
Un applauso convinto e scrosciante ha accompagnato al Teatro Nuovo Giovanni da Udine la compagine attoriale che ha portato in scena l’adattamento teatrale di un autentico capolavoro del cinema anni 60: ‘Indovina chi viene a cena’.
Protagonisti Cesare Bocci nei panni di Matt Drayton, che furono di Spencer Tracy, e Vittoria Belvedere in quelli della moglie Cristina, che valsero a Katherine Hepburn il premio Oscar.
Stanley Kramer diresse ‘Indovina chi viene a cena’ nel 1967 in un periodo importante per le battaglie a favore dei diritti civili in America, all’indomani della promulgazione di una sentenza della Corte Suprema che abrogava le leggi che rendevano illegale il matrimonio interrarziale.
Il film alimentò un dibattito acceso per i temi che trattava: matrimonio misto e rapporto tra padri e figli, validi oggi come sessanta anni fa.
Matt Drayton progressista, liberale, intellettuale della borghesia californiana, fondatore di un giornale che ha voluto proprio per trasmettere le sue idee antirazziste ed egualitarie, si trova ad arrovellarsi sulle sue convinzioni quando l’esuberante figlia rientra da un viaggio annunciando di essersi innamorata e di voler a brevissimo sposare un promettente medico dall’impressionante curriculum con un unico piccolo difetto: un diverso colore della pelle.
‘Un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione’ cantava Giorgio Gaber: così Matt Drayton, che fino a quel momento ha impostato la sua vita su un ideale, deve scendere a patti con una realtà che non aveva messo in conto. La figlia è cresciuta proprio come avevano voluto, gli fa presente la moglie, ricordandogli come fossero stati proprio loro ad insegnarle che gli uomini sono tutti uguali. Neri o bianchi che siano. ‘Non le abbiamo mai detto di non innamorarsi di uno di loro’, chiosa.
La notizia dell’imminente matrimonio della figlia prende Matt e Cristina in contropiede ma le reazioni sono diverse: mentre Cristina si pone in ascolto lasciandosi coinvolgere dall’entusiasmo della figlia, Matt decide di negare il suo benestare al matrimonio per paura dei problemi che i due giovani si sarebbero trovati ad affrontare in una società non ancora pronta ad accoglierli come famiglia. Il benestare però è necessario perché il promesso sposo, il dottor Prentice, lo ha posto quale condizione stessa al matrimonio. Anche i genitori del dottor Prentice, per motivazioni uguali e contrarie, restano di stucco di fronte all’idea dei due ragazzi di sposarsi.
Il dialogo tra padre e figlio è emblematico dei cambiamenti che la società dell’epoca stava attraversando, quando il figlio accusa il padre di continuare a vedere se stesso come un uomo di colore mentre lui si considera semplicemente un uomo.
Capacità di capire le differenze, rapporti intergenerazionali, realtà che cambiano e necessità di venire a patti con le proprie idee. I temi di ‘Indovina chi viene a cena’ sono tanti, posti con eleganza e leggerezza, mai superficiali e ben resi nell’adattamento teatrale nella loro attualità.
Cesare Bocci convince nel tracciare l’immagine di un uomo che dopo un lungo travaglio riesce a ritrovare se stesso e i suoi ideali. Vittoria Belvedere è la madre complice che dopo il primo attimo di sgomento decide che appoggerà comunque le scelte della figlia. Spigliata Elvira Cammarone nei panni della innamorata e decisa July. Il dottor Prentice è Federico Roque, Thilina Pietro Feminò il padre, Ira Fronten la madre, Fatima Alì l’impertinente e divertente cameriera Tillie. A completare il cast Mario Scaletta, che ha curato l’adattamento teatrale, interpreta in scena l’amico padre Ryan. Regia di Guglielmo Ferro.
Uno spettacolo elegante e riuscito che con misurata ironia porta in superficie temi vecchi ma nuovi, invitando tutti a chiedersi quanto siamo pronti ad accogliere davvero chi viene a cena da noi.
© Laura Fedrigo per instArt