Il festival di Cormòns tra Jazz e vino è sempre stato in grado di coniugare ricerca musicale, meraviglie eno-gastonomiche, cultura e territorio e anche quest’anno non si è per nulla smentito proponendo un cartellone d’altissimo livello che ha traguardato la tradizione più consolidata con il domani, con una progettualità e prospettive che vengono da lontano ma che sono capaci di guardare al futuro prossimo e oltre.

Ad accogliere gli spettatori in sala, sullo schermo del teatro comunale di Cormòns, per la 25 edizione di Jazz & Wine of Peace, c’erano le foto dei giornalieri e i filmati che illustravano i concerti precedenti. Splendidi scatti freschi di giornata che, sera dopo sera, hanno riassunto in immagini il fittissimo programma dell’edizione dei cinque lustri. L’associazione Controtempo, che organizza da sempre i più prestigiosi festival jazz della Regione, ha da tempo creato uno straordinario sodalizio tra le arti visive (Fotografia, cinema, fumetto ecc) e il Jazz.

Lo spettacolo che è servito da apertura alla manifestazione con la proiezione del film muto “Safety Last” di Harold Lloyd (Usa 1923), con il commento musicale composto e suonato dal vivo dalla Zerorchestra, riassume di per se lo stile e la filosofia di una proposta culturale autenticamente multimediale e stratificata che a Cormòns con le sue meravigliose cantine del Collio incontra anche il nettare germinato dalle lacrime d’amore di Dioniso nel segno della Pace e sappiamo bene quanto abbiamo bisogno di quest’ultima e di certo il vino ci aiuta.

Michel Portal MP85 Nils Wogram: trombone, Bojan Z: piano, Fender Rhodes, Bruno Chevillon: contrabbasso, Lander Gyselink: batteria, Michel Portal: clarinetto basso.

Il jazz diventava maggiorenne proprio contemporaneamente alla VII arte, non a caso il primo film sonoro si intitolava Il cantante di Jazz (Alan Crostland, Usa 1927); pensandoci, quasi per caso viene alla mente una vecchia canzone di Paolo Conte che sulle suggestioni di quei tempi ha costruito il proprio immaginario e il nostro: “Ho ballato di tutto, lo sai sui sentieri dei grammofoni, sai. Woody, Woody. Ho ballato un po’ con tutti, lo sai gente nuova e gente vecchia, lo sai. Smoothie, smoothie.”

Michel Portal appartiene proprio alla stessa generazione di Conte, pochi anni li dividono e anche lui ha “ballato un po’ con tutti”. Non serve dire che è un gigante del jazz europeo fin da quando esiste un genere che così può pienamente definirsi.

Classe 1935, cominciò ad avvicinarsi alla musica afroamericana con i V-discs della II Guerra mondiale, il resto è storia; le sue collaborazioni e la sua discografia sono davvero sconfinate, in sessant’anni di carriera ha esplorato tutto il possibile dal jazz, dall’avant-garde fino alla musica concreta o d’arte; in questo senso magistrali le sue collaborazioni con K. H. Stockausen e Pierre Boulez, senza contare migliaia di concerti e varie esibizioni; per nulla secondaria nemmeno la sua carriera di compositore per il cinema.

Si è scritto moltissimo su di lui, ma in realtà non tutto perché Portal deve ancora concludere la sua carriera e a Cormòns ha dimostrato di non averne per nulla l’intenzione.

Salutato da una meritatissima ovazione del pubblico, attorniato dalla sua band di straordinari musicisti, Portal ha velocemente ringraziato per subito imbracciare e imboccare il suo clarinetto basso. Il primo brano è stato dolce e scandito dai semplici ma intensi fraseggi del maestro che, dopo sei decadi di carriera, sa incantare e convincere. Certo i musicisti che si è scelto sono decisamente all’altezza della situazione anche se tre su quattro potrebbero essere suoi nipoti.

Il secondo brano inizia con il pianista che fa la ritmica battendo sulle cordiera e sulla cassa armonica a mano aperta, mentre il clarinettista intona una melodia vagamente mediorientale e turchesca seguito dagli altri in un “caravanserai” affascinante e con qualche piacevole esotismo.

