PEQUOD la nuova rassegna del Miela sta per salpare. In tempi di acque agitate e di fortunose navigazioni a vista, ci sembrava che valesse la pena affidarsi alle parole e al pensiero di scrittori e giornalisti per offrire al pubblico triestino alcune possibili rotte da percorrere lungo il tragitto del dibattito civile e letterario nazionale.

Questi che presentiamo qui sono i primi appuntamenti di un viaggio che proseguirà anche nella prossima stagione e che vuole diventare un appuntamento periodico di confronto e dibattito con i maggiori scrittori e giornalisti italiani.

Nei tratti di mare che percorreremo sul nostro “Pequod” incroceremo racconto, cronaca e memoria ma con lo barra sempre bene orientata al presente e alle onde ancora da solcare. Con il costante pericolo e forse anche con l’auspicio – come da sempre piace fare al Miela – di perdere ogni tanto la rotta e di dimenticarci di carte e mappe.  In fondo fu proprio il giovane e celebre mozzo del Pequod a dire che alcuni luoghi non sono segnati in nessuna carta, perché “i luoghi veri non lo sono mai”.

 

 

Sulle assi di legno del palco del Miela non risuoneranno i passi del capitano Achab, ma voci di attori. I piccoli “quadri scenici” che accompagnereanno gli incontri metteranno in scena alcuni momenti salienti riferiti ai libri presentati e agli argomenti affrontati. Dialoghi o brevi monologhi che inviteranno il pubblico ad entrare in contatto con le parole in modo emozionale e accompagnati da materiali multimediali: fotografie, spezzoni di film e  musiche che si riferiscono all’epoca o al tema trattato.

I quadri scenici sono a cura di Sabrina Morena con Anna Delbello e vedranno la partecipazione di Laura Bussani, Paolo Fagiolo, Marco Puntin, Ivan Zerbinatti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 28 febbraio,  ore 18.00

 

LO SCRITTORE SENZA NOME

Mosca 1966, processo alla letteratura

(Feltrinelli, 20121)

 

presentazione del libro e incontro con l’autore Ezio Mauro

intervengono Federica Manzon e Enzo D’Antona
quadri scenici con Paolo Fagiolo e Ivan Zerbinati

 

I diversi destini di due amici e intellettuali dissidenti: Andrej Sinjavskij e Julij DanieI’ e il grottesco e clamoroso processo accusatorio alla letteratura che si tenne a Mosca nel febbraio del 1966. Il libro di Ezio Mauro è un racconto “della disperazione e della dignità, dal fondo dell’abisso totalitario sovietico. Ma è anche un’indagine sul potere”. Da una parte due uomini soli. Dall’altra un potere anonimo e totale, invisibile e assoluto, con un compito metafisico: dosare la scrittura a uno scrittore, la notorietà a un autore, il cognome a un uomo, l’identità a una persona.

Andrej Sinjavskij era soltanto la metà di una storia. L’altra metà si chiamava Yulij Daniel’. Insieme, i due scrittori russi sfidarono il regime sovietico con l’arma più potente e più temuta – la parola – pubblicando i loro libri in Occidente con gli pseudonimi di Abram Terz e Nikolai Arjak. Insieme, a soli quattro giorni di distanza, furono arrestati dal Kgb e nel ’66 giudicati in un processo che diventò uno scandalo mondiale, il primo dopo la caduta di Chruscëv e delle illusioni riformiste. Per loro la condanna fu quasi identica, cinque e sette anni di carcere e lavoro forzato nel gulag. Su entrambi, l’ultimo giorno del processo risuonarono le parole del giudice istruttore, la sua certezza impenetrabile: “Può darsi che fra vent’anni avrete ragione voi, ma per il momento sono io che ho ragione”. Poi il potere sovietico pensò di rompere il filo di quell’amicizia intellettuale tanto profonda da trasformarsi in politica, e tanto forte da tradurla in opposizione: aprì a Sinjavskij la via dell’esilio, mentre Daniel’ restava confinato in patria.

Sinjavskij viveva a Parigi, insegnava alla Sorbona e i suoi libri si dovevano fermare all’immenso confine dell’Urss. Così lo scrittore veniva proibito nel suo Paese fino a essere dimenticato.

