
“Da 34 anni la grande musica a Pordenone” recita il claim principale del festival e per una volta non è solo una trovata di marketing o una smargiassata da ufficio stampa strapaesano. Basta dare una scorsa alle varie scalette che di anno in anno si sono susseguite per capirlo. Questo primo concerto dell’edizione 2025 è stato una delizia per tutti gli appassionati e per i tantissimi musicisti accorsi all’evento. Sartriani Vs Vai è uno di quei duelli che nessun fan della musica robusta e veloce sognerebbe mai di perdersi.
Da quando esiste la musica popolare continua il dibattito, un po’ fasullo, sul virtuosismo e su chi sia il musicista tecnicamente più veloce e capace. Nel pantheon della mitologia greca e romana insistono molti miti relativi alle sfide musicali. Tra i più celebri quello tra Apollo e Marsia al flauto che si conclude beffardamente con il satiro scorticato vivo; c’è sempre una certa vena tragica, eroica e sicuramente spettacolare in questo tipo di racconti e anche nell’idea della sfida attraverso i suoni e gli strumenti.
Nella musica di ogni tempo il duetto, il contrasto tra voci, il duello a colpi di note ha sempre attirato la passione del pubblico. Per venire alla nostra epoca, la sfida alla chitarra tra bluesman di diverso stile ed estrazione è praticamente un genere a se stante. La musica del diavolo ha tutta una propria mitologia e folklore che nel delta del Mississippi finisce per legarsi a misteriosi culti di origine africana e dei nativi americani. Immancabili anche le conturbanti Magic Women, le Acid Queens, le highway stars. Pordenone Blues vive da tanti anni nella stella cometa di questi miti che hanno trasformato gli antichi dei della musica in axeman.

Come dicevamo, il Blues porta con se anche un’immagine femminile del tutto particolare: selvaggia, diabolica e seducente nella sua pericolosità, con le curve al posto giusto e lo sguardo assassino, “Dressed to Kill” come cantano i Kiss che di certi argomenti bollenti se ne intendono. Il festival di Pordenone non poteva certo fare a meno di suggestioni del genere che le persone noiose e pseudo-progressiste dicono legate al “patriarcato”, invece, per tutte le altre con la musica nelle budella: It’s only Rock’n’Roll!!!
Ragazza immagine del Festival da alcuni anni è la splendida e luciferina pin up Jennifer Barosco che non solo corrisponde alla classica diva da sellino posteriore di una rombante motocicletta, ma è anche una sorta di opera d’arte in se con il suo corpo interamente tatuato e i tanti interventi estetici di autentica body art modification (lingua, denti, piercing, mastoplastica adittiva, occhi, vari filler e altro). La modella è anche dotata di una straordinaria spigliatezza e di un sorriso abbagliante, tutto assolutamente istagrammabile come testimoniano migliaia di selfie fatti con il pubblico del festival. Che lo si voglia riconoscere o meno, Barosco è un’artista a tutto tondo, come dice di se: “Playboy Bunny, Ink Model, Body piercer”, quarantaquattromila follower su instagram e altrettanti sugli altri social sono pronti a testimoniarlo.
Come diceva Hendrix: “Now you know you’re a cute little heartbreaker, you you’re a sweet little lovemaker…Hey, I wanna take you home…Ooh, Foxey lady”.
Il secondo album di Satriani (1987) è “Surfing with the alien” che prende titolo e grafiche in riferimento all’eroe galattico inventato da Jack Kirby nel 1957. Silver Surfer è un cavaliere argenteo che copre le distanze galattiche cavalcando una tavola da surf, è l’araldo spesso triste e ieratico di Galactus, il distruttore dei mondi. E’ un eroe complesso e tormentato che nel tempo ha raccolto le energie della disillusa gioventù americana della west coast degli anni ’60 e seguenti. Dalla cultura Surf a quella Skate il passo è stato piuttosto breve così come si è passati da un film come “Un mercoledì da leoni” di John Milius (Usa 1978) a “Point Break” di Kathryn Bigelow (Usa 1991) e “Paranoid Park” di Gus Van Sant (Usa 2007).
Nel film di Milius si dice:
“Dal largo veniva un vento teso che polverizzava la cresta delle onde, era una distesa immensa di spuma e in acqua si sentiva il morso del freddo…ma ora tutto sembrava appartenere al passato…il cambiamento non era nella spiaggia, nel vento, nelle onde, il cambiamento era nelle persone…”
E’ assolutamente vero, siamo irrimediabilmente cambiati in peggio, quell’onda ci ha travolto e di quei sogni di rivoluzione spesso non sono rimaste che lacrime e mascara sbavato.
Partendo dall’epopea dei Beach Boys, la surf culture nelle sue tante varianti, è arrivata fino a noi anche sulle “tavole” di un certo metal scanzonato degli anni ’80 che, velocemente, si è trasformato nel Trash della Bay Area e nei fantastici riff di Megadeath, Metallica, Antrax e molti altri. Non a caso Satriani fu Maestro e padre spirituale di molti degli eroi di quella stagione (Kirk Hammett e lo stesso Steve Vai). Proprio la sera del concerto di Pordenone, il chitarrista nativo di Westbury (New York, Usa), classe 1956, compiva 69 anni; la band e il pubblico gli hanno tributato ciò che gli era dovuto: un fragoroso, Happy Birthday cantato a squarciagola.
