Intensa messa in scena del Re Lear da parte della compagnia diretta dal decano del teatro italiano che ha saputo, ancora una volta, dare grandissima prova di se e della sua arte. La vicenda è stata collocata sapientemente in una scenografia che è una gabbia d’acciaio, cupa e scura come la brama di potere e l’avidità che incatena i protagonisti della tetra vicenda shakespeariana ai propri delitti. Di grandissimo effetto le proiezioni di ombre e luci che avvolgono la scena simulando uno stormo di corvi che volteggia minaccioso e ferale oppure lampi e tuoni per il clamore sinistro della guerra. Di grande effetto il sound design e la scelta delle musiche, vento, tempesta, vetri infranti, suoni industrial e nel finale l’assolutamente significativa “Passacaglia della vita” (Homo fugit velut umbra) di anonimo del XVII sec. erroneamente attribuita a Stefano Landi dalla quale trarremo qualche verso per scandire inesorabilmente i tempi di questa recensione.

“Si muore cantando, si muore suonando, la cetra o zampogna Morire bisogna, Morire bisogna, Morire bisogna.”

Niente più della poesia del Bardo sa raccontarci l’urgenza del nostro presente collegandolo agli eterni enigmi dell’esistenza, quello di Shakespeare è stato un “oscuro scrutare” dentro le coscienze di ognuno di noi, la sua poesia ci mostra nudi di fronte alla tempesta della vita proprio come il povero Tom, personaggio non troppo secondario del Re Lear. L’interpretazione del testo da parte di Mauri e della sua compagnia, anche se forse troppo indulgente nei confronti del protagonista, è sembrata solida e solenne, dolorosa, coinvolgente e necessaria.

Il teatro Nuovo Giovanni da Udine ha un arioso sottoportico che dall’enorme parcheggio alle sue spalle conduce gli spettatori all’entrata principale. La struttura è perfettamente integrata e celata nella struttura architettonica di quel sarcofago di mattoni meglio noto anche come “Teatrone”.

Il passaggio è balzato ultimamente alle cronache per la volontà ferrea dell’amministrazione comunale di risanare il degrado cittadino impedendo, con una prevista grande cancellata, ad un’unica persona di dormire al coperto sui suoi poveri cartoni. Dormire per terra, come sedersi sulle pubbliche panchine o mangiare per strada, lo sappiamo bene, è un crimine gravissimo che mina alle fondamenta la nostra ubertosa società. Se tutti anche solo per un momento pensassero che Udine è una città accogliente e a misura d’uomo, dove si andrebbe a finire, sarebbe l’anarchia, mille non più mille.

Senza alcuna ironia, gli spettatori, entrando in teatro l’altra sera, si sono potuti godere lo spettacolo d’apertura di due vigili urbani che tentavano di sgomberare il poveraccio che non aveva altro posto dove andare. Nessuno di loro recitava ma di certo la scena sembrava quella della pazzia del Re Lear, quando il sovrano ormai decaduto, abbandonato da tutto e da tutti e ridotto ad un barbone vaga sotto la tempesta nel suo solitario, triste rimuginare. Sia chiaro, quella dei vigili e del barbone non era per nulla una trovata scenica o drammaturgica. A volte la tragedia della realtà supera di gran lunga quella del palcoscenico:

Come dice Re Lear: “Lasciatemi solo – io voglio pregare qui fuori, poi dormirò. Voi povere creature miserabili e nude, che soffrite sotto i colpi di questa tempesta senza pietà, come possono le vostre teste senza un tetto e i vostri fianchi affamati, i vostri stracci pieni di buchi e di finestre – come possono difendervi da un tempo così crudele? Troppo poco ho pensato agli infelici come voi, a tutto quello che vi fa soffrire. Orgoglioso re vissuto nel lusso, ora bevi tu questa medicina. Fa provare al tuo corpo il male di chi vive nella miseria; così imparerai a scuotere via il superfluo e lo darai a loro – e forse insegnerai ai cieli ad essere più giusti.”