Più difficile la partita a scacchi tra il potere e Yulij Daniel’. Lui viveva in patria, dopo il campo era tornato a Mosca in una casa vicino alla stazione Sokol del metrò. Non svolgeva alcuna attività sospetta. Ma la sua vita, il suo nome, la sua identità lo confermavano intellettuale per sempre e dissidente in eterno. Sul suo nome calò un’ombra. Ma lui, continuamente, tra sé e sé ripeteva: Julij Markovic Daniel’, scrittore e traduttore, già condannato per attività antisovietiche, uscito dal gulag, residente a Kaluga, vivente a Mosca, via Novaja Pishanaja, ingresso 3, piano secondo, appartamento numero 52. Tutto questo, per colpa di due libri.

 

 

Ezio Mauro entra nel mondo della carta stampata nel 1972 collaborando con la “Gazzetta del Popolo” di Torino, occupandosi soprattutto del terrorismo nero degli anni di piombo. Nel 1981 passa a “La Stampa”. Dal 1988 lavora per la “Repubblica” come corrispondente da Mosca, per tre anni racconta la grande trasformazione della perestrojka, viaggiando nelle repubbliche dell’Unione Sovietica. Nel 1990 torna a “La Stampa” assumendo l’incarico prima di condirettore e poi di direttore. Nel 1996 diventa direttore de “la Repubblica”, svolgendo questo ruolo fino al 2016.

 

 

Federica Manzon scrittrice, con Di fama e di sventura ha vinto il Premio Rapallo Carige, il Premio Campiello Selezione Giuria dei Letterati e il Premio Asti d’Appello. Il suo libro più recente è Il bosco del confine (2020). Ha curato l’antologia I mari di Trieste (2015). I suoi racconti e interventi sono apparsi in diverse riviste, testate, antologie.

Ha lavorato come editor della narrativa straniera per Mondadori, e attualmente è responsabile della didattica per la Scuola Holden. Collabora con l’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge e con il quotidiano di Trieste “Il Piccolo.

 

Enzo D’Antona inizia la sua carriera alla redazione del quotidiano “La Sicilia”. Nei primi anni Ottanta è cronista al giornale “L’Ora” di Palermo, dove ricopre anche il ruolo di responsabile del settore economia. Dal 1987 al 1997 lavora a Milano, al settimanale “Il Mondo”, occupandosi prevalentemente di inchieste sugli intrecci tra gli affari, la politica e la criminalità organizzata. A “la Repubblica” è presente dal 2005 al 2009 come capo della redazione di Palermo e poi caporedattore all’ufficio centrale di Roma. Ha diretto “la Città” di Salerno e “Il Piccolo” di Trieste. Attualmente è il presidente di Bonawentura/Teatro Miela.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 14 marzo, ore 11.00 (visibile al pubblico fino a mercoledì 16 marzo)

piazzale antistante al Teatro Miela

 

AUTO QUARTO SAVONA QUINDICI

 

Cerimonia inaugurale di presentazione alla presenza delle autorità civili e militari

 

Portando in piazza questo simbolo di lotta contro la mafia si aprono le tre giornate di “Cronache di mafia”. L’obiettivo della mostra è quello di raccontare la storia di chi viaggiava su quell’auto, i ragazzi della “Quarto Savona 15” (nome in codice della scorta) e la storia di un viaggio, quello della Croma blindata che il 23 maggio 1992, all’altezza del chilometro 5 dell’autostrada Palermo-Mazara del Vallo, venne colpita in pieno dalla deflagrazione del tritolo e fu ritrovata nel tardo pomeriggio distrutta in un uliveto a diverse centinaia di metri di distanza dal luogo dell’attentato. Persero la vita gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Scortavano i magistrati Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, che a loro volta morirono in seguito alla deflagrazione di 500 chili di tritolo, nascosti sotto un canale di scolo nei pressi di Capaci e fatti esplodere dal mafioso Giovanni Brusca.

