Non ha più alcun senso nel nostro paese parlare ancora di post rock o della scena indie italiana dopo che tutto è stato triturato e omogeneizzato in un insipido pappone dai talent show nei quali si esibiscono i cascami e le vecchie glorie decadenti del rock italiano, fianco a fianco con ragazzine cresciute a psicofarmaci e smarties.

Per fortuna, ha ancora molto senso parlare dei Marlene Kuntz che di quella stagione sono stati capitani coraggiosi e che oggi sono naviganti di lungo corso, autentici pirati in un mondo di diportisti della domenica con il salvagente a ciambella.

La band di Godano e Tesio, membri fondatori, non sbaglia un album da trent’anni, imponendo i propri suoni e la propria visionarietà a quella parte del pubblico italiano ancora vigile e vegeto, nonostante le massicce dosi di sedazione inoculate dalla televisione e dai social.

Molti di questi si sono dati appuntamento qualche sera fa, nella splendida sala del Capitol di Pordenone per il concerto di presentazione di “Karma Clima” fiammante, nuovo concept dei Marlene Kuntz.

Come dimostrano le recentissime trionfali tournée italiane dei Sigur Ros, The Cure, Bon Iver e altri, nel nostro paese c’è ancora tanta voglia di musica con la maiuscola, di quella pensata e sudata sul palcoscenico.

Quello della ripresa della musica dal vivo e dell’esperienza del concerto è certo un fenomeno in crescita e di ritorno all’essenza della musica che è, prima di tutto, condivisione di emozioni da vivo a vivo, al di la delle forme d’intermediazione virtuale e digitale. I solchi di un vinile e tanto meno i bites di un computer non saranno mai in grado di sostituirsi alle “good vibrations” di un concerto suonato in un club o in una qualunque arena.

Non è certo uguale a nessuno il Capitol di Pordenone, un “covo di pirati” che da tempo offre sul proprio palcoscenico il meglio della musica alternativa e indipendente.

Per realizzare il loro ultimo lavoro che la band sta presentando in questo tour autunnale, i Marlene Kuntz hanno voluto prendere le distanze, anche fisicamente dal “rumore bianco” della società contemporanea che vive negli alveari urbani e che sembra aver perso ogni orientamento e direzione.

Per ritrovarli o per provarne altri Godano e soci hanno deciso e sono ormai tre anni, di allontanarsi dai centri di gravità delle grandi città diventati solo le squallide periferie di se stessi e muovere oltre i limiti della massificazione urbana che condiziona, schiaccia e contamina ogni creatività autenticamente libera e nomade.

Come diceva Marley: “Il sistema Babilonia è un vampiro che succhia (il sangue) dei nostri bambini giorno per giorno” e allora via da Babilonia verso gli altri mondi possibili della vera comunione e della condivisione, luoghi nei quali sia di nuovo più agevole pensare e riprogettare un’alternativa, una nuova prospettiva rispetto alla catastrofe che è davanti agli occhi di tutti.

Le distopie che la narrativa d’anticipazione di Brian Aldiss, P.K. Dick, Frank Herbert, James Ballard avevano immaginato sono ormai il nostro quotidiano. Il riscaldamento globale, il cambiamento climatico, il processo d’entropia e la desertificazione del pianeta non sono più solo fantasie di qualche scienziato pazzo o di qualche profeta psichedelico in acido, basta guardare un telegiornale o le previsioni metereologiche per capire che ormai sono cronaca.

L’unico futuro immaginato dalla fantascienza che non si avvererà è quello post-atomico semplicemente perché dopo la guerra termonucleare non ci sarà alcuna possibilità di vita biologica sul nostro pianeta che diventerà solo un sasso radioattivo.

Riflettere sul cambiamento climatico, anche in musica, non è più solamente il vezzo di un qualche scioperato giovinastro figlio dei fiori o di una ragazzina con le trecce e la sindrome d’Asperger , è un bisogno primario.