“È un sogno la vita che par sì gradita. È breve il gioire, Bisogna morire, Bisogna morire, bisogna morire”

Più di venti anni fa Glauco Mauri portò il suo secondo Re Lear anche sui palcoscenici regionali, il suo primo era stato nel 1984; oggi ci siamo di nuovo con quest’ultima interpretazione che ha voluto lasciarci non certo come testamento spirituale della sua grande creatività artistica che non ha per nulla smesso di essere vitale dopo 70 anni di palcoscenico. Mauri non interpreta re Lear, lo impersona e lo incarna. E’ proprio lui lo splendido, ambizioso monarca che, alla fine della vita, dopo i grandi splendori della gioventù e le conquiste dell’età adulta pretenderebbe di essere venerato dalle proprie figlie come un padre celeste che si è tolto di dosso gli obblighi del regno con i gravi doveri del comando, ma che vuole conservare intatti i privilegi della carica e del nome.

Lear dice di aver diviso il regno in parti uguali per darlo in dote alle figlie ma in realtà vuole solo liberarsi di quella parte di gravosa responsabilità che ha dovuto sostenere tutta la vita e che adesso non ha più la forza di sopportare. Sa bene che il suo regno è in rovina, che si regge su fragili equilibri e che è minacciato da forze estranee che lui non ha più la forza di contrastare. Infatti, appena il pugno di ferro con il quale ha schiacciato i propri avversari si alza e allenta la presa tutto si sfascia e a lui, per capirci qualcosa, non resta che impazzire per non farsi travolgere dal dolore e dal senso di colpa.

“Non val medicina, Non giova la china, Non si può guarire. Bisogna morire, Bisogna morire, Bisogna morire.”

Re Lear è la vita stessa che ha bisogno di farsi teatro per raccontarsi, come dice lo stesso Mauri, si rappresenta l’uomo in tutta la sua totalità e in tutti i suoi colori. Settant’anni di teatro sono serviti al grande attore per affinare la propria sensibilità, anzi afferma che gli anni sono aratri che incidono i solchi della sensibilità di ognuno. Lear non ha mai capito quanta umanità lo circonda ed è solo attraverso la follia che si redime. Ma nella tragedia non è solo, il conte Gloucester è tutt’altro che un comprimario, anche lui come Edipo di Sofocle solamente accecato, in fine vede. L’ottimo Roberto Sturno, da tanti anni sodale di Mauri, regala al personaggio un carattere quasi rassegnato di vittima sacrificale che ne rivela angolature inedite. E’ padre di Caino e se ne rende conto amaramente senza poter porvi rimedio in alcun modo, la vita lo respinge ma non può scampare al dolore nemmeno con il suicidio, è talmente sfortunato che non gli riesce nemmeno di buttarsi dalla scogliera perché vittima di un ulteriore inganno.

“La morte crudele a tutt’è infedele, ognuno svergogna. Morire bisogna, Morire bisogna, Morire bisogna.”

La tragedia, naturalmente, mette in scena il tema del rapporto tra genitori e figli, in particolare quello patriarcale; il vecchio padre autoritario che perde con la vecchiaia il proprio potere assoluto sulla prole della quale si sente proprietario, Lear con le figlie, Gloucesterster con i figli. L’egoismo e la rivendicazione violenta della propria identità a discapito dei nostri simili è la chiave per comprendere almeno lo spunto iniziale della tragedia. La consapevolezza finale dei due padri nella follia e nell’accecamento non deve essere per nulla intesa come un percorso di redenzione. Non c’è alcun ravvedimento in nessuno dei due ma solo constatazione di impotenza e di ineluttabilità di un destino del tutto irrazionale e cieco che condanna ognuno di noi ad un dolore sordo e muto per quanto facciamo. L’unica certezza è l’inevitabile sconfitta senza via di scampo. E’ la morte crudele di Cordelia a rendere il dramma del tutto insopportabile perfino per lo spettatore. Sembra un atto del tutto gratuito che il narratore ha voluto inserire a forza per infierire ancora sui propri personaggi anche oltre il necessario sopportabile, perfino nella finzione, figuriamoci nella vita cosiddetta reale nella quale misericordia e compassione sono solamente astrazioni, “fantasticherie e fumi dei trattatisti.

“I giovani, i putti, e gli uomini tutti, tutt’hanno a finire. Bisogna morire, Bisogna morire, Bisogna morire.”

Chi di voi mi ama di più? Dice Lear alle figlie pretendendo che facciano una gara tra loro per lodarlo e incensarlo, le prime due Goneril e Reagan non ci pensano due volte e dicono quello che il genitore si aspetta cioè una menzogna; la terza e preferita Cordelia però non possiede “l’arte untuosa della parola” e tentenna, è l’unica ad essere sincera e proprio per questo non viene creduta.