La storia di questo viaggio è però la storia di un percorso che non finisce sotto il tritolo e che permette a quell’auto di percorrere ulteriori chilometri in tutto il Paese per affermare il valore della memoria e dell’impegno contro la criminalità organizzata. ”La Quarto Savona Quindici” rappresenta un monito perenne per non dimenticare la strage di Capaci e tutte le vittime innocenti delle mafie.

 

 

lunedì 14 marzo, ore 18.00

 

L’ANTIMAFIA TRADITA

Riti e maschere di una rivoluzione mancata

(edizioni Zolfo, 2021)

 

presentazione del libro e incontro con l’autore Franco La Torre

intervengono i giornalisti Attilio Bolzoni, Enrico Bellavia e Tina Montinaro (moglie di Antonio Montinaro, capo della scorta di Giovanni Falcone).

al termine dell’incontro proiezione del docufilm ‘UOMINI SOLI’ di Attilio  Bolzoni

 

L’ANTIMAFIA TRADITA

Riti e maschere di una rivoluzione mancata

Franco La Torre venticinque anni quando suo padre, Pio La Torre, viene ucciso da Cosa nostra, il 30 aprile 1982. A metà degli anni Novanta raccoglie il testimone dalla madre e si assume, come impegno quotidiano, di continuare la battaglia contro il sistema di potere politico-mafioso. In questo libro ci sono l’antimafia storica e quella contemporanea. Passata con il tempo l’emozione per gli omicidi eccellenti in Sicilia e le stragi dell’estate 1992, oggi l’antimafia ha smarrito la sua natura, fatica a riconoscere il nemico che ha cambiato pelle e che non si manifesta più all’esterno con la violenza delle armi.

Da qui il racconto di come la mafia – grazie al silenzio di uomini politici, giornalisti, imprenditori, magistrati, associazioni – si sia persino mascherata da antimafia. Tra queste pagine c’è anche l’atto di accusa contro un’antimafia che ha tradito il mandato originario, che si è chiusa in se stessa, sempre più consociativa e addomesticata. Eppure, in fondo a questa inquietante vicenda, Franco La Torre intravede una luce e un futuro per un’antimafia che non sia narrazione di singoli eroi ma parte della più generale battaglia per la difesa della democrazia in Italia.

 

Franco La Torre figlio di Pio La Torre, è nato a Palermo e vive a Roma. Appassionato di storia ed esperto di cooperazione internazionale, ha lavorato a lungo in Medio Oriente, Mediterraneo e Africa. Da venticinque anni si occupa di progetti europei per lo sviluppo urbano sostenibile. È stato membro dell’Ufficio di Presidenza e della Segreteria nazionale di Libera e responsabile di Libera Europa. Ha pubblicato Grazie a Dio è venerdì, 20 anni di sguardi su Gerusalemme e dintorni (Iacobelli editore, 2011), Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia (Melampo Editore, 2015) e con suo fratello Filippo Ecco chi sei. Pio La Torre, nostro padre (Edizioni San Paolo, 2017).

 

 

Docufilm

UOMINI SOLI

Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

 

Sono morti venti, trent’anni fa. Giù a Palermo. Lo sapevano che li avrebbero fermati, prima o poi. Facevano paura al potere. Italiani troppo diversi e troppo soli per avere un’altra sorte. Una solitudine generata non soltanto da interessi di cosca o di consorteria. Ma anche da meschinità più nascoste e colpevoli indolenze, decisive per trascinarli verso una fine violenta. Avevano il silenzio attorno, a un passo. Pio La Torre, nel partito al quale ha dedicato tutto se stesso. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa nella sua Arma, lui che si pregiava di avere “gli alamari cuciti sulla pelle”. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in quel Tribunale popolato da giudici infidi. Vite scivolate in un cupo isolamento pubblico e istituzionale. Fino agli agguati, alle bombe. Un racconto collettivo scritto da Attilio Bolzoni, giornalista tra i più colti e sensibili, che ha memoria diretta di tutti e quattro i protagonisti e che da Palermo ha spiegato per decenni all’Italia personaggi e retroscena, misteri e drammi pubblici della Sicilia insanguinata e mai rassegnata.