Proprio in questi giorni i “grandi” della terra si ritrovano a Sharm el-Sheikh con trentamila delegati a discutere dell’argomento davanti ai loro cocktail, il sushi di tonno rosso, con l’aria condizionata a palla; tutto condito dalle solite menzogne e relative fanfaluche.

I Marlene Kuntz, molto più pratici e onesti, hanno scelto di farsi ispirare da piccoli luoghi della montagna piemontese, nell’ordine: Ostana ai piedi del Monviso, Paralup in provincia di Cuneo e poi il Birrificio Baladin in località Valle a Piozzo (CN) che in montagna non è, ma che è un luogo di cultura e Resistenza. Quella di “andarsene in montagna” è davvero una scelta da partigiani come nella migliore tradizione delle Langhe che i friulani sentono idealmente vicine alle montagne della Carnia.

Centri meno noti e famosi del “non luogo” sul Mar Rosso ma autentici, reali e vivi nel loro essere “altrove” periferici, sul ”bordo esterno della galassia”; luoghi adatti, insomma, per iniziare una rivolta contro l’assurdo sistema di gestione delle risorse che stà distruggendo il nostro pianeta.

E’ solo dal margine che possiamo farci un’idea dell’insieme e gettare oltre il nostro sguardo verso il futuro, dal centro possiamo guardare solamente le nostre scarpe rotte.

Un vento elettronico ha introdotto la band sul palco del Capitol, i musicisti sono entrati alla spicciolata in un’atmosfera da film di John Carpenter con la tastiera che suonava come in “1997: Fuga da New York”. Buon ultimo è salito Cristiano Godano, (voce e chitarra sferzante) che è ancora lo Snake Plisken del rock italiano che tutti s’immaginano e desiderano.


L’evocativa introduzione ha lasciato ben presto il posto alle prime note di Come stavamo ieri ed è stato subito un tuffo con la faccia in avanti nel passato della band: “Sento l’inutilità obbligata delle scuse solite…quanto fa male ritornare al gelo dei sorrisi uccisi” e non ci si sbaglia è ancora il suono ruvido, vetroso e solido, attribuibile anche alle distorsioni della chitarra di Riccardo Tesio, che distingue da decenni la band di Cuneo che appare in forma smagliante; certo ritornare ad alcuni ricordi, anche personali, che legano una generazione intera a questi versi e a queste sonorità, fa perfino un po’ male, ma come dicevano le nonne di una volta: “Per godere bisogna soffrire” e quindi “Uccidiamo paranoia” .

A farlo ci pensa, infatti, il brano Ineluttabile: “Solo agli sguardi è concesso di sperdersi nell’aria, perché un sospiro può affilare il taglio del rasoio” arriva lento e violento come un pugno a martello; grazie anche al devastante basso di Luca “Lagash” Saporiti, i suoni hanno un incedere dal gusto stoner di una schiacciasassi “nessuna possibilità di condividere sfiducia”. I Marlene Kuntz sono apparsi letteralmente abrasivi, acidi e scarnificati come non mai, anzi come sono stati sempre. Con il tempo i loro riff e il cantato sono diventati scientemente ancora più ossificati e disadorni, musicalmente più efficaci e fulminanti.

Solstizio è una danza tribale attorno ad un albero morto sotto un sole spento “no, non c’è ombra non c’è” in una realtà calcificata e disanimata; oggi forse non possiamo essere né partecipi e nemmeno troppo ragionevoli e le rasoiate della chitarra sotto i colpi pestati e violenti della ritmica sono del tutto abbacinanti.

E’ la Sacrosanta verità: “Sono stufo di quello che le parole non dicono quando vengono dette passando in rassegna combinazioni del cazzo di pensieri stupidi” lo siamo davvero tutti. La band prende velocità e si getta in picchiata con i motori che rombano al massimo, mordendo il vento e picchiando durissimo fino a schiantarsi in un fuoco d’artificio di pura, sacrosanta verità.

Io e me:“Scalerò le montagne ogni volta che mi sentirò trascurato dal me stesso che piace a me”

La galoppata continua e questa volta si sale verso la vertigine assoluta della “cenciosa e rapace solitudine”; un brano che è una sassata che ti fa sputare i denti, duro e aggressivo che cresce fino ad esplodere in una cacofonia sonora che raschia e sputa come le cose più belle.

