Parafrasando alcuni versi del Barbiere di Siviglia di Rossini si è voluto creare un titolo ad effetto forse un po’ pulp per uno degli eventi culturali che hanno segnato la scena culturale nell’ultimo scorcio del 2025 nella nostra Regione .

Nella decima scena del secondo atto dell’opera di Rossini il conte D’Almaviva per la sua Rosina ha brigato con Figaro e un Notaro per organizzare il matrimonio a sorpresa ai danni di Don Bartolo, tutore della fanciulla. Don Basilio, l’ipocrita maestro di musica, potrebbe rompere le uova nel paniere:

– Conte (chiamando a parte Don Basilio, cavandosi un anello dal dito, e additandogli di tacere) Ehi, Don Basilio, questo anello è per voi.

– Basilio: Ma io…

– Conte (cavando una pistola) Per voi vi son ancor due palle nel cervello se v’opponete.

– Basilio (prende l’anello) Oibò , prendo l’anello. Chi firma?

I primi due titoli in cartellone della stagione di Lirica e balletto 2025/2026 del prestigioso teatro triestino sono stati, è ormai chiaro, Il Barbiere di Siviglia di Rossini e Le nozze di Figaro di W. A. Mozart.

Il barbiere più famoso della lirica mondiale deve i suoi natali alla fantasia di Pierre-Augustin De Beaumarchais (1732-1799), avventuriero e scrittore francese, che scrisse una trilogia (due commedie più un dramma) con al centro il conte D’Almaviva e lo scaltro popolano Figaro.

I primi due titoli della saga di Beaumarchais hanno avuto molteplici adattamenti musicali anche di grandissimo valore, non solo quelli celeberrimi di Mozart e Rossini, si pensi al “Il Barbiere di Siviglia” di Paisiello (1782). L’ultimo capitolo delle avventure di Figaro, intitolato “L’Altro Tartufo o la madre colpevole”, è stato messo in musica, fino ad ora, solo da Darius Milhaud nel 1964.

Naturalmente, tutte queste opere rappresentano universi musicali diversi e in alcuni casi del tutto opposti; accontentiamoci di dare un’occhiata solo a quelle appena rappresentate a Trieste, ne abbiamo a sufficienza da dire.

Replica del 30/11/2025

Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini. Poche altre opere hanno una fama così eterna e luminescente come quella composta dal compositore pesarese; chiunque, in ogni parte del globo, a qualunque latitudine, conosce qualche nota dell’aria di Figaro del primo atto: “…sono il barbiere della città, della città, della città”, si canta perfino nei cartoni animati di Tom &Jerry.

In una Trieste che sapeva già di Natale con frittelle e luminarie già allestite e con le proverbiali macchie d’unto su giacche e paltò si è aperta la stagione lirica con un allestimento prodigioso.

In questa particolare messainscena, lo splendido basso Marco Filippo Romano nei panni di Don Bartolo si è preso completamente la scena con un’interpretazione vulcanica tutta continui fuochi d’artificio. Assolmente splendida e inventiva la coregrafia che muove i personaggi nello spazio scenico in modo quasi frenetico senza però mai apparire troppo fuori registro.

Del tutto congrua la scenografia in stile neoclassico a cura di Pier Luigi Pizzi che mette in luce finalmente l’assoluta geometrica razionalità di Rossini nella ricerca di una “purezza ideale ed espressiva”, contro lo stereotipo comune che lo vuole sempre come un gaudente, libertino alle prese con le sue crapule e le sue “lombate di capriolo da inaffiare continuamente”.

La volgarità del nostro tempo confonde la brillantezza e lo scintillio con l’ostentazione, la prosopopea e la millanteria; la bellezza estetica e levigata diventa ornamento, esibizione e pompa. Di tutto questo è ben consapevole il Direttore Enrico Calesso, amato al Verdi per la sua bacchetta rigorosa ma leggera, preziosa senza mai essere sguaiata e pacchiana. Suoi tratti distintivi sono una raffinata eleganza di stile e una innata pacatezza. Con Rossini è facile eccedere per compiacere la grossolanità di un certo pubblico, Calesso per fortuna non ci prova nemmeno e la compagine orchestrale lo segue devotamente in buon ordine segnando momenti di pura estasi musicale durante la Sinfonia d’apertura.

In questo senso, Figaro, che apre la sua bottega nel mattino della scena seconda del primo atto, cantandolo al mondo, spesso diventa uno svagato, sguaiato imbonitore pieno di boria. Nel mondo del consumismo anche l’arte e la bellezza devono essere futili in qualche modo, diventa quasi inconcepibile lasciarsi trasportare dal virtuosismo in musica sulle ali del bello. Alessandro Luongo, il Figaro triestino, è stato al contrario saldo e sicuro nel suo periodare espressivo, luminoso e lieto.