 

Attilio Bolzoni inizia la sua attività giornalistica alla fine degli anni Settanta come cronista del quotidiano “L’Ora” di Palermo. Dal 1982 è stato giornalista di “la Repubblica”, lasciando questo incarico nel 2021 per collaborare con “Domani”. Autore di inchieste sulla mafia siciliana e sul Mezzogiorno d’Italia, ha firmato reportage dai Balcani a Kabul, dal Magreb a Bagdad. È scrittore, autore di testi teatrali, sceneggiatore di mini-serie televisive e regista di documentari sulla libertà di stampa e sulla mattanza dei giornalisti in Messico.

 

 

Enrico Bellavia giornalista dal 1994, a metà degli anni ’90 è cronista del quotidiano palermitano “Il Mediterraneo”. Nel 1997 entra nella neo costituita redazione di Palermo di  “Repubblica”. È capo servizio quando alla fine degli anni 2000 viene chiamato alla redazione romana. Nel gennaio 2020 assume la qualifica di caporedattore vicario della “Cronaca di Roma”. Ha collaborato con le riviste “Micromega” e “L’Espresso” (nel gennaio 2021 viene assunto nel settimanale).

 

 

martedì 15 marzo, ore 18.00 

 

L’ORA EDIZIONE STRAORDINARIA

il romanzo di un giornale raccontato dai suoi cronisti

(edizioni Regione Siciliana, 2019)

 

presentazione del libro

incontro  con Pier Luigi Sabatti

intervengono Sergio Buonadonna, Antonio Calabrò e Enzo D’Antona

quadri scenici con Marco Puntin

 

Tre giornalisti uccisi, una bomba nelle rotative, una lunga storia di lotte in nome della libertà di stampa. Fondato a Palermo dai Florio nel 1900, il racconto di un quotidiano da sempre “in edizione straordinaria”, protagonista delle grandi battaglie civili nell’Italia repubblicana e in prima linea nella lotta a Cosa Nostra.

 

Con il patrocinio di Circolo della Stampa,  Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia, Assostampa Fvg.

 

Quando un giornale muore si lascia dietro tracce e rimpianti ma non sempre riesce a trasmettere e custodire nel tempo il valore della sua memoria. Pare che “L’Ora” sia un’eccezione. Dopo aver concluso la sua esistenza nel 1992, ha alimentato un filone inesauribile di rievocazioni storiche, giornalistiche, cinematografiche, documentaristiche che ne hanno descritto il profilo di un diario civile del Novecento siciliano. Tante volte è stato rievocato il clima di quelle esperienze nelle quali si sono formate tre generazioni di giornalisti che poi hanno trasferito nel grande giro nazionale un modello memorabile di tecniche e di saperiprofessionali.
Tra le grandi “grandi firme” del giornale: Marcello Sorgi, Antonio Calabrò, Francesco La Licata, Sergio Buonadonna, Attilio Bolzoni, Bianca Stancanelli, Nicola Lombardozzi. Tra i suoi giornalisti ricordiamo due  ex direttori de “Il Piccolo” Sergio Baraldi e Enzo D’Antona. E il grande Etrio Fidora, triestino di nascita ma palermitano d’adozione, che durante la sua collaborazione con “L’Ora” subì quasi 100 querele per diffamazione (che finirono tutte con l’assoluzione).
Basta scorrere l’indice e leggere i titoli delle 51 testimonianze per capire cosa è stata la “leggenda” de L’Ora. I titoli più celebri vano da “La grande nera che presidiava i fatti” a “La piovra, il corvo, la talpa e la cultura dei siciliani”; e ancora: “La notte del terremoto che ci battezzò cronisti”; “Le donne e i diritti: tutto cominciò da Franca Viola”; “Fotogiornalismo scelta vincente”; “Tutti i segreti appresi in cronaca”; “Lo stanzone dei collaboratori”. In sintesi, per tutti coloro che possono vantarsi con un “io c’ero”, la consapevolezza di essere stati protagonisti di una “grande storia”.