Come dice il Matto: “La verità è un cane che deve restare nel suo canile. Lui, lo cacciano fuori di casa a frustate – invece, madama la cagna ha il permesso di sdraiarsi vicino al fuoco e di appestare tutti con la sua puzza”.

Molte congetture si sono fatte sui modelli ai quali Shakespeare si sarebbe ispirato per concepire questo intreccio che fin da subito intuiamo rivolgersi ad un pubblico che conosce la materia del contendere. Infatti, il dramma inizia in medias res, il re è ormai vecchio e si intuiscono le glorie del suo passato solamente per accenni, fin dal principio sappiamo di stare per assistere alla fine del suo regnare e lo sa anche lui, quello che nessuno può immaginare è la violenza beffarda e crudele del destino che lo aspetta. La storia del vecchio re e dei suoi eredi ha antecedenti illustri, dalla parabola della Perla caduta nella notte, contenuta in un dialogo tra Timoteo I e Al- Mahadi nella Baghdad dell’VIII sec. fino alla terza novella della prima giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio e, se forse non conosceva la prima, di certo conosceva quella della Corona fiorentina dalle cui opere ha tratto molte altre suggestioni anche con la mediazione delle opere di Geoffrey Chaucer. Naturalmente, Shakespeare rovesciò l’armoniosa morale del racconto originario trasformandolo radicalmente in una triste e sconsolata meditazione sull’inanità dell’umana esistenza. Da non trascurare anche l’interpretazione che vuole la tragedia ispirata ai problemi religiosi e di potere generati dallo scisma anglicano e dalla difficile eredità di Enrico VIII di cui l’età elisabettiana portava ancora le cicatrici. Sembra essere in questo contesto la risposta ai tanti interrogativi che circondano l’opera del Bardo per quanto riguarda la sua riflessione religiosa che pare assente e addirittura ateistica ai più; una revisione di tali convinzioni poco fondate sembra sempre più necessaria.

“I sani, gl’infermi, I bravi, gl’inermi, Tutt’hanno a finire. Bisogna morire, Bisogna morire, Bisogna morire”

Un grande plauso all’interpretazione del fool per eccellenza da parte di Dario Cantarelli Cappellaio Matto dal rosso cilindro, spaventato e rassegnato, del tutto diverso dal classico sulfureo giullare che viene attribuito alla fantasia del Bardo. Niente di più distante dalle sue intenzioni per quello che ne possiamo sapere. Certo le battute argute e volgari che gli vengono messe in bocca possono sembrare quelle di un qualsiasi giullare o saltimbanco ma nascondono significati ben più profondi di una grassa risata per quanto beffarda. Il Matto di re Lear, in questa interpretazione di Cantarelli è un essere fragile, delicato come un fiore che soffre più degli altri perché presagisce la tragedia imminente quando ancora tutti ne sono assolutamente inconsapevoli.

Glauco Mauri, in questa sua terza personale versione di Re Lear ha voluto regalare al personaggio una delicatezza del tutto inedita, in un’interpretazione vibrante da patriarca del teatro italiano nella quale la regalità non è tanto del personaggio ma della fibra stessa dell’attore che con infinita eleganza sa trasferire e trasmettere alla propria creatura fatta di sogno tutta la “forza debole”della propria senilità.

A poche ore dal sipario della replica del Re Lear nel cuore della notte ucraina, l’esercito russo invadeva il paese dell’antica Rus’ di Kiev, precipitando nuovamente il mondo nell’orrore e nella tenebra che gli è proprio. L’orrore della realtà supera di gran lunga per perfidia e crudeltà quello di qualunque rappresentazione o fantasia drammaturgica. La desolazione e lo sconforto del vecchio re inglese sono esattamente come i nostri e allora forse sarebbe meglio essere ciechi come Gloucester o pazzi come Lear per non vedere e non capire più questo eterno olocausto.

E allora: “Soffiate venti, squarciatevi le guance! Lacerate il cielo! Gettate la terra nel profondo del mare, e sollevate le ombre rabbiose fino a cancellare ogni vita dal mondo! Uragani e cateratte dal cielo, vomitate la vostra furia fino a sommergere i nostri campanili, annegate i galli di ferro sulle loro cime! Fulmini di zolfo veloci come il pensiero, incenerite questa mia testa bianca! E tu, tuono che fai tremare l’universo, schiaccia con un sol colpo il ventre rotondo del mondo! Spezza gli stampi della natura, distruggi tutti i semi da cui nasce l’uomo, questa bestia ingrata.”

Flaviano Bosco © instArt

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