Il brano è come un fiore di metallo che cresce tra rovi di filo spinato. I Marlene Kuntz migliori sono sempre quelli che finiscono per perdersi nelle voragini delle dissonanze free form fino a dissolversi nel fuoco delle distorsioni.

Godano finalmente saluta il pubblico dicendo di quanto la band si senta legata al territorio friulano e in particolare ad un figlio illustre di Pordenone il “Detective dell’impossibile” Teho Teardo.

Spiega che l’idea del concept “Karma Clima” si è generata dal desiderio di raccontare una distopia reale, per cantare il cambiamento climatico in modo poetico attraverso un’opera artistica.


L’aria era l’anima
“fastosi arabeschi, astrazioni, geometriche visioni” è una ballad morbidissima, sospesa e drammatica con le note del piano che rendono tutto pericolosamente soffice. Le dita di Davide Arneodo la rendono ancora più “carezzevole, carezzevole” fino a farci inghiottire e soffocare nel presagio di uno sguardo lontano nel quale non resta altro che affogare “nella notte insonne che ci logora”.

In Scusami la voce di Godano ha la forza sgraziata di ciò che è vero e inconfondibile che ti guarda negli occhi e ti stringe la mano ma non ce la fa proprio a chiederti scusa, “presuntuoso e sterile” e va bene così.

E’ banale dire che Schiele, Lei, Me ha una forza pittorica e disegna un’atmosfera con la matita dei suoni; è subito evidente che c’è di mezzo una visione dell’artista viennese Egon Leon Adolf Schiele che metteva in scena il suo decadentismo pittorico in un ambiente malato, sensualmente luetico di lepidezze postribolari. Viene da pensare a quei volti scarnificati e allucinati, alle mani nodose, all’estrema morbosa magrezza di certi soggetti oscenamente divaricati e intrecciati, viventi nature morte adolescenti divorate dall’interno da terribili morbi. “Vedi lo stesso disegno? Le chiedo giocando a fare l’altro e non me”.

Ne La canzone che scrivo per te “Desideri e capogiri… la tua essenza misteriosa… per quel che mi riguarda sei un continente obliato. Per quel che ho visto in fondo mi è piaciuto”; evoca la solita tipa dei Marlene Kuntz distante, distratta e, in fin dei conti, dimenticabile, che ti lascia solo con l’amaro in bocca e nel dolore ma che tu sei quasi più contento di rimpiangere che continuare ad amare.

Vita su Marte è uno dei brani più intensi del nuovo album, ha il fascino strano di un nuovo inizio e di un pianeta visto da un’altezza siderale: “Mentre il mondo malato la sotto è una camera di combustione”. La vena madre della creatività della band sembra essere ancora molto feconda e il loro attuale progetto musicale dimostra che hanno ancora un sacco di cose da dire e da suonare.

Distesa di nubi come zucchero filato” visto dall’alto un mondo che muore ha la bellezza fredda e siderale di ciò che splende mentre si sta esaurendo. E’ come una meravigliosa stella, che in realtà è un ammasso di gas incandescenti ad altissima pressione del tutto priva di vita.

La fuga è tracciata da campane sintetiche che ricordano quelle dei bovini al pascolo, su tutto aleggia un’aura tribale.

C’hanno imbrogliati, divisi e domati donandoci socialità inquinante, inquinata”

La ritmica ossessiva dilata il tempo e lo rende una corda che s’attorciglia fino a spezzarsi. Pesantissimi e veloci come i colpi di maglio del batterista Sergio Carnevale, i Marlene Kuntz chiudono con suoni sporchi e distorti come pensieri che ci “rimbombano dentro nel nostro svanire, perduti dentro di noi”.