Cosa è stato L’Ora, nella storia dell’Italia del secolo scorso, è sottolineato da Mario Genco, nel primo intervento del libro. La lingua de L’Ora – scrive Genco – erano anche le sue inchieste; fu il primo giornale in Sicilia a istituzionalizzare l’inchiesta. Nei quasi 38 anni da quando alla fine del 1954 era cominciata l’era della direzione Nisticò, fino al 9 maggio del 1992 quando cessò le pubblicazioni. Le inchieste si focalizzarono spesso sulla mafia. Cosimo Cristina, Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato furono firme di spicco, pagando con la vita per il coraggio dei loro servizi.

Marcello Sorgi nel suo intervento (“Quel laboratorio di artigianato pregiato”) scrive che lo schieramento messo su nel 1958, per la prima grande inchiesta sulla mafia e subito accompagnata da una bomba fatta esplodere nella tipografia del giornale, era stato il primo esempio del lavoro di squadra immaginato dal direttore. Giornalisti investigatori, frequentatori di bassifondi e di corridoi di caserme come il “maestro” Enzo Perrone, messi a fianco di scrittori e intellettuali come Marcello Cimino e Giuliano Saladino e di inviati di lunga lena venuti da Roma come Felice Chilanti o l’avvocato del giornale Nino Sorgi, il padre di Marcello, che doveva valutare ogni conseguenza della materia scottante che doveva essere pubblicata.

Fare un buon giornale – scrive Antonio Calabrò nel suo ricordo – è come costruire ponti, per rendere più facile e frequente lo scambio d’idee, valori, progetti ed emozioni, tra parti diverse dell’opinione pubblica. La lunga esperienza di un piccolo-grande quotidiano come L’Ora, in tutto il corso di un Novecento tumultuoso, ne è la conferma. Calabrò ricorda anche la figura di Vittorio Nisticò negli anni della sua direzione e poi nella stagione della presidenza della cooperativa editrice. “Il migliore interprete dell’anima del giornale”, orgogliosa, curiosa, autonoma; legata, comunque, a un’etica del giornalismo, della politica e della cultura tra le più solide e fertili nel panorama italiano contemporaneo. Inoltre c’era il “polmone” da cui L’Ora attingeva per i servizi: gli ospiti (soprattutto intellettuali), italiani e stranieri, che a giornale chiuso, nel pomeriggio, affollavano l’ufficio del Direttore, trasformato in salotto.

 

Pier Luigi Sabatti ègiornalista e scrittore. Presidente del Circolo della Stampa di Trieste dal 2015 e giornalista a “Il Piccolo” di Trieste dal 1973. Oltre a seguire la politica estera, soprattutto nella ex Jugoslavia (anche come inviato in Croazia agli esordi del conflitto) e a occuparsi delle minoranze etniche, si interessa di cultura, in particolare di Storia, ha collaborato con: “Rai” nazionale e del FVG, “ Tv Capodistria”, “Radio Sound”, la rivista di geopolitica “Limes”, la rivista triestina “Il Ponte rosso”. Dal 2020 è direttore responsabile della rivista “Qualestoria”, edita dall’Irsrec.

 

Sergio Buonadonna giornalista professionista e promotore culturale, ha lavorato a lungo a “L’Ora” di Palermo, poi a “La Provincia Pavese” ed è stato capo redattore cultura e spettacoli de “Il Secolo XIX”. Ha collaborato ai servizi culturali di “Repubblica” Palermo e dei quotidiani locali del gruppo “L’Espresso”. Da anni svolge una proficua attività di organizzatore culturale portando in Italia scrittori di fama internazionale.

 

Antonio Calabrò Giornalista e saggista italiano. Ha scritto per “Repubblica”, “Il Mondo” e “L’Ora” ed è stato direttore editoriale del gruppo “Il Sole24Ore”. Dal 2003 al 2006 ha diretto l’agenzia di stampa APCOM (divenuta poi TM News). Nel 2021 è stato nominato membro del Consiglio d’indirizzo per la politica economica di Palazzo Chigi. Insegna all’Università Cattolica di Milano ed è autore di numerose pubblicazioni,

 

