Grado, 23/07/2021 – Grado Jazz 2021 – Arena Parco delle Rose – HUUN-HUUR-TU musiche tradizionali di Tuva e Mongolia – Kaigal-ool Khovalyg, voce e igil / Chanzy Radik Tyulyush, voce e byzaanchi, khomuz, amarga / Sayan Bapa, voce, doshpuluur, marinhuur, chitarre acustiche / Alexey Saryglar, voce, tungur, dazhaaning khavy – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2021

Sorprendente serata all’insegna della spiritualità sciamanica asiatica tra tradizione e futuro a Grado Jazz 2021.

La rassegna a cura di Udin&Jazz di Euritmica che sta per concludere un edizione memorabile che ha visto la partecipazione di acclamate superstar della musica colta internazionale (Dee Dee Bridgewater, Brad Mehldau) e splendide giovani promesse (Mirko Cisilino) ha voluto regalare al proprio pubblico un’altra serata indimenticabile tutta all’insegna della musica asiatica tra ricerca spirituale ancestrale e bastioni dei suoni a venire.

Negli ultimi tre decenni, non è mai mancata agli organizzatori la voglia di mettersi in gioco proponendo incontri con sonorità davvero insolite e perfino estreme lontanissime da quelle delle vie commerciali più scontate che certo riempono il borsello di qualche promoter ma che non costruiscono niente a livello culturale e sociale e, alla lunga, avvelenano l’anima.

Il Jazz nasce direttamente nelle stive delle navi negriere con gli africani che, per vincere la paura, cantavano e poi nelle piantagioni dei Caraibi e del sud degli Stati Uniti è sempre stato un grido di nostalgia per la libertà perduta. Da quei campi di lavoro e dai Ghetti afroamericani oggi il Jazz comprende tutte le culture ed è aperto ad ogni contaminazione e influenza sempre a patto però di mantenere le sue istanze sociali di uguaglianza, di fratellanza tra i popoli e di libertà.

Facile dirlo sulla carta o con i buoni propositi. Fare esperienza dell’altro vuol dire prima di tutto ascoltarlo, porre attenzione alla lingua, alla cultura e al modo di esprimerla non solo nelle cose facili ma anche in quelle spiazzanti che ci destabilizzano e ci mettono in discussione. In un mondo nel quale per un amministratore pubblico è legittima difesa sparare a bruciapelo al cuore di un ubriaco molesto stigmatizzandolo per essere pregiudicato e marocchino, mettersi in ascolto dell’altro è virtù rivoluzionaria imprescindibile.

Con questi due concerti della penultima serata, il festiva ci mette di fronte se non proprio all’inaudito, per lo meno all’insolito, preparandoci all’incontro con il mondo nuovo contaminato,

Grado, 23/07/2021 – Grado Jazz 2021 – Arena Parco delle Rose – HUUN-HUUR-TU musiche tradizionali di Tuva e Mongolia – Kaigal-ool Khovalyg, voce e igil / Chanzy Radik Tyulyush, voce e byzaanchi, khomuz, amarga / Sayan Bapa, voce, doshpuluur, marinhuur, chitarre acustiche / Alexey Saryglar, voce, tungur, dazhaaning khavy – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2021

Ore 19,30 Huun-Huur-Tu, Nel 1975 usciva il fantastico Dersu Uzala – il piccolo uomo delle grandi pianure di Akira Kurosawa che narra la storia vera dell’incontro tra un cacciatore nomade nativo e un ufficiale dell’esercito imperiale russo nella taiga siberiana. Era la prima volta che sugli schermi occidentali si parlava della cultura mongolo siberiana, della loro particolare forma di sciamanesimo e della bellezza misteriosa di quei luoghi.

