L’edizione 2022 ha segnato la ripartenza delle Giornate, senza l’obbligo delle restrizioni che le avevano penalizzate nei due anni precedenti: nel 2020 infatti il festival si svolse esclusivamente online e nel 2021 con la capienza del teatro dimezzata. Non essendo ancora fuori completamente dalla pandemia, per permettere la sanificazione della sala, sono aumentati gli intervalli tra le proiezioni e ne ha quindi risentito la quantità dei film in proiezione; volendo guardare il bicchiere mezzo pieno possiamo dire che i nostri ospiti hanno avuto più tempo libero con indubbio beneficio di bar, ristoranti e attività commerciali.

Come è noto il festival si è sempre contraddistinto per l’internazionalità dei partecipanti e quest’anno finalmente molte sono state le presenze provenienti da altri paesi anche se il timore dei viaggi, soprattutto per chi veniva da lontano, è stato ancora un deterrente per molti. Il numero totale degli accreditati è di 700, ci stiamo quindi riavvicinando ai numeri pre-pandemia, di cui il 65% stranieri con la solita prevalenza degli Stati Uniti (105) seguiti da Gran Bretagna (62) e Germania (50). Particolarmente confortante è stata la presenza di appassionati arrivati dall’altra parte del mondo: Australia, Colombia, India nonché da Islanda, Messico, Giappone, Ucraina.

Lunghe file si sono formate fuori dal Teatro Verdi per tutti gli eventi serali, segnale dell’ottima risposta anche da parte del pubblico proveniente da tutta la regione.

«Quest’anno i titoli in programma sono stati 187 – ha dichiarato il direttore delle Giornate Jay Weissberg – ma con varie pause tra una proiezione e l’altra per una maggiore sicurezza. Questo ha favorito la socializzazione dei nostri ospiti, che finalmente sono stati riaccolti nella nostra grande famiglia. Da David Robinson (direttore emerito del festival) in poi, abbiamo sempre considerato le Giornate una grande comunità accogliente: Pordenone è un paradiso, non solo per i film che si proiettano, ma anche per l’atmosfera ed è commovente vedere il pubblico che torna ogni anno, nonostante lo stop della pandemia, per vivere insieme questa magia».

L’internazionalità delle Giornate si è rispecchiata anche nel programma, dove oltre alla massiccia presenza di film americani c’erano importanti restauri e riscoperte di opere di altre nazioni. A cominciare da Nanook Of The North di Robert Flaherty, che fa parte del patrimonio culturale delle popolazioni Inuit del Canada e di cui ricorreva il centenario; e 102 anni fa era uscito anche il film islandese La Storia Della Famiglia Di Borg una produzione danese che utilizza luoghi e attori islandesi e che segna la nascita della produzione cinematografica in quel paese. Grande interesse hanno riscontrato i 3 programmi dei film coloniali olandesi, concentrati più che sull’aspetto etnografico, sul lato propagandistico che esaltava l’ammodernamento che gli olandesi portavano in Indonesia, allora loro colonia. I corti della collezione norvegese Hans Berge e quelli amatoriali ci hanno condotti in giro per il mondo e si sono visti 24 Pathé-Baby del formato 9,5mm. quasi tutti a colori.

Gli eventi speciali di apertura e chiusura hanno avuto l’eco maggiore, anche per quanto riguarda i media, e non poteva essere altrimenti trattandosi di supercult come The Unknown(Lo sconosciuto) dell’accoppiata Tod Browning regista e Lon Chaney protagonista (senza dimenticare la folgorante presenza di Joan Crawford) e The Manxman (L’isola del peccato) ultimo film muto del maestro della suspense Alfred Hitchcock. Molto successo anche per le due retrospettive principali: Norma Talmadge e Ruritania. La prima ha finalmente fatto luce sull’attività di una star assoluta degli anni ‘10 e ‘20 che con la fine del muto era stata dimenticata; con la seconda si è iniziato un ciclo, che continuerà anche l’anno prossimo, su quei film che a partire dal successo del romanzo Il prigioniero di Zenda del 1894 avevano dato vita ad un vero e proprio genere, Ruritania appunto, un mix di esotismo, avventura, storie d’amore, lotte di potere ambientate in un luogo non definito fra la Mitteleuropa e i Balcani, il più delle volte chiamato Ruritania ma anche Silistria o Anciovia. Un’altra sezione molto apprezzata ha reso omaggio ai 90 anni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con la riproposta dei 4 muti presenti nell’edizione del 1932, fra cui il celebre corto di Joris Ivens, Regen (Pioggia), e Tikhi Don (Il Placido Don), tratto dal romanzo di Mikhail Sholokhov, che per la prima volta fa assurgere al ruolo di protagonista gli spazi sterminati del paesaggio russo.

Altri appuntamenti cha hanno contraddistinto il festival sono stati il documentario di Jean Epstein sull’eruzione dell’Etna del 1923, La Montagne Infidèle, che era considerato perduto e trovato dalla Cineteca di Barcellona. Europa di Franciszka e Stefan Themerson, capolavoro polacco dell’avanguardia; La Dixième Symphonie del grande Abel Gance; Just Around The Corner uno delle due prove registica di una grande sceneggiatrice di Hollywood, Frances Marion. E hanno fatto sbellicare dalle risate Stanlio e Ollio, con il primo film doppiato in italiano, Ladroni, una ricostruzione del sonoro accanto al negativo delle versioni spagnola e di quanto rimaneva di quella italiana, più lunga di ben 15 minuti rispetto all’americano The Night Owls.