Enzo D’Antona inizia la sua carriera alla redazione del quotidiano “La Sicilia”. Nei primi anni Ottanta è cronista al giornale “L’Ora” di Palermo, dove ricopre anche il ruolo di responsabile del settore economia. Dal 1987 al 1997 lavora a Milano, al settimanale “Il Mondo”, occupandosi prevalentemente di inchieste sugli intrecci tra gli affari, la politica e la criminalità organizzata. A “la Repubblica” è presente dal 2005 al 2009 come capo della redazione di Palermo e poi caporedattore all’ufficio centrale di Roma. Ha diretto “la Città” di Salerno e “Il Piccolo” di Trieste. Attualmente è il presidente di Bonawentura/Teatro Miela

 

 

 

 

mercoledì 16 marzo, ore 18.00

 

BORSELLINO

 

di e con: Giacomo Rossetto

produzione: Teatro Bresci

Spettacolo vincitore del Premio Grotte della Gurfa per il Teatro d’impegno Civile – Regione Sicilia

Selezionato al Torino Fringe Festival 2019

 

Il giudice Paolo Borsellino, assassinato da cosa nostra assieme a cinque agenti della sua scorta nella strage di via d’Amelio, è considerato uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta contro la mafia, insieme al collega ed amico Giovanni Falcone.
Sono passati 30 anni da quel maledetto 19 luglio, giorno della strage.Con lo spettacolo si vuole raccontare la vita del magistrato Borsellino attraverso la descrizione dell’uomo Paolo, un uomo tutto d’un pezzo, un uomo che non accetta compromessi, un uomo dal forte rigore morale, un uomo semplice diventato eroe, il cui lavoro però non è ancora finito. Dopo la morte dell’amico e collega Giovanni Falcone, il coraggio è ciò che spinge, nonostante la paura, il giudice Paolo Borsellino a compiere fino in fondo il proprio dovere. Di magistrato e di uomo, perché pubblico e privato si contaminano sempre nella sua vita: i pensieri del giudice si rispecchiano in quelli dell’uomo e viceversa.

È una storia di parole, fatti, speranze, delusioni, numeri.

Numeri che raccontano i kg di tritolo.
Numeri che raccontano i mafiosi condannati.
Numeri che raccontano gli amici persi.
Numeri che sono grandi o piccoli, ma sempre importanti.
E’ una storia fatta di parole e suoni, musiche e immagini.
Per continuare a lottare.

 

 

 

martedì 5 aprile, ore 18.00 

 

LONTANI  PARENTI  

(edizioni E/O, 2022)

 

presentazione del libro e incontro con l’autore Veit Heinichen

presenta Elisabetta D’Erme

intervengono Veit Heinichen e Pietro Spirito

quadri scenici con Marco Puntin

 

Presentazione del nuovo libro di Veit Heinichen e della nuova indagine (l’undicesima) del commissario Proteo Laurenti, che compie i suoi primi “romanzeschi” vent’anni dal primo caso de “I morti del Carso”. Il libro, già uscito in Italia e in Grrmania che uscirà in Italia il 6 aprile, vede il celebre commissario della “città dei venti” alle prese con una catena di omicidi e vendette legati alla sanguinosa storia delle nostre terre e al periodo dell’occupazione nazista di Trieste.

 

