Dopo aver inaugurato la 25° stagione del Teatro Nuovo di Udine ha da poco concluso la sua tournée nei teatri regionali del circuito Ert, uno dei classici immortali del teatro moderno: Il mercante di Venezia di William Shakespeare nuova produzione del teatro stabile del Friuli Venezia Giulia per la regia di Paolo Valerio e con la partecipazione di uno dei massimi attori drammatici italiani Franco Branciaroli che calca spesso le assi dei nostri palcoscenici; lo si ricorda la scorsa stagione nei panni di Jean Valjean ne I Miserabili tratto dalla monumentale opera di Victor Hugo e poi in splendida coppia con Umberto Orsini in “Pour un oui ou pour un non” di N. Sarraute.

Questa volta il grande attore di veste i panni di Shylock, l’ebreo “maligno” per definizione. Tutta la messa in scena è stata pensata e ideata per far risaltare la sua meravigliosa arte d’attore dal talento straordinario il resto è semplicemente contorno.

Quando Branciaroli entra in scena anche solo per poche battute o solo come presenza momentanea nel silenzioso prologo iniziale che vede tutti i personaggi in scena, surclassa tutto il resto della compagnia che scompare letteralmente.

Il sipario si apre su una scena tetra e cimiteriale, gli attori si muovono muti da una parte all’altra del palcoscenico in due file contrapposte solo per un attimo appare spettrale Shylock sul fondo della scena ed è già sufficiente a capire alcune scelte registiche: Shylock/Branciaroli è l’assoluto protagonista della messa in scena, il mattatore, l’istrione tutta la compagnia è composta di comprimari, quasi semplici comparse che si agitano in un teatrino di carta dal cielo di stelle strappato. Come si dice nel dramma: “Considero il mondo per quello che è…un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte”. (A1,s1)

L’interpretazione di Branciaroli giustamente non teme lo stereotipo con il quale il feroce usuraio è stato trasformato dal teatro moderno. Nell’opera di Shakespeare il mercante ebreo è rappresentato come un essere spregevole pronto a qualunque sotterfugio, tanto che purtroppo è diventato un topos del più becero antisemitismo mentre è tutt’altro; chi scrive si ricorda bene una vecchia rappresentazione del dramma sempre al Giovanni da Udine cui parteciparono tra il pubblico del loggione diversi divertiti esponenti del Fronte Veneto Skinhead con tanto di teste rasate e tatuaggi.

Per questo è lodevole la volontà filologica di Branciaroli che vede la rapacità di Shylock come il segnale del nascente capitalismo. Il Bardo capiva bene di essere nel bel mezzo di una trasformazione economica, sociale e antropologica e voleva sottolinearla. La ragione di mercatura stava facendo soccombere le ragioni del cuore, e della logica. Gli uomini si stavano violentemente trasformando da creature in merce da poter vendere e comprare alla libbra.

Come è facile capire, il dramma è di stretta attualità. Nel dramma ambientato a Venezia non per caso, però, l’usuraio ebreo è solo uno dei personaggi che incarnano la depravazione del tempo. Altrettanto sconsiderato è Antonio che vende se stesso e i propri cari per il vil denaro, ben sapendo di non essere in grado di restituire il debito contratto e immediatamente pronto a ricorrere ad ogni sotterfugio per scamparla.

Quello descritto è un universo di corruzione e malaffare davvero spiacevole. La tortuosa giustificazione dell’usura nel famoso dialogo tra Shylock e Antonio nella quale si prende ad esempio la storia biblica degli agnelli striati di Giacobbe e del pagano Labano è esemplare e, a ben guardare, tutta giocata sul filo della blasfemia, tanto che, in altro contesto si dice: “Non c’è vizio che possa trasformarsi in virtù”.

Nello spettacolo di Branciaroli queste problematiche, suo malgrado, restano del tutto sullo sfondo e quasi scompaiono dietro le quinte. L’intreccio è recitato come se si trattasse di un canovaccio della Commedia dell’arte, forse in omaggio a Il Giannetto, la novella del Pecorone di Ser Giovanni Fiorentino che ispirò il Bardo. Tutto risulta urlato e sopra le righe, soprattutto per quanto riguarda i personaggi femminili, sempre petulanti e dalla voce stridula, perfino quando vestono panni maschili “en travesti” nella scena del processo; a volte ci si aspetta quasi di vedere spuntare uno Zanni o Arlecchino con qualche sua capriola, puro svagato intrattenimento a tratti decisamente sguaiato.