La sensazione che si ricava dal sound complessivo della band è tutt’altro che nostalgica o senile. Portal e i suoi suonano qualcosa di assolutamente contemporaneo e non c’è proprio niente di autocelebrativo, se si chiudono gli occhi non ci si accorge nemmeno di aver davanti un ultraottantenne. I suoi modi, i ritmi incalzanti e la sua musica sono complessi e vigorosi, spesso più vitale e fresca di quella che suonano musicisti che hanno un quarto dei suoi anni. Il concerto era basato principalmente sulle composizioni dell’ultima incisione di Portal “MP85” pubblicata un paio d’anni fa che testimonia del suo stato di grazia e della sua vitalità creativa senile.

Certo, quando tra un brano e l’altro interagisce con il pubblico scambiando qualche ironica battuta, si capisce bene che, pur essendo ben presente a se stesso, appartiene ad una dimensione al di fuori del tempo, parla direttamente dal paradiso dei musicisti che già abita, un po’ come quello del film “Soul” di Pete Docter (Usa 2020).

Stupefacente il modo in cui entra perfettamente in battuta rispondendo con automatismi allo spartito, le sue dita sulle chiavi del clarinetto reagivano quasi da sole a quello che i suoi occhi leggevano, quasi fosse un tutt’uno con il proprio strumento. Era perfettamente in quella che la moderna psicologia definisce “Esperienza Ottimale di Flusso” (Flow’s Optimal Experience), un particolarissimo stato di concentrazione che è propria dei grandi Maestri, proprio come lui.

James Brandon Lewis Trio. Christopher Hoffman: violoncello, Max Jaffe: batteria, James Brandon Lewis: sax tenore

Il concerto si è svolto nell’incantata Villa Vipolže (Slo) in collaborazione con il festival Oktober Jazz di Nova Gorica. Già i suoni del sound ceck che uscivano dalle finestre del piano nobile della Villa adagiata su una collina del placido Collio sloveno facevano presagire un evento eccezionale che non ha tardato a manifestarsi confermando gli auspici.

Il sax tenore nella musica afroamericana da Coleman Hawkins in poi rappresenta la chiave che apre le “porte della percezione”; senza citare Sua Divina Grazia John Coltrane, è l’occasione per ricordare il suo fratello spirituale Pharoah Sanders che da poche settimane ha intrapreso la sua “seconda navigazione”, oppure Sonny Rollins che ancora, fortunatamente, deve concludere la sua prima.

James Brandon, classe 1983, (nemmeno quarant’anni!) dal luminoso futuro si inserisce in quella lunga tradizione con la volontà, il talento e le capacità per lasciare il proprio segno nella memoria di tanti e non vi è dubbio alcuno che ci riuscirà.

In un pomeriggio dell’autunno più viscido, umido e caldo che si ricordi a memoria d’uomo, con un’atmosfera da foresta tropicale tra le vigne di ribolla da appannare anche gli occhiali, Brandon ha confermato di meritarsi pienamente l’impegnativa fama di migliore ancia tra Free, Funk, Hip Hop, Solid Rock attribuitagli dai media del settore.

Assistere alla sua esibizione in trio con pards assolutamente al suo livello è stato perfino disturbante tanta era la bellezza di ciò che i musicisti riuscivano ad esprimere e immaginare con i propri strumenti.

Quando Brandon ha cominciato a soffiare nel suo sassofono, leggermente effettato in modo naturale perché nel salone della villa c’è un certo riverbero e non c’è regolazione dell’amplificazione che possa farci qualcosa, il pensiero è andato subito agli spazi interstellari dell’ultimo Coltrane. Nel prosieguo dell’esibizione si è capito che il percorso di Brandon è tutt’altro e che la sua ispirazione preponderante è quella che gli viene da Sonny Rollins. Il suo fraseggio è spesso breve, ironico e inframmezzato anche da momenti di silenzio, non è per nulla una “sheet of sounds”. Non risparmia di certo la sua ancia me ha la grande capacità di sapersi fermare ed ascoltare.