Veit Heinichen si è laureato in economia a Stoccarda, ottenendo una borsa di studi della Mercedes-Benz per la quale ha anche lavorato nella sede della direzione generale. Ha lavorato come libraio e ha collaborato con diversi editori e nel 1994 è stato co-fondatore della Berlin Verlag di Berlino (diverse volte premiata come “Casa editrice dell’anno”) di cui è rimasto direttore sino al 1999.  Dal 1997 vive a Trieste, una città di mare e di confine dove ha voluto ambientare i suoi romanzi, tutti dei bestseller in Germania e Austria. A partire dal 2003 sono stati tradotti anche in italiano, olandese, francese, sloveno, greco, norvegese e spagnolo.Il principale protagonista dei suoi libri gialli è la città di Trieste con le sue complessità, la bora, la sua multiculturalità. Ma il personaggio principale dei suoi libri è il Commissario Proteo Laurenti, salernitano trapiantato da anni in questa città che proprio come lo scrittore ce ne descrive stranezze e bellezze proprio perché la osserva con gli occhi di uno straniero. I suoi libri, best seller internazionali, sono stati capaci di scatenare l’immaginario di lettori e di turisti su Trieste, che arrivano in città portando con sé i volumi di Heineken come guide. I romanzi I morti del Carso è stato tra i finalisti del Premio Franco Fedeli al Giallo di Bologna nel 2003 e Morte in lista d’attesa nel 2004 come miglior giallo italiano dell’anno, mentre La calma del più forte ha vinto nel 2010 il premio Azzeccagarbugli come miglior romanzo straniero. Nel settembre del 2005 Veit Heinichen ha ottenuto il Radio-Bremen-Krimipreis per “la sua costante, genuina e sensibile esplorazione degli intrecci storici e politici, che hanno caratterizzato Trieste come il luogo d’osservazione della cultura mitteleuropea”. Nel 2011 vince il premio Internazionale Trieste Scrittura di Frontiera, nel 2012 il Gran Premio Noè all’attività letteraria. Sempre nel 2012 è stato finalista per l’European Crime Fiction Star Award in Germania, insieme a Petros Markaris e Fred Vargas.

Accanto alla scrittura romanzesca, Veit Heinichen da anni, non solo attraverso le pagine dei suoi libri, ha fatto conoscere le terre dell’Alpe Adria al pubblico europeo. Nel 2005 ha pubblicato con la chef e gourmet Ami Scabar Trieste. Città dei Venti, una storia culturale e culinaria, un libro di viaggio, che fa scoprire in modo insolito al lettore la città portuale dell’Alto Adriatico, il punto al tempo stesso più a sud dell’Europa di Mezzo e più Nord del Mediterraneo.

 

(incontro in collaborazione con La Libreria Minerva di Trieste)

 

martedì 19 aprile,  ore 18.00

 

I PROFETI DI CARTA: DANTE, PASOLINI E SCIASCIA 

(edizioni Treccani, 2021)

 

presentazione del libro “LA MENTE APOCALITTICA conversazioni su Dante”

incontro con l’autore Antonio Gnoli e con Francesco Merlo, giornalisti di Repubblica

intermezzi musicali di David Riondino

quadri scenici Ivan Zerbinati e Marco Puntin

 

Un libro insolito che, a settecento anni dalla morte del poeta, esplora il lato notturno – onirico e allucinato – di un genio tanto popolare quanto misterioso.

L’avventuroso viaggio della Commedia, lo straordinario laboratorio linguistico, la politica vissuta e patita tra Firenze e l’esilio sono alcuni nodi esistenziali e teorici che quattro studiosi (Carlo Ossola, Giacomo Marramao, Andrea Mazzucchi, Gennaro Sasso) affrontano in queste conversazioni su Dante con Antonio Gnoli. Ne viene fuori un “ribelle” che va ben oltre l’erudizione nella quale è stato a lungo confinato. Restituito alla sua dimensione profetica, Dante rompe gli schemi dell’età medievale, rivoluziona il pensiero scolastico e si affaccia da eretico sulla soglia della modernità. La insidia e la corrode, mostrando la storia di un’Italia condannata, da allora, a essere terra di conquista e di fazioni.

 

Antonio Gnoli è stato a capo delle pagine culturali di «Repubblica», giornale con il quale continua a collaborare. Si è occupato di Rilke, Heidegger, Kojève. Si è occupato di Dos Passos, curando “Il 42° parallelo”. Ha inoltre pubblicato le sue conversazioni letterarie con Edoardo Sanguineti e quelle machiavelliane con Gennaro Sasso.

 

Francesco Merlo iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 1980, ha iniziato la sua carriera scrivendo per “l’Ora” di Palermo e La Sicilia” di Catania, prima di lavorare per quasi vent’anni al Corriere della Sera” ha scritto anche per i settimanali il Mondo” e la Domenica del Corriere”. Dal 2013 al 2016 è stato editorialista de “La Repubblica”, ed nel 2016 è stato vice di C. Verdelli, direttore editoriale per l’offerta informativa della RAI.