Dal 1993 gli Huun-Huur-Tu, quartetto di musicisti della Repubblica di Tuva, porta sui palcoscenici del mondo le musiche della tradizione siberiana intrise di animismo e di un rapporto con la natura del tutto particolare. Il loro successo in questi quasi trent’anni di concerti e incisioni è stato via via più importante e internazionale. Suonano brani tradizionali con strumenti tipici, cordofoni, flauti, percussioni ma soprattutto possiedono un dono di natura che è solo delle loro genti e che non ha paragoni in altre culture musicali: il canto armonico o di gola (Throat singing)

E’ un particolarissimo uso strumentale delle corde vocali e delle risonanze orofaringee che permette loro di intonare ipertoni, diplofonie, triplofonie e flautofonie.

Come spiegato durante il concerto, una medesima emissione vocale contiene più note di ottave diverse con un effetto che per la nostra cultura musicale è spiazzante fino a generare veri e propri stati d’ansia. E’ un canto e una musica che scavano dentro l’anima facendo riaffiorare sensazioni ancestrali, remoti ricordi della nostra vita di natura prima di diventare stanziali pecore chiuse nei recinti delle nostre città. Una realtà musicale tutta friulana “Gli autostoppisti del magico sentiero” in un loro recente progetto discografico hanno riflettuto in musica proprio su questo argomento. Lo studioso Angelo Floramo li ha aiutati a decifrare i vagabondaggi in Mongolia di Bruce Chatwin nel cd “Sovrapposizione di Antropologia e Zootecnia” di straordinario interesse.

Tradizionalmente il canto più gutturale e metallico appartiene agli anziani e si collega con la tradizione più arcaica, quello più melodioso e flautato ai giovani ed è l’energia vitale germinativa. Al pubblico italiano più attento non sarà sfuggito che queste tecniche vocali sono quelle che hanno fatto la storia del rock progressivo italiano. Il compianto Demetrio Stratos era uno dei pochi occidentali a possedere quel talento grandissimo. Gli Area international popolar group ringraziano ancora e anche tutti i loro fans.

Il primo brano del concerto di Grado era dedicato al ricordo dei loro antenati da cui viene tutta la loro forza e la loro cultura. Molto interessante la spiegazione dell’origine “animale” della loro musica. I popoli nomadi come loro vivono a stretto contatto con gli elementi naturali e con gli animali dei loro branchi o greggi. La musica riproduce i suoni della loro quotidianità. In un brano dedicato alla vita con i cavalli, il percussionista utilizza un vero zoccolo per riprodurre l’allegro trotto dell’animale mentre un altro simula con la voce i nitriti.

I loro brani sono fatti anche di storie di meravigliose principesse perdute e di cammellieri con la nostalgia del Lontano come dicevano i trovatori provenzali. Ancora, parlano di pace e di solidarietà. A volte le loro canzoni che sanno di vento, di sconfinate steppe e di sudore di cavalcature fanno venire in mente il country western più arcaico con i cow boys nella prateria che suonano il banjo e cantano alla luna dei loro amori perduti o le carovane dei pionieri. In fondo, sul globo terrestre il Far West e il Far East finiscono per toccarsi.

Grado, 23/07/2021 – Grado Jazz 2021 – TIGRAN HAMASYAN TRIO “THE CALL WITHIN” – Tigran Hamasyan, piano, synth, vocals / Evan Marien, double bass / Arthur Hnatek, drums – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2021

ore 21,30 Tigran Hamasyan trio “The Call Within” Tigran Hamasiyan (piano, synth, voce) Evan Marien (basso a sei corde) Arthur Hnatek (batteria). Il pianista armeno è uno dei talenti più incredibili e fecondi della scena della musica colta planetaria, la sua musica non ha eguali e la sua creatività lo spinge letteralmente in ogni direzione. Le sue incisioni dal 2009 spaziano tra la musica tradizionale armena, il Jazz Rock progressivo, l’elettronica più spinta, la musica melodica più romanticheggiante, l’ambient, il Noise e via di seguito. Ogni lavoro è sconvolgente per introspezione e capacità espressive, il suo tocco sulla tastiera sa essere delicato e dolcissimo ma anche devastante ed esplosivo, indecifrabile e pensoso oppure sguaiato e volgare con nel mezzo tutte le sfumature del caso; qualche volta tutto insieme nel medesimo brano.