Hoffman faceva scaturire la sua magia da uno stranissimo violoncello elettrico sia con l’archetto, sia a pizzico costruendo attraverso il Synth una teoria di suoni davvero bizzarri, se non inauditi almeno insoliti.

Il batterista Jaffe, con un osceno berrettino frigio giallo fluo, ha dimostrato di essere un vero virtuoso delle percussioni, astratto e quasi metafisico; disintegrava con le sue bacchette ogni traiettoria ritmica consueta in una proliferazione prospettica di linee esplose che superava ogni possibile lineare successione temporale con il sovrapporsi delle distorsioni del violoncello; il risultato è stato sorprendente; l’insieme è folgorante, estatico, travolgente. La sensazione che trasmettono è quella di essere un collasso sonoro dal fascino ipnotico di catastrofe. Le esplosioni del sax di Brandon calavano su questo magma sonoro come una folgore, con una forza percussiva che sapeva anche essere incredibilmente narrativa. Di certo la New Thing degli anni ‘60 è uno dei momenti d’ispirazione del trio ma il nome per questa “nuova cosa” lo dobbiamo ancora trovare.

Dopo il primo monumentale brano ne è seguito subito un altro dall’incedere rockeggiante esploso in mille lapilli incandescenti di una forma musicale contorta, indefinibile o ancora da inventare, con suoni metallici dalla batteria meravigliosi, impervi e perfino, spesso del tutto incongrui che “spezzavano le gambe” a chiunque cercasse di interpretarne la provenienza o la direzione con l’utilizzo straniante e minerale di loops e riverbero.

I tre hanno l’inusitata capacità di passare dall’inferno urbano di suoni tra i più aspri alla morbidezza di attimi quasi romantici e melanconici nel breve spazio di una pulsazione coronarica.

Sono del tutto sconcertanti anche per gli appassionati più scafati che fanno fatica a credere a quello che stanno ascoltando.

Le frasi brevi e ripetute in rapida successione ritmata del sassofonista sono di certo prese da Sonny Rollins, più volte omaggiato con il ricordo di brevi passaggi e accordi resi del tutto personali in una rilettura che ha poche pietre di paragone.

Quando poi al prodigio delle ance si accodano gli altri due musicisti, il gioioso deragliamento in musica è completo. La “cosa” che suonano può essere etichettata forzatamente in molti modi ma in realtà è un evento che si compie e che fuori dalla sala del concerto, ha tutt’altro significato, vengono in mente la furia creativa di Rahsaan Roland Kirk che, decisamente, si sposa oggi con le durezze della nuova frenesia dell’attuale Free form e, per non farsi mancare niente, qualche venatura Punk rock.

In alcuni momenti, suonano davvero a colpi d’ascia con una forza irriverente, terrificante e spaventosa che nei momenti di relativa quiete, durante l’esibizione, fa ancora più paura.

Alcuni brani si distendono in melodie di ballad suadenti ma le ritmiche serpeggianti non mancano di evocare i futuri ruggiti che non tardano mai troppo a scatenarsi come violenti manrovesci. Basterebbero i forsennati incontri del violoncellista e del batterista a rendere formidabile questo combo con le loro battute sghembe, aperte e dall’incedere minaccioso.

Brandon dimostra di essere umano solamente quando, di tanto in tanto, si sistema gli occhiali che tendono a calargli sul naso, per il resto è pienamente un alieno caduto sulla terra da un altro pianeta, un dio del tuono che domina gli elementi con i suoni che soffia nel collo d’oca del suo strumento.

Queste parole possono sembrare troppo liriche o infantilmente entusiaste, ma si sfida chiunque a non restare stupefatto e sbalordito fino all’estasi di fronte a tanta meraviglia che travalica ogni confine musicale, perfino quelli vastissimi della stessa musica d’ispirazione afroamericana. In casi come questi non si suona un genere, è la musica stessa che manifesta la sua stessa essenza metafisica e astratta attraverso gli artisti, hegelianiamente uno dei momenti più alti nei quali lo spirito assoluto si riconosce e prende coscienza di se. In termini meno fumosi: la musica si fa miracolo.

