In un paesaggio che di per se è musica si è tenuto un altro dei magici concerti di Jazz&Wine of Peace 2021.

Il grande chitarrista americano Ralph Towner, in un contesto di vini, vigne e cielo è stato un perfetto interprete del paesaggio del Collio sloveno a pochi passi da Cormòns, sede naturale del festival. Villa Vipolže (Vipulzano) siede, meravigliosa e quieta, da più di mille anni su una dolce collina tra le tante a ridosso di quella cortina di ferro che per fortuna è svanita da decenni ma che in qualche sciagurato cervello ha lasciato ancora qualche rotolo di filo spinato e per capirlo si vedano le tragiche questioni relative alla tragedia della cosiddetta “Rotta balcanica” dei nostri fratelli migranti.

Da quella magnifica posizione in qualunque direzione lo sguardo si posi è un mare di vigne in lunghi filari e terrazzamenti che l’armonia dell’autunno ha reso bionde e rosse con un fascino tutto muliebre, libera capigliatura in una leggera brezza.

Si perdoni il lirismo forse un po’ stucchevole ma assolutamente sincero e ispirato dal luogo e dalle incantevoli astrazioni degli accordi della chitarra di Towner. Non c’è nemmeno bisogno di sottolineare che il chitarrista di Chehalis, Washington, è un gigante delle sei corde non solo per quanto riguarda il jazz, tanto che ogni superlativo per descrivere la sua arte gli va quasi stretto.

I tanti che affollavano il piano nobile della villa lo sapevano bene, ognuno di loro conserva ora un’emozione indefinibile di autentica bellezza suscitata da quell’incantesimo che il luogo, gli accordi, le dita e il cuore del chitarrista degli Oregon ha saputo officiare.

Alojz Gradnik (1882-1906) uno dei più importanti poeti di lingua slovena, friulano da parte di madre, proprio tra quelle vigne a Medana, ha cantato il suo paesaggio natale in versi meravigliosi, come questi che riportiamo tradotti in italiano.

In terra straniera

Lontana, oh quanto sei lontana tu, Medana,
mio silenzioso, dolce paese natio!
Quando penso a te, nascondo il volto
e allora so quanto la lacrima è amara.

Sul colle, disseminata tra i vigenti,
davanti a te il mare al sole, il grigio Carso,
la pianura friulana, la striscia d’oro dell’Isonzo
e dietro a te, lontani, due giganti,

Triglav e Krn, e più in là le Dolomiti:
così ti vedo e attorno a te il Collio
e cerco per te dolci parole.

Ma la più dolce per me è troppo dura,
nessuna lingua scioglierla potrebbe
e come pietra giace nel mio cuore.

Venticinque anni fa il primo concerto della prima edizione del festival fu proprio di Towner, ritornato poi anche con i suoi fantastici “Oregon”. Ritrovarlo in guitar solo dopo così tanti anni fa un certo effetto a chi se l’era goduto già allora, sembra non essere passato nemmeno un giorno, sembra non essere cambiato niente e, invece, sono passate milioni di ore e viviamo in un mondo decisamente diverso e forse peggiore, di certo meno consapevole di allora delle proprie brutture. Comunque è inutile recriminare. Towner è decisamente invecchiato e lo siamo anche noi tutti ma la magia è rimasta la medesima e forse con la maturità si è perfino accresciuta.

A tutti è sembrato il ritorno di un carissimo amico che faceva sentire la propria assenza da troppo tempo. Il chitarrista americano ha dimostrato ancora una volta di essere un virtuoso dello strumento nel senso più completo del termine. In lui non si coniugano solo talento e tecnica sopraffina ma anche un eccellente gusto estetico che è diventato ancora più solido nel corso degli anni e che ci può platonicamente indicare la strada verso le dimensioni spirituali dell’altezza. Insieme al pubblico presente nel piano nobile della villa, il chitarrista ha creato, in poco più di un’ora, un’assoluta meraviglia che ci può permettere di vivere meglio e con maggiore armonia.