Impressioni di settembre
è la versione acuminata, contemporanea della band del fantastico brano della Premiata Forneria Marconi; tra le tante, è l’unica ad essere quasi più credibile dell’originale. Le intuizioni beat-prog di Mogol, Pagani, Mussida riprendono vita e si fanno nuova carne in una foschia rosso porpora. “Death to Videodrome! Long live the New Flesh!”

Pelle è la tua proprio quella che mi manca..Odori dell’amore nella mente dolente, tremante, ardente” una scabra, legnosa nenia erotica e lasciva che ti spinge ad amare fino a far male e fa urlare e gemere le chitarre così come le ragazze di trent’anni fa e anche quelle che li avranno fra non molto che si estasiavano, l’altra sera, al Capitol di Pordenone.

Il rock è di certo anche una ragazza che balla e salta contro il cielo Nuotando nell’aria mentre gli strumenti della band gridano a squarciagola.

I Marlene Kuntz sanno ancora farti urlare, scuotere, vibrare fino a non poterne più e, naturalmente, a volerne ancora e tanto.

Dal pubblico, infatti, si grida a Godano: “Nudo, Nudo, Nudo” lui ironico risponde facendo capire tutto un mondo “Non sono mica Manuel Agnelli!”

Paolo Anima Salva dichiaratamente dedicata al poeta genovese, è una ballad che si chiede come fare per trovare davvero le anime salve degli amici fragili di cui facciamo parte o cui sentiamo di appartenere. “Si chiede come si potrà mai fare per darsi vita e rintracciare le anime belle e salve che cantava De Andrè” e tanto basta.

Quando il novanta per cento dell’esibizione era già andata, qualche disturbo all’amplificazione ne ha rallentato la conclusione, ma è stata questione di un istante e si è ripartiti a velocità doppia come fosse niente.

Dice Il genio (L’importanza di essere Oscar Wilde) che “mi piacerebbe arrivare a non essere frainteso… non aver niente da dichiarare eccetto che” il Rock’n’Roll petroso e polveroso come in una tempesta di vento dei Marlene Kuntz sa prenderti a “calci in faccia” fino a disorientarti.

Improvviso, il primo bis si abbatte sul pubblico come una violentissima frustata Lieve: “Forse, davvero, ci piace, si ci piace di più oltrepassare in volo, il volo più in là”.

Immediatamente, i decenni passati sembrano niente, anzi sembrano domani e anche se nel frattempo è successo di tutto, comprese un paio di atroci guerre mondiali a “bassa intensità” e l’accelerazione del cambiamento climatico ci fa sfrecciare sull’autostrada per l’inferno, Lieve ci fa “svenire per sempre persi dentro di noi” e ci fa capire che nonostante tutto i Marlene Kuntz sono ancora li a scalciare con i pugni rivolti contro il cielo dell’indifferenza.

Sono sempre loro che intonano Grazie per tutto quanto con suoni d’organo in sottofondo che sanno d’offertorio; semplicemente grazie “nell’amore più puro in un tepore nuovo di celesti lenzuola e del loro ristoro” ha un che di religioso e al contempo prosastico e scurrile, una spina piantata sul palmo di una mano; e via in glissando e distorsioni varie fino alla dolcezza dello sbiadire tra cromatismi e contorte geometrie.

E se è vero che “In cauda semper stat venenum” è anche vero che Sonica ha sempre un gran tiro e che, in fondo al concerto, la band stava ancora pestando come un fabbro, lavorando il minerale incandescente della loro musica che brucia, cauterizza e ci salva dalla cancrena della nostra indolenza.

Finiti i giochi al Capitol, i Marlene Kuntz non se ne sono andati dal palco ma sono letteralmente evaporati in una nuvola di suoni acidi così com’erano venuti.

Con un filo di speranza Murray Bookchin scrive nel suo celebre L’ecologia della libertà: “Tuttavia la capacità distruttiva dell’uomo moderno è una prova paradossale della potenzialità ricostruttiva dell’umanità. Le forze tecnologiche che abbiamo scatenato contro l’ambiente contengono molti degli elementi necessari alla sua ricostruzione”.

Non ci resta che sperare anche noi che sia davvero così.

© Flaviano Bosco – instArt 2022

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