A furor di popolo il trio ha concesso un immediato bis. E’ stato incredibile vedere come i musicisti siano riusciti ad esprimere sottotraccia nella deliziosa burrasca di suoni che producevano anche una precisa volontà melodica che si spingeva fino ad alcuni accenni R&B, Soul e Funky in un’ibridazione spettacolare che potremmo presto riascoltare su disco in uscita (marzo 2023) che promuovevano, tra i brani da tenere particolarmente sott’occhio: The Blues still Blossoms, Someday We’ll all be Free, Background, Eye of I; dal vivo, come si dice, “spaccano”, sicuramente sarà lo stesso anche tra i “solchi”.

Julian Lage duo: Jorge Roeder: contrabbasso, Julian Lage: chitarra elettrica.

Prima dell’ultimo concerto della rassegna, la divertente “coppia comica” di presentatori del festival, Pierluigi Pintar e Riccardo Tomadin, come dei “Gianni e Pinotto” nostrani hanno intrattenuto brevemente il pubblico coi ringraziamenti di rito ai realizzatori, agli sponsor e battute sagaci sulle delizie del vino, della musica e su chi li frequenta entrambi.

Al di là dei piacevoli frizzi e lazzi, un sentito ricordo è stato dedicato a Claudio, Paolo e Fulvio tre persone fondamentali per l’Ass. Controtempo e per Jazz & Wine of Peace che hanno deciso di sorpassarci nella salita al Monte Ventoso della vita e che ci aspettano più in alto.

Visto che il batterista Eric Doop si era dato malato, Lage, da vero professionista, ha voluto suonare ugualmente in duo con il suo contrabbassista. A soli trentaquattro anni, il chitarrista di Santa Rosa, California è considerato dalla critica e dagli appassionati un maestro del futuro con un presente incredibile.

Il concerto si è aperto con un blues ruggente da pieni anni ‘20 e se non fosse per i suoni debitamente aggiornati si penserebbe all’alba della swing quando tutto doveva essere deciso e in Europa furoreggiava il magnifico zingaro con la sua chitarra italiana. (Twilight Surfer)

Certo si capisce subito che Lage è un fenomeno della sei corde ma il suo contrabbassista non è certo da meno. Roeder, oltre a sostenere la ritmica, duetta alla pari con il chitarrista in una divertentissima serie di rimandi e controcanti.

Il duo, accordo dopo accordo, ha creato un’atmosfera languida e suadente. Alcuni brani avevano un che di spagnolesco come un ricordo di flamenco con tanto di arpeggi andalusi e ritmi assolati alle cinque della sera, naturalmente tutto nella luce di un nuovo pomeriggio Manouche e chi ha orecchie per intender, intenda. (Double Stops)

Con “Boo’s Blues” riesplodeva ancora la maestà del blues frizzante e alcolico quanto basta con quella punta di genio e sregolatezza che rende la vita meno amara, d’altronde il blues alla radice è una bellezza triste come una desolata felicità che si contraddice in musica perché non potrebbe sopportarsi in altro modo.

Il duo sa anche disegnare lontani paesaggi e strade felici che puntano all’orizzonte e ai cieli tersi mentre sorridono in spericolati virtuosismi.

Tutta la prima parte del brano “Emily” è stata eseguita dalla chitarra solista in una nenia serale che sembrava una triste serenata di qualcuno che rimugina sul proprio sfortunato amore che non c’è e non ci sarà mai più, è una specie di ballata in ricordo dei bei giorni tristi che non torneranno tanto presto. A rispondere a tono è stato naturalmente il contrabbasso che cercava in qualche modo di lenire le ferite riuscendoci pienamente.

A parte qualche salutare venatura dolce-amara sottolineata da suoni che si sono tinti di scuro, virando di intensità fino ad un vibrato mandolinesco di grande effetto, il duo è stato divertente e solare, tutt’altro che disimpegnato ma godibile con il cuore fino a non riuscire a tenere fermi i piedi.

Claudio Corrà, Paolo Burato e Fulvio Coceani che si sono goduti tutto dal paradiso del jazz hanno di certo sorriso contenti e brindato alla salute di tutti noi con il vino della Pace.

© Flaviano Bosco – instArt 2022

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