Sartriani si è appropriato dello spirito e dell’aura di quel surfista intergalattico dei fumetti che gli si adatta perfettamente, sia per aspetto fisico (corpo asciutto e, da diversi anni, testa rasata) sia per la spericolata velocità in cui precipita durante i suoi assolo fin quasi a schiantarsi al muro del tempo per poi risalire vertiginosamente sul legno della sua tastiera. Il suo immaginario di musicista si nutre da sempre delle suggestioni del meglio della fantascienza più illuminata. I suoi brani sono pieni di riferimenti ad astronavi in volo e a immensi spazi stellari. Si veda il suo classico “Ice 9” ispirato all’apocalittico romanzo di Kurt Vonnegut.
Nell’explicit di quest’ultimo un’immagine a proprio modo sonora che si adatta benissimo agli orizzonti evocati dalle chitarre di Satriani.
“Non c’era nessun odore. Non c’era nessun movimento. Ogni passo che facevo produceva uno scricchiolio nella brina biancoazzurra. E ogni scricchiolio era seguito da un’eco sonora. La stagione della chiusura era compiuta. La terra era chiusa a doppia mandata. Era inverno, adesso e per sempre”.
Quei paesaggi futuri sterminati e lividi fanno parte anche della poetica di quello che è stato il miglior allievo del chitarrista di Westbury: Steve Vai. Dall’atteggiamento apparentemente più disincantato e guascone del suo maestro, Steven Siro Vai, leggermente più giovane del proprio Maestro, è stato uno dei protagonisti della fortunata stagione neo metal dei primi anni ’80 quando suonò prima tre anni con Frank Zappa, in seguito con i Whitesnake, per approdare alla band di David Lee Roth. E’ proprio da esperienze come queste che il chitarrista ha tratto l’ironia e l’atteggiamento scanzonato che lo caratterizza e che riguarda anche una forma di sperimentazione e feticismo verso l’oggetto chitarra. Nessuno più di lui sfoggia una strumentazione così stravagante, forse solo Pat Metheny, ma in quel caso è tutto un altro universo sonoro.
La nuova Ibanez “Hidra”, espressamente concepita e costruita per Steve Vai, è una triplo manico che unisce una chitarra 7 corde, una dodici corde, un basso 4 corde e un arpa. Il nome e l’essenza di questo meraviglioso strumento frutto delle più raffinate e moderne tecnologie della liuteria si rifanno dichiaratamente al mito greco.
“L’Idra di Lerna (in greco antico: Ύδρα, Hýdra) è un mostro leggendario della mitologia greca e romana che appare principalmente nei miti riguardanti Eracle. È un mostro velenosissimo in grado di uccidere un uomo con il solo respiro, con il suo sangue o al solo contatto con le sue orme.
Viene descritto come un grande serpente marino anfibio dotato di sei o nove teste e ogni volta che ne viene tagliata una ne ricrescono altre due.
Alcuni autori come Simonide e Diodoro Simonide e Diodoro Siculo narrano di un numero di teste pari a cinquanta e oltre, mentre Pausania riferisce di una sola testa e ne ridimensiona la stazza paragonandola a una biscia di mare.” (Wikipedia)
Hidra, il mostro mitologico si adatta perfettamente alla stravagante chitarra a tre teste dalla quale il chitarrista fa scaturire un intero universo sonoro. Quando per suonarlo durante l’esibizione arriva quasi a “cavalcare” quell’ordigno pieno di manici e di corde sembra davvero un eroe greco alle prese con qualche strana creatura indomabile.
Quando i roadies portano sul palco il celebre strumento che tende 40 corde insieme basso, ritmica e solista, sembra anche ad un altro mostro mitologico: una motocicletta Harley Davidson d’epoca che lui inforca e fa viaggiare a tutta velocità.
Per i due chitarristi e per il loro ufficio stampa, è stata davvero una bella pensata unire le suggestioni dell’eroe galattico con quelle del mito greco per sostenere l’immaginario della SatchVai band nel suo tour mondiale. E’ anche per questo che i due chitarristi si presentano sul palco proprio come due moderni eroi nell’arena acclamati dalle folle.
L’impatto dal vivo, infatti, non poteva essere più trionfale e spettacolare, se ci aggiungiamo i volumi a palla, le affascinanti proiezioni video e poi il perfetto interplay tra tutti i musicisti, si potrà ben capire quale sia stato l’effetto sul pubblico, passato dalla meraviglia all’estasi in un battito di ciglia.

Assolutamente di rilievo per la riuscita dello spettacolo anche la band straordinaria ad affiancare i due leader: Kenny Aronoff (batteria), Marco Mendoza (voce, basso), Pete Thorn (chitarra ritmica) tutt’altro che decorativi.
