certe cose e se lo facciamo per anni (decenni…) è poi difficile ascoltare qualcosa che “è quello, ma è diverso”. Discorso simile il remix di Animals (originale analogico) fatto da James Guthrie nel 2018: tutto risulta più squillante, maggiori dettagli nel suono delle chitarre, maggior volume al suono delle tastiere, la batteria non risulta più ovattata, e però… però la batteria ovattata e le tastiere più basse hanno reso Animals quello che è, il disco “punk” dei Floyd (uscito nel ’77, coglieva a suo modo lo zeitgeist, lo spirito dell’epoca) e amato anche per questo. Certo, il lavoro di remaster è ben fatto (ancora meglio la versione Dolby Atmos, che aggiunge la dimensione verticale dell’altezza ai 360° del surround), ma alla fine togliere la patina del tempo a volte porta troppo nitore anche dove (forse) stava bene un po’ di oscurità.

Ma terminiamo con Live at Pompei, cui ha messo mano sua sonorità Steven Wilson. Premetto che ho ascoltato tutto quanto in cd, in blu ray, in cuffia, senza cuffia, in auto… per avere sensazioni complete. Live at Pompei è del 1972, registrato in analogico per il film e addirittura non pubblicato all’epoca, anche se il bootleg è circolato da subito e tutti lo avevano, quindi un disco che si ascolta veramente da decenni, con una sua aura sacrale che ne fa un totem per chi ama i Floyd del primo periodo. E qui interviene Wilson. Ma stavolta, a partire dalla visione al cinema, non credevo alle mie orecchie. Chitarre leggermente compresse con un suono (finalmente) dinamico e non a coprire tutto, voci (finalmente) perfettamente equilibrate (sentire Gilmour e Wright su echoes), tastiere e pianoforte di cui (finalmente) si percepiscono le singole note, batteria (finalmente) estremamente definita (si sentano i piatti su a saucerful of secrets o la grancassa su set the controls for the heart of the sun) tanto che vengono ancor più evidenziati anche un paio di errori di Mason – era pur sempre un live e glieli perdoniamo. Il tutto senza perdere, questo è il mio parere, lo spirito e la genuinità della registrazione originale, ma enfatizzando proprio i particolari che uno sperava di sentire con maggior chiarezza e lasciando intatta l’atmosfera magica tipica del periodo. Un lavoro veramente impressionante che stavolta mi vede rendere omaggio all’audiofollia di Wilson e soci, sempre alla ricerca della pietra filosofale in ambito sonoro, ma che a volte, come in questo caso, prendono una gemma già unica e ci restituiscono un diamante con mille splendenti sfaccettature, dove la luce (il suono) passa e si rifrange in un arcobaleno di sfumature diverse. Ed è lì, dove audiofilia e audiofollia si incontrano, che è bello stare in ascolto… 

© Stefano Simonato per instArt