Le verticali espressioni vocali e le velocissime dinamiche orchestrali non hanno necessariamente un misterioso signficato “ontologico”, anche se è tutto sempre discutibile. Rossini era tutt’altro che un rivoluzionario almeno dal punto di vista politico; era praticamente un compositore di corte molto legato alla tradizione, ai Borboni e agli altri regnanti italiani ed europei; alla base della depressione che lo portò all’abbandono delle scene nel 1829 anche il suo sentirsi fuori tempo davanti alle turbolenze rivoluzionarie che porteranno al 1848.

Della musica di Rossini sono state date infinite interpretazioni, da quelle viziate dal celebre giudizio di Beethoven per il quale il grande pesarese fu solo autore buffo perchè altro non era in grado di fare, a quelle di segno opposto e totalmente apologetiche che ne fanno il maestro assoluto della musica del suo tempo. La musicologia è una scienza difficile e volubile così come sono i gusti che trascolorano nel tempo; a parte gli stretti appassionati, chi si ricorda oggi di Paisiello che ai tempi del giovane Rossini era il Maestro di color che sanno?

Tra le interpretazioni più stravaganti e bizzarre della musica e della personalità di Rossini poche sono in grado di rivaleggiare con quella psicoanalitica di José Rallo Romero, professore emerito di psichiatria all’Università di Madrid e appassionato musicologo.

Partendo dalla predilezione del compositore per le voce femminili, Romero scrive così: “Identificazioni femminili ossia La voce della mamma. E’ risaputo che in Rossini esistesse una fissazione al livello della sua oralità. Essa si manifestava tanto in scariche pulsionali dirette – la sua ansia per il cibo – come attraverso sintomi e tratti del carattere. Il problema che ci poniamo è di sapere se esistono caratteristiche specifiche in questa sua fissazione orale, in relazione alla musica.

La mia ipotesi è che la voce rappresenti nel suo inconscio un ruolo fondamentale. Il mondo di Rossini, assicurano i musicologi, è quello della voce. In molteplici occasioni Rossini parlò del fascino che in lui esercitava la voce, in modo particolare per i registri estremi di ogni sesso, i castrati negli uomini e i mezzocontralti nelle donne.

La radice di questo fascino risiede, a mio giudizio, in una fissazione al timbro della voce di sua madre che agisce come oggetto parziale, parte della madre primaria fallica o fallico-fonica, con la quale Rossini realizza le sue prime e primarie identificazioni di carattere narcisistico”. E via di seguito con anodine considerazioni che riducono l’arte di Rossini alla sua psicologia e alle sue “freudiane” fissazioni infantili e alla sublimazione edipica del desiderio attraverso la musica.”

Con tutto il rispetto per la psicoanalisi applicata all’arte che, in questo caso, potrebbe essere, nel migliore dei casi, un’ipotesi di lavoro dalla quale prendere spunto, non si vede come queste elucubrazioni potrebbero aiutarci in una migliore comprensione del genio rossiniano. Per ora possiamo goderci un altro trionfo della sua opera più nota al Verdi di Trieste.

Replica del 14/12/2025

Le nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart.

La pur ottima messa in scena triestina in perfetta simbiosi con l’opera rossiniana di cui sopra, ha volutamente smorzato la forza politica dell’opera e prediletto un’interpretazione più cortigiana e borghese dell’intreccio.

Come nel Barbiere di Siviglia, un candore e una luce neoclassica voluta da Pier Luigi Pizzi pervadevano tutta la scenografia, i fondali, i costumi e le coreografie tanto da abbagliare lo spettatore che, già stregato dalla musica, finiva per non notare che l’opera non è un divertissement, sdolcinato e zuccheroso, ma una vera e propria provocazione meditata e convinta alle gerarchie del potere perfino quello pseudo illuminista.

Certo un plauso va alla direzione artistica che ha voluto le due opere insieme per la delizia del pubblico che non ha mancato di riempire in ogni ordine di palchi il teatro, ma l’aver appiattito il capolavoro di Mozart su quello di Rossini non rende giustizia a nessuna dei due.

In ogni caso, in questa messa in scena la direzione di Enrico Calesso è stata impeccabile, così come la risposta dell’orchestra e del coro del Verdi. Adeguati gli interpreti senza grandi protagonisti forse solo un Figaro troppo muscolare.

Sappiamo bene che l’opera mozartiana, commissionata dalla corte imperiale, ebbe una genesi piuttosto travagliata e anche se fin troppa enfasi è stata data alle traversie che compositore e librettista dovettero affrontare, certo è che non fu una passeggiata di salute.

Il potere imperiale di Giuseppe II d’Asburgo, figlio di Maria Teresa d’Austria è passato alla storia come il modello dell’assolutismo illuminato. “Tutto per il popolo, ma niente attraverso il popolo”.

In sostanza, l’imperatore accentrava su di se tutto il potere anche quello ecclesiastico e dando l’idea di favorire il popolo garantiva solamente il proprio potere assoluto. A onor del vero furono di grande impatto sociale le sue riforme sulla salute pubblica, sul salario dei braccianti, quelle giudiziarie ed economiche.