 

David Riondino è cantante, scrittore, drammaturgo, attore, regista e improvvisatore eccezionale. Celebri sono rimaste le sue apparizioni al Maurizio Costanzo Show dove, interpellato a caldo dal conduttore, era capace di improvvisare su due piedi brevi storielle comiche cantate parodiando i cantautori brasiliani. I suoi versi invece sono apparsi su numerose riviste di controcultura o di satira: dai “cattivi” “Tango”, “Il Male” e “Cuore”, fino a testate più prettamente comiche e goliardiche come “Comix”. Indimenticati rimangono anche alcuni suoi interventi e collaborazioni con il quotidiano “Il manifesto”.

martedì 24 maggio, ore 18.00

 

GLI ANNI DI PIOMBO

Trame Nere e Terrorismo Rosso

 

incontro con Gianfrancesco Turano e Gianni Barbacetto

modera Enzo D’Antona

quadri scenici con Laura Bussani

al termine dell’incontro proiezione del film ANNI DI PIOMBO di  Margarethe Von Trotta

 

Gianni Barbacetto e Gianfrancesco Turano, inviati del Fatto Quotidiano e dell’Espresso, sono autori di libri che hanno incrociato la storia del terrorismo e che oggi provano a tirare le somme degli anni più bui e in parte ancora sconosciuti della Repubblica Italiana.

 

Gianfrancesco Turano ha pubblicato il suo primo articolo su “Paese sera” nel 1979. Dopo la laurea in letteratura greca alla Statale di Milano, ha lavorato come traduttore per l’editore Giunti. Nel 1987 ha vinto il concorso per la Scuola di giornalismo Gino Palumbo del “Corriere della Sera”. Nel 1989 è stato assunto al settimanale economico-finanziario “Il Mondo” e dal 2009 lavora a “L’Espresso”. Ha collaborato con il “Corriere della Sera”, “Diario” e altri periodici.

 

Gianni Barbacetto è inviato del “Fatto quotidiano”. Ha lavorato al “Mondo”, all”Europeo”, a “Diario”. Ha collaborato con “Micromega” e “Venerdì di Repubblica”. Ha diretto “Omicron” (l’Osservatorio Milanese sulla Criminalità Organizzata al Nord). Negli anni Ottanta ha contribuito a fondare il mensile “Società civile”, di cui è stato direttore per una decina d’anni. Più recentemente ha collaborato con Francesca Comencini, con la rete franco-tedesca Arte, ha coordinato la redazione del programma di Michele Santoro “Annozero” e ha collaborato con Carlo Lucarelli per la realizzazione di “Blunotte”.

 

Enzo D’Antona inizia la sua carriera alla redazione del quotidiano “La Sicilia”. Nei primi anni Ottanta è cronista al giornale “L’Ora” di Palermo, dove ricopre anche il ruolo di responsabile del settore economia. Dal 1987 al 1997 lavora a Milano, al settimanale “Il Mondo”, occupandosi prevalentemente di inchieste sugli intrecci tra gli affari, la politica e la criminalità organizzata. A “la Repubblica” è presente dal 2005 al 2009 come capo della redazione di Palermo e poi caporedattore all’ufficio centrale di Roma. Ha diretto “la Città” di Salerno e “Il Piccolo” di Trieste. Attualmente è il presidente di Bonawentura/Teatro Miela.

 

ANNI DI PIOMBO

regia di Margarethe von Trotta; con Barbara Sukowa, Rudiger Vogler, Jutta Lampe, Franz Rudnick, Julia Biedermann

Germania, 1981, 109’

Ispirato alla vicenda delle sorelle Esslin (Gudrun, la minore, fu una terrorista della banda Baader-Meinhof e morì in carcere in circostanze misteriose). Il film, diretto da una von Trotta in stato di grazia, è nella prima parte dedicato ai difficili, eppur affettuosi, rapporti fra le due sorelle . Nella seconda, la superstite si convince che la sorella è stata assassinata dai secondini e si batte perché la verità salti fuori. Molto discusso sul piano politico, il film è  trascinante su quello emotivo. Primo premio al festival di Venezia.

Comunicato Stampa

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