L’impazienza del pubblico del Parco delle rose era incontenibile nei momenti immediatamente precedenti l’esibizione e lui non si è fatto attendere presentando integralmente o quasi il suo ultimo lavoro “The Call Within” violento ed esoterico che lo vede ritornare ad uno sperimentalismo radicale come nei suoi primi rivoluzionari esordi.

Il primo brano è l’entrata verso un mondo di sogni per niente pacificato. Un suono di spinetta o di piccolo organo portativo generato dall’elettronica evoca l’interno di una piccola chiesetta nell’ombra di un’estate in mezzo ad una campagna vuota, come nel film Nostalghia di Tarkovskij. Mentre cerchiamo di orientarci nella diafana atmosfera e un monaco intona una flebile litania alla luce delle candele tremolanti. l’entrata violentissima della batteria e del basso ci risveglia di colpo proiettandoci in uno sferragliante incubo di metallo, cemento e circuiti in un insostenibile spaventoso presente post apocalittico. Fa venire in mente l’immagine di un vagabondo su una metropolitana di superficie che attraversa una zona degradata di orrendi edifici, il paesaggio è disperante fuori e dentro ma il vecchio ogni tanto si addormenta e sogna della sua terra natale dove può tornare solo chiudendo gli occhi. Un’idea decisamente romantica e onirica ma messa in figura con una furia selvaggia e animalesca.

Il batterista Hnatek è dotato di una straordinaria tecnica che arriva fino alle soglie del Blast beat ed ha la mano pesantissima; le sue battute sono colpi di maglio su un incudine come solo nello Stoner-Doom metal, molto efficace all’interno delle spericolate invenzioni del pianista. In ogni caso, soprattutto dal vivo, bisogna farci l’abitudine.

A tutta la furia, all’improvviso seguono spesso incantevoli arpeggi sul basso a sei corde di Marien cui risponde il pianoforte con altrettanta tenerezza cui si aggiungono via via leggeri colpi sui piatti e live electronics; un’altra distorsione in un sogno con litania che ben presto si trasforma in un prog ostinato e rabbioso che a tratti ricorda le colonne sonore dei noir all’italiana e dei “poliziotteschi” di lusso tipo “Milano calibro 9” degli Osanna e di Luis Bacalov.

Tyngram sa essere velocissimo sulla tastiera, a tratti incomprensibile e distante; altre volte invece, come nel brano di piano solo “Road Song”, fischietta leggero come una piuma tra i tasti, intimo e confidenziale. Ma non poteva durare, nel finale ritornano i violentissimi colpi ipnotici sulla gran cassa, ripetuti con la medesima energia, ci si creda o meno, anche sulla tastiera dello Steinway & Sons che s’immagina scricchiolare sotto i colpi a tratti marziali, di un incedere di scarponi sull’asfalto di una livida piazza d’armi. Perfino il bis “The Space of Your Existance” annunciato ironicamente come “a very romantic piece” è un giro a tutta velocità su una betoniera a pieno carico.

Un concerto emozionante e intrigante forse proprio perché a tratti incomprensibile, uno sguardo dentro l’abisso dell’esistenza.

Nella confezione del cd di “The Call Within” anche una poesia di pugno del pianista, se ne propone una parziale traduzione all’impronta perché significativa per la descrizione della sua creatività.

Levitazione 21

5

Cinque,cinque, cinque, sei:

Geometria del suono

di martelli, corde, bacchette,

una spedizione verso il conosciuto sconosciuto

Forme del tuo proprio mondo.

5

Sette, sette, sette:

sul pavimento parlano le rocce,

guardando al paradiso,

una vita è data per togliere

il ciclo di una danza irregolare.

Flaviano Bosco © instArt

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