Il sound complessivo è stato un Hard Rock solido e aggressivo con i due guitar Heroes a rendere torrida l’atmosfera.
Non è nemmeno il caso di utilizzare il termine virtuosi per descrivere i due musicisti, chi li conosce soprattutto attraverso le esibizioni live sa benissimo che nel loro caso siamo oltre la mera perfezione tecnica. Si tratta proprio di un altro livello.
Durante il concerto entrambi, ma soprattutto Steve Vai, cambiano chitarre praticamente ad ogni pezzo con gli aiutanti di palco che gli si affannano intorno. Come guerrieri Rock s’inerpicano in brani con strutture inizialmente piuttosto canoniche che in sostanza sono un unico lungo assolo, una modulazione di accordi e di scale che fanno la delizia dei fan più sfegatati e dei chitarristi di tutto il mondo, ma che in realtà, piacciono a tutti.
Come dicevamo, ogni brano una chitarra nuova con diversa accordatura ed effetti speciali luminosi anche interni agli strumenti grazie alla tecnologia dei led.
Il bassista Mendoza è davvero vintage in quanto a stile anche nel modo di ciancicare la sua gomma americana mentre canta, come direbbe Carlo Verdone, sembra un guappo uscito da un film blackexploitation.
Se però vogliamo fare anche i seri e gli impegnati, mentre si ascoltano gli assoli che si intersecano tra loro sovrapponendosi, viene da pensare che nella musica che i due axeman propongono, la forma canzone, con i soliti ritmi call and response, i riff che si incastrano l’uno nell’altro, sia completamente destrutturata e disseminata, assumendo a tratti forme che trascendono e superano i generi. In alcuni momenti il sound è talmente ipnotico e magnetico da rendere l’ascolto mesmerizzante. Si sfiorano le lisergiche cavalcate dello stoner e di una certa free form Hard Rock del tutto inaspettata che ricorda le atmosfere psichedeliche di Hawkwind e Grateful Dead aggiornate e riviste per il nostro tempo.
In realtà, molti brani non hanno nemmeno più la forma canzone, sono oggetti sonori, astratte costruzioni che vibrano nel vuoto intersecati l’uno nell’altro, come nelle rappresentazioni dei frattali; tessiture sonore spesso incongrue ma che divertono e intrattengono.
“Are you feeling good tonight” grida al pubblico Satriani che naturalmente gli risponde con un boato.
Si vede che la band si diverte così come stanno bene insieme i leader; Giuseppe e Stefano, i due Guappi italo-americani, con tutto il rispetto, sono molto calati nella loro parte di “Guidos”, termine dispregiativo per insultare gli oriundi italiani in Usa. Entrambi con i loro occhialoni da sole da maranza si rincorrono come ragazzini su e giù per la tastiera della chitarra, puro divertimento estetico, sembrano far la parte di se stessi in un film di Scorzese.
Steve Vai intesse anche melodie vagamente orientaleggianti che ricordano Kashmir dei Led Zeppelin; un rock’n’roll che è semplicemente bello e incalzante, senza grandi pretese, un semplice pretesto per inventarsi altri assolo vertiginosi e spericolati.
Come è logico durante le esecuzioni fluviali si sprecano i riferimenti a Hendrix, Jerry Garcia, Santana e molti altri eroi della sei corde.
Vai è un vero e proprio acrobata che si è inventato un mestiere dal fatto che gli piace moltissimo giocare con le corde davanti ad un pubblico. Insieme al suo compagno non hanno superato l’entusiasmo e la voglia di divertirsi dell’adolescenza; sono due veri e propri bambinoni rock’n’roll che giocano come se vedessero la chitarra per la prima volta, un assoluta novità.
Qualche maligno, critico sfaccendato potrà anche dire che trattasi di fenomeni da baraccone e qualcosa di circense e clownesco c’è in entrambi e tutta l’esibizione non è per nulla metafisica, astratta o riflessiva.
Una volta tanto è possibile anche dire: Ma chi se ne frega!, We know it’s only rock’n’roll but we like it.
Quasi a volerlo testimoniare la band saluta il pubblico con una potente, vigorosa versione di Born to be wild degli Steppenwolf.
E’ stata un’esplosione di gioia e felicità: Yeah Darlin’ go make it happen, Take the world in a love embrace. Fire all of your guns at once And explode into space…come esplodere nello spazio tra le stelle.
Applausi da scorticarsi le mani!!!
I Wanna play My Guitar (SV), The Sea of Emotion, pt 1 (SV) Zeus in Chains (SV) Little Pretty (SV), Ice 9/The Crying Machine (JS) Flying in a Blue Dream (JS), Surfing with the Alien (JS) Sahara (JS), Tender Surrender (SV) Teeth of the Hydra (SV), Satch Boogie (JS), If I could Fly (JS), For the Love of God (SV), Always with me, Always with you (JS), Crowd Chant (JS), Born to be Wild (Steppenwolf).
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