Altro titolo importante di questa edizione delle Giornate è stato Three Weeks del 1924, che non era mai uscito in Italia e l’unica copia conosciuta era al Gosfilmofond di Mosca. Nel 2020 la Cineteca del Friuli si era offerta di ricostruire digitalmente il film sulla base della sceneggiatura originale appartenente ad una collezione della University of Southern California, e nel 2021 furono mandati in Italia dalla Russia i file DPX 4K del film, che ora finalmente è stato proiettato al festival.

Le Giornate non sono solo cinema, ma anche musica. E soprattutto quest’anno possiamo ben dire grande musica. Se è infatti ormai quasi superfluo sottolineare la qualità dei musicisti che compongono il team ormai collaudato – composto da Frank Bockius, Neil Brand, Günter Buchwald, Philip Carli, Mauro Colombis, Stephen Horne, Maud Nelissen, José María Serralde Ruiz, John Sweeney, Gabriel Thibaudeau, Daan van den Hurk, Andrej Goričar, Louise Hayter, Jeff Moore, Bjarni Frimann e Ben Palmer – bisogna dire che il festival di quest’anno ha presentato delle importanti novità che vanno nella direzione di quella internazionalità e attenzione alle culture del mondo che, come abbiamo visto, sono una della caratteristiche precipue della manifestazione. Il primo riferimento deve andare alla musica che ha accompagnato la proiezione di Nanook. La nuova partitura di Gabriel Thibaudeau si è sapientemente ispirata anche ai suoni della natura artica e ha utilizzato il caratteristico canto di gola delle popolazioni Inuit portando a Pordenone dal Canada le cantanti Lydia Etok e Nina Segalowitz. Un evento musicale di gran fascino cui hanno contribuito il quartetto di flauti dell’Orchestra San Marco di Pordenone e i solisti Alberto Spadotto e Anna Viola. Alla musica spagnola, e a De Falla in particolare, si è ispirato il musicista messicano José María Serralde Ruiz che in questo modo ha voluto mettere in risalto l’ambiente nel quale si svolge la torbida vicenda del film inaugurale The Unknown, quella di un circo spagnolo. Elementi legati alla cultura tradizionale islandese unitamente a tracce di salmi religiosi sono sati materia su cui ha lavorato il musicista Thordur Magnusson per la nuova partitura di La storia della famiglia di Borg.

Un altro evento speciale – anteprima a Sacile e poi nel programma delle Giornate a metà settimana – è stato Up in Mabel’s Room (Nella camera di Mabel), presentato con una nuova partitura musicale di Günter Buchwald, che ha anche diretto la Zerorchestra.

Al musicista britannico Stephen Horne è stata commissionata una nuova partitura eseguita dall’Orchestra San Marco di Pordenone, arricchita per l’occasione di alcuni musicisti specializzati in musica celtica sotto la direzione di Ben Palmer, per The Manxman (L’isola del peccato), l’ultimo film del periodo muto di Alfred Hitchcock. L’evento replica domenica 9 ottobre alle 16.30 sempre al Teatro Verdi di Pordenone.

Novità assoluta della 41^ edizione delle Giornate del Cinema Muto è stato il primo incontro sull’importanza dei costumi nel cinema muto, frutto dell’inventiva di Deborah Nadoolman Landis, costumista di film di grande successo come The Blues Brothers, Indiana Jones e Il principe cerca moglie, per il quale ha ricevuto la candidatura all’Oscar. Lo spunto di quest’anno è stato offerto dai film di Norma Talmadge attraverso i quali la costumista e storica della moda Michelle Tolini Finamore ha analizzato la storia della moda e dei costumi nel cinema delle origini.

Deborah Nadoolman Landis, assieme al marito John, sono stati per la seconda volta, anche ospiti illustri per tutta la durata del festival.

Grazie allo streaming e all’ormai collaudata collaborazione con MyMovies, anche quest’anno il festival è stato seguito da ogni parte del mondo, esattamente da 37 paesi. Al primo posto gli Stati Uniti, seguiti da Gran Bretagna, Italia e Giappone. Il film più visto è stato film The Runaway Princess.

Le Giornate avranno anche quest’anno, per la quinta volta, uno spin-off a Parigi alla Fondation Jérôme Seydoux-Pathé a fine ottobre. The Unknown, con la partitura composta da José María Serralde Ruiz, verrà proposta a vari festival internazionali.

Per il 2023, il festival si svolgerà dal 7 al 14 ottobre. Proseguirà la retrospettiva dedicata alla Ruritania, con più commedie, e anche gli incontri sull’importanza dei costumi nel cinema muto.

Le Giornate del Cinema Muto sono realizzate grazie al sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema, del Comune di Pordenone, della Camera di Commercio Pordenone-Udine e della Fondazione Friuli.

Comunicato stampa

Share This