Grande attenzione dedicò al mecenatismo per la promozione di un’arte nazionale che promuovesse la diffusione della lingua e i valori propriamente tedeschi. Sotto questa luce vanno viste le commissioni a Mozart de “Il ratto del serraglio”, “Le nozze di Figaro” e “Così fan tutte”.

Il dispotismo, per quanto illuminato, non era gradito a chi come Mozart faceva parte delle logge massoniche come la Zur Wohltätigkeit (La Beneficenza), Zur Wahren Eintracht (La Vera Concordia) Zur gekrönten Hoffnung (Alla Speranza Incoronata) delle quali facevano parte anche suo padre Leopold e Franz Joseph Haydn.

Senza che l’imperatore e la sua corte se ne accorgessero o quasi, Mozart criticava il potere stigmatizzandone l’ipocrisia e la protervia, esortandolo a riforme ancora davvero radicali. Le logge massoniche che Mozart frequentava volevano riformare il sistema di potere, ma erano moderate dal punto di vista dell’azione politica. Solo la luce di Ragione avrebbe potuto sconfiggere la tirannide senza violenza e attraverso la Musica.

Vista la situazione politica attuale poteva essere il momento giusto per far comprendere quanto sia urgente e attuale il messaggio libertario di Mozart e quanto la protervia dei tanti odierni conti D’Almaviva andrebbe sbeffeggiata e derisa.

A molti alti papaveri sarebbe ora di “suonare il chitarrino” tra capo e collo, come si dice nella cavatina del primo atto, scena seconda:

“Bravo, signor padrone!…ora incomincio a capir il mistero…e a veder schietto tutto il vostro progetto…Non sarà, non sarà, Figaro il dice…Se vuol ballare, signor contino, il chitarrino le suonerò. Se vuol venire nella mia scuola, la capriola le insegnerò. Saprò…ma piano…meglio ogni arcano dissimulando scoprir potrò! L’arte schermendo, l’arte adoprando, di qua pungendo, di là scherzando, tutte le macchine rovescerò.”

Questa di Mozart e Da Ponte è una vera e propria dichiarazione d’intenti, un manifesto politico che, attraverso le armi accuminate dell’ironia e della dissimulazione, vuole letteralmente “rovesciare” gli inganni del potere. Alla vigilia della Rivoluzione francese erano parole pesanti, ma lo si sarebbe capito solo più tardi.

Come dicevamo la direzione artistica dello spettacolo non ha voluto prendersi questa responsabilità, preferendo l’estetica di un gradevolissimo spettacolo all’etica dei suoi significati, è un’occasione persa come tante altre; purtroppo qualcuno considera l’arte e la politica come fenomeni distinti e da tener rigorosamente separati.

Non per continuare con una polemica ormai frusta, ma il caso Venezi è assolutamente rivelatore di una questione sempre aperta e ancora rovente che andrebbe affrontato con giudizio e risolutezza una volta tanto.

Non è per nulla facile comprendere il messaggio che ci ha lasciato Mozart con questo suo “Marriage de Figaro”. Negli ultimi secoli le interpretazioni non sono certo mancate: Opera di corte un po’ cialtrona come i suoi detrattori volevano oppure spettacolo rivoluzionario illuminato dalla luce del progresso che suggerisce agli schiavi di ribellarsi a partire dalla scintillante ouverture, dopo è tutta questione di numeri su cosa farci stare o meno.

Alla fine dell’opera tutti sul palco: “ Questo giorno di tormenti, di capricci e di follia, in contenti e in allegria solo amor può terminar. Sposi, amici, al ballo e al gioco, alle mine date foco, ed al suon di lieta marcia corriam tutti a festeggiar.”

Questo augurio dinamitardo potrebbe sembrare anche eversivo, una sorta di incitamento alla rivolta per le nostre menti giacobine, ma al contrario può anche essere preso come una volontà di lasciarsi andare al piacere supremo della Musica senza voler per forza darle un significato o una prospettiva diversa da quella della sua manifestazione assoluta. La Musica nella sua essenza sublime non esprime, è.

E poi chissà perchè, forse per la legge del contrappasso viene da pensare a Carmelo Bene:

“Io non cerco di esprimere niente. Io sono la musica del Nulla. Non ho “messaggi” da offrire agli uomini. La mia voce è la voce del silenzio.

E cos’è il silenzio per te?

Un tempo musicale. E si intende che per me la musicalità è tutto. E’ la vita che si avvolge su di se, si sfalda, precipita nel Nulla. Da dove vengono le cose? Dove vanno? Ecco il problema. L’uomo questa “creatura di un giorno” come diceva un antico poeta greco, è nient’altro che una “situazione”.”

Dall’intervista “Io, la musica del nulla” di Giuseppe Grieco (Spirali” 183) raccolta su Panta, 30 2012.

Foto di F.Parenzan

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