Certo il testo originario è spesso davvero ironico e beffardo ed ha accenti di autentica satira sociale, soprattutto quando nell’atto primo l’autore si prende gioco dei “saggi muti” seriosi e distaccati come Oracoli che vengono riveriti solo perché non dicono mai nulla.

A peggiorare decisamente l’ascolto in sala sono stati i radiomicrofoni ad archetto che gli attori portavano e che, regolati in modo eccessivo rendevano le voci del tutto innaturali e fin troppo penetranti. Per quanto riguarda la trovata scenografica dei piani sovrapposti come fondale ricorda molto le classiche “Scenae fronts” del teatro degli antichi romani; in sostanza, non è una grossa novità visto che si usa dai tempi di Plauto ma evidentemente funziona ancora.

Anche se nella riduzione di Valerio non vi è alcuno spazio per le suggestioni cabalistiche e sapienziali così presenti nel dramma shakespeariano, val comunque la pena di sottolinearle anche per capire cosa si sono persi gli spettatori del Teatro Nuovo Giovanni da Udine.

La questione è stata trattata magistralmente nel celebre saggio “Cabbala e occultismo nell’età elisabettiana” di Frances A. Yates (Einaudi, Torino 2002). In esso si dice che il dramma sarebbe un’opera cabalistica ispirata all’opera esoterica del francescano veneziano Francesco Giorgi (1466-1540) in particolare al “De harmonia mundi totius cantica tria” che cerca di conciliare le Sacre scritture, le idee di Platone e la cabala ebraica.

Secondo questa prospettiva Shakespeare nel reiterato episodio dei tre scrigni che portano Bassanio a guadagnarsi la mano di Porzia sarebbero rappresentate le tre religioni monoteistiche e la scelta del piombo sostanza alchemica che indica il giudaismo avvalorerebbe l’ipotesi:

“Bassanio, preferendo il piombo, opta per la disciplina divina, la legge giudaica, la Torah, e con quella scelta Porzia la principessa cristiana…E’ dunque chiaro che Il mercante di Venezia non è in alcun modo un’opera antisemita sull’esempio dell’Ebreo di Malta di Marlowe. E’, al contrario, una sorta di risposta a Marlowe. Shylock e Barabba si collocano ai poli opposti della raffigurazione dell’ebreo. Gli spettatori del Mercante di Venezia udivano l’armonia universale echeggiata dall’opera del frate cabbalista di Venezia, mentre quelli dell’Ebreo di Malta erano portati a tramutarsi in folle antisemite”. (Yates, 2002 pag.168).

La via d’uscita è per Shakespeare la clemenza e la misericordia incarnata da Porzia travestita da avvocato che nel processo scardinerà le crudeli intenzioni di Shylock ma che sottotraccia condannerà anche l’ipocrisia di una società che costruisce le proprie leggi solamente sulla cupidigia e sul profitto ad ogni costo.

Dice Porzia: “Per sua natura la misericordia non è un obbligo, cade dal cielo sulla terra in basso come pioggia gentile. E’ due volte benedetta, benedice colui che la esercita e colui che la riceve, essa ha il suo trono nei cuori dei Re, la Misericordia è un attributo dello stesso dio. Il potere terreno appare più simile a quello di Dio, quando la Misericordia tempera la giustizia…noi chiediamo misericordia e quella stessa preghiera insegna a tutti noi a compiere atti di clemenza”.

In conclusione, lo spettacolo di Branciaroli è godibile perché è sempre un grande piacere vedere in scena un “gigante della montagna” come lui, il resto in tutta sincerità è stato solamente ornamento e luccicare di bigiotteria. In ogni caso, il pubblico pagante del Teatrone sembra aver gradito molto e quello, si sa, ha sempre ragione.

© Flaviano Bosco – instArt 2022

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