Dal Sessantotto al 2025, la lunga ombra di un’utopia disinnescata
Iniziare dalla fine può sembrare insolito per una recensione, ma è proprio lì che “Hair”, The Tribal Love – Rock Musical (una produzione MTS Entertainment in collaborazione con il Teatro Carcano) in scena il 24 novembre al Teatro Comunale Marlena Bonezzi di Monfalcone, all’interno della stagione ERT FVG, ha raggiunto la sua acmé: il coro a cappella di “Let the Sunshine In”. Una chiusura intensa, compatta, finalmente capace di toccare corde profonde e di restituire la forza simbolica di un musical che, dal 1967, continua a rappresentare un inno universale alla pace.
Il resto del viaggio, tuttavia, non sempre possiede la stessa luminosità.
Simone Nardini opta per un impianto scenico essenziale del capolavoro di Ragni, Rado e MacDermot, dove simbologie semplici e spazi mobili diventano il terreno d’azione del gruppo. La scenografia favorisce la dimensione “tribale” dell’opera e lascia ai corpi il compito di definire la scena; di conseguenza, le coreografie di Valentina Bordi privilegiano configurazioni d’insieme e movimenti di coesione tra i performer, anche se talvolta non riescono appieno a sprigionare quell’energia caotica che caratterizza le edizioni più folgoranti del musical.
La band dal vivo, diretta da Eleonora Beddini, rappresenta un elemento strutturale per un titolo come “Hair”, ma il suo posizionamento fuori asse, retrocessa dietro le quinte, ha comportato una perdita evidente di impatto sonoro e integrazione scenica. La componente rock risulta così meno frontale, privando alcuni numeri della necessaria spinta propulsiva e rendendo più deboli diverse transizioni musicali.
Sul piano vocale, la compagnia alterna prove convincenti a momenti più incerti, con sporadiche imprecisioni d’intonazione e una tenuta d’insieme non sempre omogenea, elementi che incidono sulla compattezza dei brani corali.
Nardini insiste sull’attualità di “Hair”, un’opera che incarna le tensioni e le utopie della controcultura hippie. Le sue canzoni, da “Aquarius” a “Easy to Be Hard”, da “Hair” a “The Flesh Failures”, sono diventate inni generazionali in un’America lacerata dalla guerra del Vietnam.
E in Italia? Vale la pena ricordare che “Hair” entrò nella storia del nostro teatro con una vera cesura culturale: Roma, Teatro Sistina, 1970. La produzione firmata da Victor Spinetti, con l’adattamento italiano di Giuseppe Patroni Griffi, incrinò i codici del musical tradizionale portando in un luogo-simbolo dello spettacolo leggero un cast giovanissimo, tra cui Renato Zero, Loredana Bertè e Teo Teocoli, e introducendo la famosa scena di nudo integrale su un grande palcoscenico.
Va comunque detto che, un decennio prima, la compagnia del Living Theatre di Judith Malina e Julian Beck aveva già attraversato le scene italiane con spettacoli radicali, tra rituali, corpi “smaterializzati”, nudità e provocazioni, sebbene in sedi spesso marginali rispetto al circuito ufficiale. Quel tipo di sovversione scenica anticipava molte delle spinte culturali che “Hair” avrebbe poi portato al grande teatro pop, rappresentando la trasposizione mainstream di un’esperienza di rottura già esistente. In questo senso, la versione del Sistina resta comunque una cesura culturale: un passaggio di quei codici sperimentali al centro del palcoscenico nazionale.
Fu un successo fragoroso e controverso, capace di ridefinire non solo il rapporto del pubblico con il musical, ma anche le possibilità stesse del teatro popolare.
Rileggere oggi quell’episodio alla luce delle produzioni contemporanee apre una riflessione inevitabile: se nelle prime rappresentazioni “Hair” seppe scardinare un impianto espressivo consolidato e proporre una concezione dello spettacolo fondata su una partecipazione fisica e ideologica ben lontana dalle logiche dominanti del tempo, le riproposizioni attuali faticano a generare una frattura altrettanto radicale.
Non perché l’opera abbia perso forza, ma perché il nostro immaginario, continuamente sollecitato da linguaggi estremi, ha progressivamente alzato l’asticella di ciò che percepisce come rottura.
È anche per questo che potrebbe essere auspicabile un approccio curatoriale più audace, capace non solo di rievocare un’epoca, ma di interrogarci davvero sul nostro presente.
Guardare “Hair” oggi significa fare i conti con quel percorso storico e domandarsi che senso abbia riproporre un’opera così utopica in una società che sembra avere perso riferimenti e partecipazione, soprattutto tra i più giovani.
Tra i protagonisti della “tribù” ritroviamo: Berger (Salvatore Vasalluccio), magnetico e anarchico, simbolo della libertà estrema e della sfrontatezza del movimento hippie.
Claude (Alessandro Marini), sospeso tra ribellione e dovere, rimane la figura drammatica per eccellenza, il volto più tragico della generazione dell’Acquario.
Sheila (Stefania Meneghini), attivista impegnata, è la voce politica del gruppo, resa con intensità nei passaggi di maggiore introspezione.
Accanto a loro, Woof (Angelo Coppola), Hud (Richard Francis Fiocchi), Jeanie (Lucia Dominici) e l’ensemble compongono un coro di individualità che oscillano tra idealismo, disillusione e desiderio di appartenenza. Il momento in cui la tribù trova la propria espressione più radicale arriva alla fine del primo atto: la storica scena di nudo integrale. Una scelta scenica che conserva intatto il suo potere simbolico, un gesto di vulnerabilità e protesta che, oggi, appare forse ancor più audace che negli anni ’60.
Nonostante alcune fragilità, questo Hair contiene lampi di autenticità. E, come detto in apertura, il più luminoso di tutti è proprio il finale: una voce collettiva che invoca la luce, ricordando che la speranza non è solo un’utopia da repertorio, ma un’esigenza che attraversa il presente.
Se non tutto lo spettacolo è stato all’altezza del mito che porta con sé, “Let the Sunshine In” riesce comunque a parlare al pubblico del 2025 con una semplicità e una forza scenica che travalicano i limiti dell’allestimento. Perché è proprio in quell’ultimo bagliore, breve come l’illusione d’un lampo, come forse avrebbe detto Ungaretti, che “Hair” ritrova la sua natura più profonda: un rito laico in cui il sole diventa figura di libertà e di insubordinazione, promessa di un mondo possibile prima ancora che simbolo luminoso. E ieri sera, in quel canto finale, quella promessa ha vibrato con una chiarezza inattesa: non un varco verso la luce, ma l’eco di una responsabilità, un invito a non disertare la scena del presente.
Perché a volte basta davvero un ultimo raggio di sole per cambiare la percezione di tutto il viaggio.
Marina Tuni © instArt 2025