Tra i brani in scaletta molti erano composti da Towner (Flow, I’ll sing to you, Guitarra picante, Anthem, Dolomiti dance) ma uno spazio è stato dedicato anche agli standard più classici (Little Old Lady di Hoagy Carmichael, Make Someone Happy) in interpretazioni allo stesso modo meditative e piene di autentico estro creativo. Mentre suona Towner crea mondi e fluttua ad un’altezza davvero irraggiungibile per noi mortali, bastava solo vederlo accordare di tanto in tanto la chitarra per percepire il suo essere ad un livello di esistenza superiore. Inseguire la chimera dell’accordatura perfetta che è sempre provvisoria è l’ossessione di ognuno che pizzica le sei corde. I grandi maestri percepiscono le più minime variazioni di tensione e di tonalità come nemmeno gli strumenti digitali più raffinati, le corde ormai sono una continuazione dei loro nervi e la chitarra un’estensione del loro corpo. Towner che ha l’altezza di una torre o poco meno, si curva tutto sul proprio strumento fin quasi a fagocitarlo e si vede proprio che gli appartiene “fisicamente”, quelle che pizzica sono le corde del suo cuore (cordis).

Nella parte più alta della villa, proprio dal sottotetto si gode una vista sul panorama ondulato di Vipulzano e del Brda (Collio) che è veramente mozzafiato, tra alcune antiche finestre una mano piuttosto felice, nel XVI sec, ha affrescato il muro che separa le aperture con scene di vita campestre inserite proprio nel medesimo paesaggio che anche noi possiamo ammirare oggi. In un ciclo di cinque affreschi possiamo vedere tra l’altro un gruppo di villani felici e giocondi che si tengono per mano e danzano intorno ad un grande albero nella piazza del paese al suono di una musica che la pittura non ci permette di sentire ma solo intuire e inseguire.

Towner quasi incidentalmente, perché non è vero che abbia composto le musiche che ha eseguito per quei luoghi, ci da ugualmente la possibilità di immaginare “le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei” come diceva il poeta di Recanati.

Un brano in particolare è sembrato il più adatto a disegnare quel momento e quel luogo fuori dal tempo: “At First Light” è una sua nuova composizione di solo qualche mese fa ed è forse quella che meglio riesce a descrivere la luce autunnale tutta particolare che si avverte e perfino si annusa radere i filari e le colline all’alba.

Per tornare al rapporto paesaggio-musica-poesia che è la prospettiva che abbiamo scelto per cercare di restituire ed evocare le emozioni suscitate dal concerto di Towner in queste modeste riflessioni, è il caso di dire che solo qualche giorno fa si sono ricordati i dieci anni dalla morte di uno dei più importanti poeti della lingua italiana, ancora più grande di Dante almeno per quanto riguarda l’idioma che settecento anni fa l’Alighieri non conosceva per niente. Andrea Zanzotto cantava la corolla delle Alpi dalla sua “Specola” di Pieve di Soligo. I suoi versi si modellavano sulle creste dei monti in lontananza, sulle onde di risacca delle colline e lungo i sentieri tra i campi di mais e tra le viti.

Towner così come Zanzotto ha regalato senso ai colori e alla luce dell’autunno, ai borghi, alle piccole alture, tra i quali, ascoltandolo, sembra di volare come i grandi picchi gialli che si vedono guizzare nell’aria nei pressi della villa.

Val la pena di concludere questa serie di considerazioni, forse appena un po’ estemporanee su un concerto raro e prezioso, con i versi più celebri di Zanzotto che sembrano quasi in simbiosi con i suoni di Towner. Riflettere in musica e versi è quello che ognuno di noi può fare davvero per vivere con maggiore armonia con l’ambiente che ci circonda, che non è fatto solamente di sassi e temporali ma che è prima di tutto emozione e relazione, sia con ciò che è organicamente manifestato sia con ciò che rimane indifferente e imperscrutabile per le nostre percezioni. Schelling sosteneva che tra le arti solo la musica era in grado di farci intuire la suprema bellezza dello spirito assoluto nelle sue manifestazioni naturali, Zanzotto e Towner, entrambi a loro modo poeti cantori del paesaggio, sono di certo d’accordo.

Notificazione di presenza sui Colli Euganeghi

di Andrea Zanzotto (1921-2011)

Se la fede, la calma di uno sguardo

come un nimbo, se spazi di serene

ore domando, mentre qui m’attardo

sul crinale che i passi miei sostiene,

se deprecando vado le catene

e il sortilegio annoso e il filtro e il dardo

onde per entro le più occulte venerdì

in opposti tormenti agghiaccio et ardo,

i vostri intimi fuochi e l’acque folli

di fervori e di geli avviso, o colli

in si gran parte specchi a me conformi.

Ah, domata qual voi l’agra natura,

pari alla vostra il ciel mi dia ventura

e in armonie pur io possa compormi.

Flaviano Bosco © instArt

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